“Allora, Anna, cosa succederà nel tuo 2018? Cos’hai in mente?”  – gli occhi rimangono fissi su di me, curiosi, accesi, mentre con le bacchette pesca nella ciotola. Inutile dire che non ero preparata alla domanda, ma ancor meno mi aspettavo un interesse sincero nei confronti di una questione arbitraria come i propositi per l’anno nuovo.

Così, nel mezzo del pranzo a base di zuppa detox con cavolo cinese, zucca, germogli di soia e ovetto alla coque, mi sono trovata per l’ennesima volta a perlustrare i meandri del mio cervello, dove sono schedati i piani che ho accuratamente stilato per tutta la mia esistenza. Ho sempre creduto fermamente nella necessità di avere dei progetti precisi, strutturati, non tanto per rispettarli quanto per avere una risposta pronta quando qualcuno mi chiede cosa vuoi fare della tua vita. O quando me lo chiedi io stessa, persa in un momento di ombre e linee fuori fuoco. Non mi sono mai piaciute le cose fuori fuoco.

Nella loro apparente innocenza, però, alcuni di questi progetti e di queste apparenti convinzioni sono arrivati a soffocarmi e ingabbiarmi, senza che nemmeno me ne rendessi conto. Questo è successo perché, come uno smartphone obsoleto che non regge più il peso degli aggiornamenti, mi sono avvolta in quei piani senza considerare che potessero evolversi, cambiare, aumentare di complessità. Ancor meno, ho considerato di poter cambiare così tanto io stessa, di potermi trasformare al punto di non capire più perché mai avrei voluto perseguire alcuni di quei desideri, ormai obsoleti al mio cuore. E così, ad un certo punto, quei cambiamenti non li ho più retti.

Credo che una particella molto piccola ma enormemente ostinata nel mio cranio abbia preso in mano la questione, nell’ultimo anno; non tanto portandomi a rivedere me stessa e i miei progetti, ma costruendomi una finestra per farlo. Ora questa finestra è pronta e spalancata, si chiama 2018 ed è la mia occasione per ridare forma e significato al tempo che vivo, che vivrò e che voglio vivere. E stavolta posso mettere a soqquadro l’intero sistema delle mie certezze, perché io per prima intendo sedermi a dialogare con loro. E con le mie paure.

Non mi piace l’espressione “tirare le somme”, anzi quando analizzo qualcosa tendo a fare l’esatto opposto: sottraggo tutto ciò che non conta davvero finché non rimane solo un pugno di nomi, episodi, messaggi, ricordi. Sottraendo tutto il sottraibile dal 2017, però, mi è rimasta in mano una matassa enorme. È qualcosa di inedito al mio cuore, che voglio sfruttare come Valore per ridefinire le fondamenta del prossimo anno, o dei prossimi anni. Della prossima me, che, credo di aver finalmente capito, non è altri che me al netto di quella che ho sempre detto di voler diventare. 

Il primo progetto del mio 2018 si chiama “restare”, e non solo nel senso fisico del rimanere in un luogo, o in un posto di lavoro: intendo soprattutto un restare morale, personale. Intendo restare per resistere, combattere, affrontare, aiutare ad affrontare. Rimanere per qualcuno, rimanere con qualcuno, rimanere e lasciarsi sorprendere da ciò che accadrà. Ora che la finestra è aperta, posso dare a questo “resstare” un’accezione positiva: non resterò per limitare i danni o sopravvivere. Non sarà una contraerea. Sarà una scelta libera, che farò ogni giorno, sulla quale gli altri potranno contare.

Poi il tempo: voglio seguire le persone e le cose del cuore, non l’orologio, non il calendario. Quelli già dettano legge in troppi ambiti. Il tempo nel mio 2018 occuperà nuovi spazi, quelli di cui avrò bisogno io. Non posso estenderlo, o dilatarlo, ma posso gestirlo diversamente, posso avere meno fretta.

Poi c’è l’accettazione. Su quella sto già lavorando, e me la sto anche cavando abbastanza bene… con un po’ di aiuto.

Infine, prima che la finestra 2018 si chiuda, vorrei fare in modo che ce ne siano delle altre in futuro. Voglio migliorare in fatto di flessibilità, imparare a non confonderla con mancanza di integrità. Soprattutto, voglio imparare a non prenderla come una mancanza. Ciò che volevo 10 anni fa è ormai un fossile cristallizzato, di cui sono fiera e grata perché simboleggia il mio senso del dovere, la mia apertura e il mio impegno a far succedere i miei sogni, sempre “troppo grandi” e alla fine sempre diventati realtà. Però ora sono troppo avanti con gli anni per pensare che il cambiamento sia fatto solo di follia, scelte rischiose e vorticose, rivoluzioni. Il cambiamento è anche prendersi una pausa, fermarsi e vivere un momento di quiete, che è la vera rivoluzione per chi come me ha corso tutta la vita. Il cambiamento, per me, è accettare che il cambiamento di cui ho bisogno cambi esso stesso. Potrà passare da un estremo all’altro dello spettro cromatico fra “prendi quel biglietto aereo” e “non c’è nulla di male se vuoi rallentare”. Il cambiamento non viene sempre da fuori, anzi spesso basta tendere l’orecchio e ascoltarlo mentre ci direziona da dentro, aiutandoci a dargli la forma giusta per incastrarsi con noi. E quella forma è tutt’altro che rigida, tutt’altro che statica.

Forse una volta avevo i sogni più patinati, adesso ho solo sogni a cui tengo davvero. Alcuni sono ancora enormi, altri stanno crescendo e aspettando un altro tempo. Non sono tutti scintillanti, dorati, travolgenti, ma hanno l’enorme vantaggio di essere miei. Mi appartengono, e sono disposta a mettere in discussione quanto ho sempre ritenuto imprescindibile pur di vederli realizzati.

La risposta che ho dato a quella domanda mi è suonata strana, mentre usciva dalla mia bocca. Ero convintissima e serena, come se l’avessi provata in precedenza. Sembrava una risposta senza tempo, neanche l’avessi data uguale l’anno prima e quello prima ancora. Invece, era la prima volta che pronunciavo parole come “non mi do una scadenza”, “sto davvero bene” e “ho tutto ciò che mi serve per dare il meglio” credendoci così intensamente.

Propositi all’americana, invece, non ne ho molti: basta palestra, al massimo nuoto. Voglio un gatto, voglio mangiare più verdura cruda, voglio prendermi più tempo per leggere e scrivere, e scrivere meglio. E anche ascoltare più musica. Andare a Copenhagen. Mi piacerebbe vergognarmi meno quando mi guardo allo specchio. Vorrei portare i miei fuori a cena e magari andare al cinema con loro, qualche volta. E intendo dare una possibilità alla Michielin, che fino ad oggi non mi ha convinto un granché. Ma se c’è una finestra aperta per me, credo di poterne aprire una per lei. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che tenga una finestra aperta per noi.

“Queste cose vorrei dirtele sopra la techno”.

 

 

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