Dall'altra parte del vetro

“Je suis Anyone” ma la libertà dov’è?

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Da quando ho letto in TV la frase “Je suis Agon Channel” ho capito che questa dicitura aveva cessato definitivamente di essere un sinonimo di libertà, l’abuso ha solo consumato il suo valore.

Da quel tragico episodio nella redazione di Charlie Hebdo ci chiediamo che fine abbia fatto la libertà editoriale, la vorremmo ma la invochiamo come delle vecchie bigotte che escono dalla messa della domenica e dopo tutte le preghiere del caso decidono di mettersi a spettegolare e criticare sul sagrato della chiesa. Non siamo pronti a tutto ciò, non siamo pronti a essere liberi, siamo quelli che postiamo sul nostro diario di Facebook una bella immagine con su scritto “Je suis Charlie” a caratteri cubitali (magari su un bel sfondo arcobaleno, perché così siamo veramente open mind) e poi minacciano su Twitter con una faccia a forma di uovo il direttore artistico di una radio per le sue scelte editoriali.

Le scelte editoriali… mettiamo il dito nella piaga? Giusto un po’, perché dietro a un prodotto ci sono tanti fattori che si traducono in una sola parola: denaro. E si, ormai le persone contano ben poco, a meno che le loro pupille non si trasformino nel simbolo del dollaro come in Paperon’ de Paperoni. È un mondo fatto di azioni, voti, potere, non chiamiamola libertà ma autorità, quella che ti porta a decidere il bene comune quando in realtà la vera felicità sta nel dare la possibilità di scegliersi il proprio piacere, meglio una strada ad ostacoli che la via verso l’imposizione.

In questi ultimi giorni la libertà editoriale radiofonica parla francese, infatti già da 21 anni le radio d’oltralpe sono obbligate ad inserire nella propria rotazione musicale musica nazionale in una quota compresa tra il 35 e il 60% e da un emendamento approvato un paio di giorni fa dal Parlamento parigino vige un ulteriore “filtro”, cioè più della metà della quota obbligatoria deve essere occupata da soli artisti emergenti. M’immagino una situazione del genere qua in Italia, avremmo una radio fatta solamente da Amici di Maria, ma forse nemmeno quelli, visto che ormai quasi tutti cantano in inglese, perché puoi anche cantare di mangiare il pollo fritto ma tanto se lo fai in inglese sei comunque un figo.

Ma seriamente, una legge del genere può preservare il vivaio della musica nazionale? È un modo per cercare la qualità nelle cose? Noi che siamo un paese estremamente esterofilo non siamo capaci di fare una cosa del genere, non siamo mica come gli spagnoli che orgogliosi del loro patriottismo chiamano il mouse per il PC “ratón”. No, noi non siamo così, come disse la Pausini un po’ di tempo fa a noi piace la musica “zum-zum” e a proposito della cassa in 4/4, chi spiegherà a David Guetta che molto probabilmente nelle radio francesi i suoi pezzi passeranno ogni morte di Papa?

Tante domande e alla fine sarà il “fai-da-te” la vera soluzione e molto probabilmente i servizi in streaming come Apple Music, Spotify e Deezer prenderanno sempre più piede portando la radio ad una morta lenta e dolorosa.
Speriamo di no.

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