Ermanno Olmi, l’esperto e fine regista italiano, custode di un modo ormai raro di intendere e di fare il cinema, ha asserito che solo il ritorno al mondo contadino potrà salvarci.
Il suo intervento, legato ad Expo 2015, è chiaro, deciso e sensibile, come il carattere del suo autore.
Solo riprendendo contatto con la terra, con i suoi frutti, con i tempi legati alla raccolta, con la paziente attesa del passaggio delle stagioni, del rapporto fisiologico che lega semina, cura del giovane germoglio e successiva raccolta, sarà possibile trovare nuovamente l’equilibrio alterato dalla speculazione più bieca.
Parole che trovo assolutamente attuali e che meritano di essere lette e ribadite a più riprese.
Condivido appieno il pensiero di Olmi, il quale pone l’accento sulla necessità di tornare a quel sano discernimento tra l’indispensabile ed il superfluo, tra le necessità imposte dai tempi e dalla società del consumo, rispetto a quelle che sono le reali ed ataviche esigenze dell’uomo.
Un ritorno al passato, in senso buono, e certamente non anacronistico, un bisogno, più che un suggerimento, che deve essere ascoltato intimamente dall’uomo, che deve essere seguito e concepito come elemento cardine della nostra società.
Questa strenua difesa dei valori della terra, della morale contadina di antica e nobile origine, inserita all’interno di quello che sarà l’evento dell’anno per l’italia, crea una discrasia notevole.
Expo 2015, una manifestazione che è basata sul culto del cibo, dell’alimentazione come elemento fondamentale ed imprescindibile dell’uomo, come fattore unificante tra i popoli, i quali devono avere accesso a dei cibi sani, il più possibile genuini ed inseriti in un processo di lavorazione e distribuzione equo, è salita alla cronaca diversi mesi or sono come culla delle tangenti e degli appalti pilotati.
Se ci pensiamo è davvero assurdo, un evento che dovrebbe consentire all’uomo di mettere in mostra le proprie eccellenze, finisce invece per essere la base degli interessi più sporchi e dei giochi di potere più bassi e vili.
Nonostante la tempesta giudiziaria abbattutasi sull’Esposizione Globale prossima ventura, Olmi sceglie di continuare a sostenerne l’anima, che dovrebbe mirare a sensibilizzare il rapporto tra uomo e cibo, invitando a riflettere sulla colleganza tra produzione e consumo, ed alla qualità che, sempre più spesso, si sta smarrendo per strada per colpa del bisogno estremo di profitto.
Solo recuperando la relazione tra chi produce e chi consuma, il concetto di sacralità del cibo, che è si un piacere che possiamo permetterci, ma è anche ciò che ci sostiene da sempre, possiamo recuperare l’armonia tra gli esseri umani e quella stessa terra che ci concede il nutrimento, e con la quale abbiamo un conto in sospeso spesso indecifrabile.
Il rapporto più stretto e naturale di prossimità tra l’uomo e la terra deve essere quanto più sincero ed immediato, perché solo in questo modo si può garantire un equilibrio tra il modello di intendere il cibo e la successiva esposizione ai consumatori.
Mi vengono in mente ferite aperte come la Terra Dei Fuochi, ma anche come le falde acquifere inquinate da metalli pesanti, i componenti chimici che non sono stati smaltiti con assennatezza, le aree coltivate inquinate da sversamenti di materiale nocivo, criminali e sconsiderati, ma non solo.
Prodotti di bassissima qualità, confezionati con gli scarti alimentari ed immessi nella grande distribuzione, perquisizioni dei Nas che individuano stoccaggi di alimenti scaduti e ugualmente inviati al consumo, fatti che lasciano intendere come, di questi tempi, si stia completamente perdendo il concetto stesso di sacralità dell’accesso al cibo.
Abbiamo perso una nozione cosi basilare quanto immediata, e cioè che la qualità implica un’attesa paziente, una quantità commisurata all’effettivo consumo, ed una rete di distribuzione che sfrutti le risorse del territorio.
Per questo credo che il messaggio di Olmi, per quanto qualcuno potrebbe banalizzarlo e relegarlo al solito invito a riconciliare il lato più intimo dell’uomo con la madre terra, sia assolutamente prioritario e debba essere raccolto ed insegnato fin dalla scuola primaria, dovrebbe essere il primo mattone grazie al quale si formeranno i cittadini di domani.
Spero anche io, come il grande regista, che Expo possa essere, pur nella sua mastodontica e cariata struttura pervasa dal danaro, uno strumento che mantenga vivo un barlume di nostalgica assennatezza, un ritorno al passato, del quale abbiamo un disperato bisogno.

Vuoi scrivere un commento?
Effettua la registrazione da questo link:

Registrati

MORE FROM MASSIMILIANO SANTOLIN

ENTRA NELLA COMMUNITY