Credo che i miei occhi si stiano abituando ad ammirare il piombo.
E’ da giorni che prendo il treno avvolto dagli spettri che fuoriescono dalla bruma, fantasmi di umido pulviscolo ed altri ben peggiori, sempre in agguato.
Mentre attendo la locomotiva sulla banchina mi seguono, mi osservano, mi danno i brividi.
Sarò meteoropatico, ma oggi, mentre gettavo lo sguardo fuori dal finestrino, ho sentito l’estrema mancanza del sole, del colore trasmesso dai suoi raggi, del calore che ti abbraccia la pelle.
E’ stato un attimo, e poi anche quel pensiero è scivolato via, risucchiato dell’incedere rapido del vagone.

La nebbia è uno stato mentale.

Me ne rendo sempre più conto mentre chiudo i cassetti pieni di pensieri lisi ed infeltriti, e faccio finta di ascoltare canzoni con le cuffie calate in testa.
Ma chi voglio prendere per il culo?
Non sto ascoltando la musica, in questo momento.
Sento il rumore dei mattoncini lego che frullano nella mia testa, mentre i miei occhi si specchiano nel grigiore immanente.
Ed è anche colpa della nebbia se lo faccio, me lo sento nelle ossa.
Fuori dal finestrino la situazione si fa critica: campi arati ed anneriti invasi da nembi di ovatta eterea lasciano il posto a casolari indistinti, a linee sfumate, indefinite.
Il ragazzino di fronte a me osserva delle foto in alta definizione sul suo telefonino.
Ci sono ragazzine in posa per i selfie con la faccia da papera, smorfie da imbecilli gioviali, larghi sorrisi.
Un caleidoscopio di tinte fiammeggianti, di filtri fantasiosi e tratti chiari e puliti.
Io mi brucio gli occhi cercando di indovinare quale albero sia, questo qui, che grida con le sue plurime braccia issate verso il cielo, prima di svanire in un soffio.
Ieri sera ho guidato in mezzo al nulla.
Eravamo io, la mia auto, l’autoradio gracchiante e i bordi inesistenti di una insidiosa stradina di campagna.
Non riuscivo a vedere a due metri dal naso, e respiravo il vuoto.
Mi addentravo nel nulla, assorbendolo lentamente.
Oggi poggio il culo su un sedile blu mentre sfreccio verso la laguna e all’improvviso, nel bel mezzo del candore fuligginoso che emerge dalle acque, compaiono dei volti.
Sono ricordi che prendono vita, sono tremiti rapidi, che mi pervadono le dita.
Gli specchi non mi inquietano, ma questo non lo è, non c’è la mia immagine riflessa.
Ora vedo ciò che la mia mente vuole o non vuole vedere: le creature nascoste, le cocenti batoste, i dubbi irrisolti, i tarli famelici, pazienti, che scavano senza sosta.
E’ come se avessero aperto le gabbie di un circo eterno, le bestie sgusciate via, senza controllo.
La voce metallica mi scuote, con un piccolo sussulto mi alzo e scendo dal mezzo stringendomi al giubbotto.

“Non sottovalutare le conseguenze dell’amore.”
Ogni tanto me lo ripeto, ma non è questo il caso.
“Non sottovalutare le conseguenze della nebbia.”
Fa già più al caso mio.
Un abbraccio dalla nebbia Padana.

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

MORE FROM MASSIMILIANO SANTOLIN

ENTRA NELLA COMMUNITY