No, non è il titolo di un nuovo film erotico di Tinto Brass né un articolo dai toni vaporwave alla “Vice”.

No, se l’ansia può essere considerata il mefitico fil rouge del terzo millennio, l’ansia del buco è la malattia più diffusa tra i giornalisti, una malattia degenerativa che attanaglia l’organismo mediatico sin dalla sua nascita, ma che Internet ha contribuito ad esacerbare a livelli parossistici.

Sì, perché una volta si avevano quantomeno diverse ore (in molti casi anche 24) prima di accorgersi se un giornale aveva fatto un “buco”, ossia se si era fatto soffiare una notizia (una di quelle da titoloni in prima pagina) dalla concorrenza: notizie del genere, coadiuvate dagli “strilloni” e dai cartelli ai piedi delle edicole, erano in grado di muovere in modo più che percettibile il numero di copie vendute, per cui i giornalisti “battevano” strade, palazzi, infiammavano i cavi del telefono e usavano penna e taccuino a mo’ di baionetta, alla ricerca spasmodica della notizia, con un approccio che ricorda in tutto e per tutto l’uscita da una trincea (non a caso, si diffuse la definizione di “cronista d’assalto”).

Oggi, che Internet ha reso più semplice la diffusione di una notizia e ridotto notevolmente le note spese per le trasferte, non è più così. Oggi i giornalisti si muovono molto meno, in una sorta di inversione a U psicologica, quasi a ricalcare il trito detto “Se Maometto non va alla montagna…”. Ecco, perché sbattersi tanto in giro per le strade alla ricerca di notizie meritevoli di un approfondimento tipografico, quando si può fare la stessa cosa standosene comodamente seduti alla propria scrivania a spulciare Twitter, giusto per citare il social più in voga all’interno dell’Ordine dei Giornalisti (anzi, nato proprio per facilitare la loro professione)?

Nell’era in cui ognuno di noi può essere un media (altro che i 15 minuti di celebrità pronosticati da Warhol), un giornalista può intercettare una notizia (con tanto di supporto fotografico o video) facendo leva sui propri follower e i relativi network, in una versione distorta del telefono senza fili. Notizie che arrivano in real time, e che possono essere pubblicate online a stretto giro, giusto il tempo di editarle a livello testuale (ma, sempre più spesso, manco quello). Notizie che possono poi diventare virali in poche decine di minuti, attirando quindi quella che sta diventando sempre più la metrica essenziale per valutare la bontà professionale di un giornalista: il click!

Qui, una piccola difesa a favore di quella pratica tanto bistrattata del click-baiting: attirare click con titoli ad effetto, spesso lacunosi se non addirittura mendaci, non è altro che la versione virtuale dei sopra-citati strilloni o dei titoli cubitali in prima pagina. Il cervello umano ha bisogno di stimoli per compiere determinate azioni – come, ahimè, l’informarsi – e quale dimensione della psicologia umana è più facile da stimolare se non la curiosità? L’importante, tanto, è ciò che viene dopo: un titolo accattivante per attirarli, un approfondimento di qualità per trattenerli e nella retention fidelizzarli (e con questa abbiamo parafrasato anche Il Signore degli Anelli).

Ma, soprattutto, l’importante è attirare le persone all’interno dell’articolo, sia esso un editoriale di (opinabile) qualità o una flash news che dice tutto e niente, e metterle nelle condizioni di visualizzare la maggior parte delle pubblicità presenti all’interno della pagina web: visualizzazioni che, ovviamente, vanno a generare una voce di colore verde preceduta dal simbolo + nel bilancio della testata in questione.

Questa non è altro che un’estrema (e pessima) sintesi del funzionamento dell’online advertising e dei meccanismi che spiegano come certe testate riescano a sostentarsi e sopravvivere, ma è sufficiente per spiegare perché il fenomeno delle fake news si sia diffuso in modo così esponenziale: il click (e i guadagni da esso derivanti) non è importante, è l’unica cosa che conta (altra semicit.), e chi se ne importa del fact-checking, del controllo della veridicità della notizia. In fondo, sono gli stessi giornalisti a non farlo (salvo poi lamentarsi delle scarsi doti ricettive del proprio pubblico), tanto poi c’è sempre il magico strumento della “smentita”, il CTRL+Z del giornalismo.

Si odora (aka si intravede su Twitter) una notizia potenzialmente interessante, e che potrebbe portare una mole importante di accessi al sito? C’è pure una foto che potrebbe quasi dare un’aura di verità al tutto? “Vai, retwitta, elabora, pubblica!”

Ecco cos’è successo stamane nell’ambiente calcistico, uno degli argomenti più dibattuti nel Twitter italiano nonché una delle principali fucine di bufale e di escamotage per solleticare la curiosità dei lettori. Un utente (un esimio signor Nessuno) ha preso una foto, ritraente da lontano due persone in attesa al ritiro bagaglio di un aeroporto non ben definito, e l’ha pubblicata asserendo che una delle 2 persone era Arturo Vidal, noto calciatore del Bayern Monaco, della Nazionale cilena e uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, il quale era appena atterrato a Napoli.

Napoli che, caso vuole, sia la città che ospita l’omonima squadra che non più tardi di ieri ha ingaggiato come allenatore Carlo Ancelotti, uno dei più bravi allenatori italiani, che – altrettanto fortunosamente – ha avuto l’opportunità di allenare proprio Vidal fino a pochi mesi fa. Quindi, una potenziale esclusiva di calciomercato da far gola a tutte le testate sportive.

Insomma, questo utente ha volutamente trollato (come si dice in rete), ossia ha confezionato un post che avesse tutte le caratteristiche per sembrare un’esclusiva e avere un elevato impatto mediatico (uno dei più forti calciatori al mondo potenzialmente contattato dal Napoli per un ingaggio), e ha provato a vedere come si sarebbe diffusa la cosa.

Ça va sans dir, alcuni giornalisti ci sono cascati in pieno, riprendendo la foto, il copy e costruendoci su – appunto – un’esclusiva potenzialmente virale, perché anche in questi casi, come nell’imprenditoria, essere first mover è fondamentale: chi primo arriva, meglio alloggia e più click ottiene (innescando il circuito di guadagno già descritto prima). Figuriamoci poi quanto comodo può essere “l’alloggio”, se si va a cavalcare un inconscio sentimento diffuso tra molti tifosi già dal giorno prima, sentimento irrazionalmente costruito sulla convinzione che gli allenatori amino circondarsi dei propri ex giocatori nelle nuove squadre in cui arrivano.

Ovviamente, la notizia è stata smentita nel giro di pochi minuti, ma l’ansia derivante dall’aver preso una sòla non sarà mai superiore a quella di prendere un “buco”, quindi l’importante è aver rimandato il ricorso al Valium per tenere sotto controllo quest’ultima.

God bless the click-baiting

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