Questa settimana, come un’enorme perturbazione atlantica, si è abbattuta sul malcapitato popolo italiano dell’informazione lo tsunami Daniza: la celeberrima orsa del Trentino Alto Adige che qualche settimana addietro si era resa protagonista delle cronache estive.
Le incursioni esplorative di Daniza si erano fatte sempre più frequenti negli ultimi tempi, ed aumentata era l’apprensione in capo ad allevatori, turisti ed autorità locali, che si trovavano per le mani un’orsa da pelare mica da poco.
Possiamo bene immaginare infatti quanto possa influire negativamente sul turismo montano la notizia di orsi che scorrazzano liberamente ed appaiono a sorpresa, facendo cucù da dietro una staccionata od un boschetto di sempreverdi.
Si scatenò dunque l'”allarme orsa”, e la questione tenne banco nel periodo ferragostano, tra animalisti che difendevano a spada tratta la sua permanenza ed il suo diritto ad essere lasciata in pace e la fazione opposta, che ne intimava la cattura, ovvero – nei casi più estremi – l’abbattimento.
Questa settimana arriva il triste epilogo: l’orsa, nel corso delle operazioni di cattura, muore a seguito dell’ordinaria procedura di sedazione.
Le dinamiche della morte non sono ancora state chiarite, ed è stato facile, sull’onda dell’indignazione popolare (o populista?) pensare ad un caso di “errore voluto”.
Che sia stato o meno voluto, fatto sta che ci siamo ritrovati con le cronache dei giornali invase dalle foto dello splendido esemplare, con la sua folta pelliccia e le due simpatiche e paffute mascotte al seguito, e giù di lacrime e sdegno.
Ora, al di là delle responsabilità della Regione per l’accaduto, mi preme soffermarmi sulla morale che possiamo trarre da questa storia.
Non posso che concordare con chi asserisce che il fulcro di tutta la vicenda sta nell’incapacità palesatasi di riuscire a reintrodurre gli esemplari in un contesto montano moderno ed urbanizzato.
Se la vera sfida era quella di far coesistere animali e uomini, questa ha dimostrato le sue estreme difficoltà di realizzazione, le quali sono il risultato di un mondo dove lo scontro tra uomo e natura è sempre più sostenuto ed abituale.
Oltre all’ormai classico nazi-animalismo, ed oltre la stolta barbarie di chi con le bestie se la prende per sfogare il suo male di vivere, la domanda è: perché questa vicenda ha suscitato questo enorme scalpore mediatico?
Perché non è morta solo una creatura, ma se n’è andato un simbolo, l’emblema del vecchio mondo, dove ancora c’era posto per lupi, orsi, linci, aquile ed altre specie protette che vivevano nel loro ecosistema e con le quali l’uomo condivideva il suolo dove camminava e il cielo sotto il quale dormiva.
La morte di Daniza, di questa maestosa orsa bruna con al seguito i suoi orsetti, rievoca il tracollo inarrestabile dell’aspetto più primordiale, quasi atavico dell’essere umano e della sua memoria ancestrale.
Ci sbatte in faccia con brutale evidenza il fatto che lo spazio inesplorato, incontaminato e selvaggio del pianeta si sta restringendo inesorabilmente e rapidamente, andando a colpire dritti al cuore i nostri desideri più istintivi, animali, gli innati termini di paragone che ormai stanno perdendo di significato.
Perché ci commuoviamo di fronte alla morte di un’orsa, quasi più che per le tristi dipartite umane che scorrono ogni giorno nelle breaking news?
Posto che così non dovrebbe essere, la motivazione c’è, e risiede nel fatto che con la scomparsa degli orsi e degli esseri viventi che hanno incarnato ed incarnano ancora per tradizione il lato più incontaminato, selvaggio e crudo della terra, sentiamo di perdere irrimediabilmente quel mistero necessario, denso e vitale, che ha da sempre accompagnato l’uomo.
Quella componente di ossequio quasi religioso per le creature che erano da rispettare e temere allo stesso tempo, per i signori incontrastati dei territori illibati da strade, case e cemento.
La scomparsa di Daniza rappresenta forse l’ennesima prova del fatto che il mondo sta perdendo gradualmente la sua aura di magico mistero, quel mistero che ha accompagnato la crescita dell’uomo fin dagli albori della sua storia, ed è stato motore per il progresso artistico, scientifico e tecnologico.
Ecco perché osserviamo, ci alteriamo, partecipiamo emotivamente, e piangiamo.
Piangiamo noi stessi, critichiamo noi stessi, partecipiamo della nostra stessa incontrollabile natura, affondando le mani nel suo lato più profondo e incomprensibile.

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