Arte in pillole

La città ideale: ordine sociale o utopia?

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Nel Rinascimento, la riscoperta e lo studio dei testi classici latini e greci stimolò la riflessione sulla realizzazione di uno stato perfetto, retto da filosofi e sapienti, in grado di garantire l’armonia dei diversi ambiti della vita quotidiana (economia, politica, religione, cultura). Queste teorie si specchiarono anche in un interesse verso gli aspetti architettonici e urbanistici, attraverso la ricerca di stili consoni ad ospitare un buon governo.

 

Sulla corrente di questi pensieri, attorno al 1480 venne dipinta su tavola “La città ideale”, come rappresentazione dell’assetto urbano retto dall’equilibrio, con l’applicazione di criteri elaborati secondo calcoli precisi e rigorosi in grado di realizzare forme perfette fondate sull’applicazione dei principi della prospettiva pittorica lineare delineata da Brunelleschi nel 1421 e codificata da Leon Battista Alberti.

Sicuramente prese vita alla corte di Urbino di Federico da Montefeltro per mano di un artista non ancora pienamente identificato: si pensa a Piero della Francesca, anche se alcuni studiosi attribuiscono la realizzazione a Giuliano da Sangallo e alla sua scuola.

L’opera mostra una vasta piazza in prospettiva a fuoco centrale, al centro spicca un grande edificio circolare che fa anche da perno alla prospettiva: è un edificio religioso, rialzato da alcuni gradini e classicheggiante.
Da questo punto centrale il nostro occhio è indirizzato ad ammirare la vasta piazza, la cui intelaiatura è a scacchiera, un modello di assoluta perfezione della città rinascimentale.

La perfetta simmetria è sottolineata dai due pozzetti ottagonali posti alle due estremità nel primo piano e dagli edifici laterali, di carattere civile, somiglianti tra loro: hanno tutti dimensioni regolari, non superano i tre piani, a sinistra le logge architravate sono più squadrate, mentre la decorazione cambia negli edifici di destra, dove spicca quello in primo piano con un motivo di archi, pilastri e semicolonne che riprende l’architettura romana e ricorda le arcate del Colosseo o del Teatro Marcello.

confronto

La luce, chiara e cristallina, rende ancora più armonico l’ambiente e trasmette un senso di pace interiore, emozione che caratterizza il buon governo. Il cielo, come nell’arte nordica, digrada in toni sempre più chiari di azzurro contribuendo a creare un’atmosfera eterea e rarefatta che accentua l’idealizzazione della città.

È possibile l’ordine sociale?

Ciò che è necessario perché l’ordine regni è che la maggior parte degli uomini si accontenti della propria sorte; ma ciò che è necessario perché se ne accontentino non è che posseggano di più o di meno ma che siano convinti di non avere diritto ad avere di più

É. Durkheim

Molti sociologi si sono interrogati sulla possibilità di raggiungere l’ordine sociale.
Émile Durkheim, per esempio, sostiene che la società non può basarsi su regole fisse e formalizzare, questo perché deve contenere quella che lui definisce solidarietà precontrattuale, (dove per solidarietà si deve intendere il legame sociale): ovvero, un’implicita fiducia di base reciproca che ci porta a pensare che anche l’altro rispetterà il patto concordato.
La fiducia viene rafforzata in occasione di rituali, che creano un legame tra gli individui che si riuniscono per uno scopo comune e creano distinzione con chi invece non fa parte di quel gruppo.
Attraverso i rituali, l’identificazione e la differenziazione individuale, producono quello che potremmo definire un “NOI” e un “NON-NOI”, che permette al rituale di generare anche un sentimento di giusta rabbia e punizione per chi non rispetta i simboli sacri (dove per simboli sacri non si intende puramente quelli religiosi: tutti gli oggetti in sé non sono sacri, ma vengono sacralizzati dall’individuo – e ancora più dal NOI – dando loro importanza).

Ecco che, per esempio, per Durkheim il crimine stesso è necessario per tenere salda una società, perché mancherebbero i “riti punitivi”. Una legge, comunque, deve avere il giusto grado di rigidità, altrimenti l’individuo perde la sua identificazione con quel popolo e la società stessa cadrebbe in rovina.

 

Ma in tutto ciò, in tutta questa perfezione, chiusi all’interno di campane di vetro, ci sentiremmo davvero meglio? Sarebbe davvero raggiunto l’ordine sociale o avremmo l’impressione di vivere in una città ideale, troppo perfetta e cristallina?

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