Per un pugno di fotogrammi

La mia ragazza è un computer

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Quando saremo così hipster da considerare la vagina mainstream, finiremo per innamorarci dei nostri computer. Pura follia? No, semplicemente la trama del nuovo film di Spike Jonze. Da domani al cinema.

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C’è davvero una minima possibilità che il futuro messo in scena da “Her” si realizzi? L’interrogativo che mi assale una volta uscito dalla proiezione del film è proprio questo. Siamo destinati a un Mondo di tinte pastello, in cui parliamo con voci timide e sommesse, conducendo esistenze in cui preferiamo delegare ad altri i nostri sentimenti? Theodore è un impiegato incaricato di scrivere lettere personali per conto di altre persone. Lui con le parole ci sa fare, indaga velocemente sulle vite dei suoi committenti e in pochi minuti riesce ad elaborare scritti che sembrano pensati da loro stessi. Vive in sostanza centinaia di altre vite non rendendosi conto che è la sua esistenza ad essere alquanto disastrosa. La separazione dalla moglie lo ha gettato nello sconforto depressivo più totale ed ora la sua salute e il suo impiego sono fortemente a rischio. L’ancora di salvezza gli arriverà da un sistema operativo con la seducente voce di Scarlett Johansson. Sarà l’inizio di una relazione completamente nuova e sconvolgente.

La commedia dolce-amara che ha incantato il pubblico di molti Paesi e che al festival di Roma si era aggiudicata il premio per la Miglior interpretazione femminile, arriva finalmente nelle nostre sale. La pellicola di Jonze si muove sul filo di una delicatezza ormai sconosciuta ai nostri giorni, mette in scena un futuro tutt’altro che convenzionale, che a tratti ricorda il cinema di Michel Gondry, e riesce a offrire diversi spunti di riflessione. Primo tra tutti il valore dei rapporti umani sempre più perso di vista dalla nostra società, sostituito gradualmente dalla spaventosa evoluzione della tecnologia. Il regista porta tutto all’estremo, ma in realtà la sua è un’osservazione molto acuta, che arriva quasi ad essere un monito. Non sottovalutiamo il piacere di incontrarci con qualcuno, non chiudiamoci dietro a schermi anonimi e a profili social in cui è facile fingere di essere qualcun altro. Prendiamo coraggio e diciamo in faccia quello che pensiamo a chi ci sta accanto, neppure diecimila sensuali e sofisticati sistemi operativi potranno infatti sostituire il calore di un abbraccio. Jonze non esplicita questo messaggio, ma ce lo filtra implicitamente mettendo in scena l’esatto opposto. Quello che è destinato a succedere se inizieremo a trascurare le nostre relazioni con gli altri.

Il punto di forza di “Her” sta proprio in questo messaggio, accompagnato da una regia intelligente e da una sceneggiatura che in molti tratti sa emozionare. Quello che non piace è invece la forzata ricerca di un universo smaccatamente hipster, fatto di camicie tinta salmone, di uomini baffuti, di canzoni depressive e malinconiche, di incomprensioni e tecnologie tanto belle quanto inutili. “Her” è in sostanza un film intelligente che si perde però nella compiacenza di voler risultare un film alla moda, non quella commerciale, ma quella indie di coloro che dicono di sentirsi diversi ma che alla fine si rivelano più conformisti di tutti gli altri. E’ un film che dividerà il pubblico, tra chi lo amerà alla follia e chi lo disprezzerà senza mezzi termini. Ma questo sarà un aspetto che dovrete decidere voi stessi dopo la visione, io rimango invece con il mio interrogativo iniziale. Arriverà davvero un futuro come quello previsto da “Her”? Poi in treno alzo gli occhi e vedo gente persa sugli schermi dei loro smartphone, indaffarata a gestire la casella di posta su enormi tablet, senza neppure accorgersi di chi gli sta seduto di fianco. Forse quel futuro è già arrivato.

Alvise Wollner

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