2 partite, 8 gol segnati, 3 subiti (tra cui il primato del primo gol segnato da Panama ai Mondiali), il capocannoniere temporaneo del torneo, un gioco ben diverso dal classico hit and run – trademark che i britannici si portano dietro da sempre.

Cifre (e non solo) che stanno scaldando sempre più i cuori di tifosi, giornalisti, opinionisti e appassionati vari, a prescindere dal lato della Manica oltre il quale sono nati (compreso il 50% degli attuali contributor di questo social magazine). Perché un altro dei grandi mantra di chiunque segua il calcio è che questo straordinario sport sia stato inventato dagli inglesi (vero), che lo hanno poi esportato in Europa prima e in Sudamerica poi attraverso il loro dominio acqueo (vero), e di conseguenza quello giocato da loro è il vero calcio (falso). E non vorrei dilungarmi troppo nell’argomentare quest’ultima affermazione: il calcio espresso in Premier League è divertente, grazie ad un’intensità quasi fanciullesca, ma il bel gioco (soprattutto quello efficace) è altra cosa.

Ciononostante, il calcio inglese deve la sua eterna reputazione ad una delle prime leggi del marketing, che parafraseremo di seguito: non importa quanto bravo tu sia, se sarai il first mover avrai sempre un notevole vantaggio competitivo sulla concorrenza che verrà.

Ed ecco perché, nonostante la bacheca dei Three Lions sia composta da appena 1 Mondiale (casalingo, per giunta) e 1 medaglia europea di bronzo – riconoscimenti arrivati 5 decenni fa nel giro di 2 anni, tra il 1966 e il 1968, la Nazionale di Sua Maestà continua ad essere inserita tra le favorite sulla griglia di partenza di ogni manifestazione.

Eppure, avendo io quasi 30 anni ed avendo quindi visto l’Inghilterra disputare (e perdere) 6 Mondiali e 5 Europei, non ho alcun ricordo di una partenza paragonabile a quelli che i 23 capitanati da Harry Kane stanno avendo nella spedizione in Russia. Nel 1998 ricordo solo la meravigliosa Argentina-Inghilterra agli ottavi, una partita con dentro almeno altre 5; nel 2000 furono eliminati addirittura ai gironi, scatenando quell’indignazione pregna di presunzione snob che non si vedeva dall’uscita del primo album dei Sex Pistols; nel 2002 furono gentilmente accompagnati fuori da una fantasmagorica punizione del futuro campione del mondo Ronaldinho; nel 2004 furono umiliati ancora da dei madrelingua portoghesi, soprattutto dal portiere Ricardo che – neutralizzato Beckham a mani nude – segnò il rigore decisivo; nel 2006 fu ancora il Portogallo ad accompagnare gli inglesi all’imbarco, mentre nel 2010 vennero demoliti dalla prima Germania di Low.

In questa carrellata mancano solo 2 delle 11 competizioni sopracitate, Polonia2012 e Brasile2014, 1 Europeo ed 1 Mondiale in cui i britannici vennero eliminati per mano nostra: agli Europei fu merito del cucchiaio di Pirlo, ai Mondiali invece condividemmo lo strazio dell’eliminazione al primo turno vincendo tuttavia ai punti (2-1 per noi nella gara d’esordio).

E le edizioni precedenti delle varie competizioni internazionali disputate dagli inventori del calcio non andarono certo meglio, sebbene non vi abbia assistito (ma quanto avrei voluto essere davanti alla tv in quel 22 giugno 1986…).

Non ho pertanto i necessari riferimenti mnemonici e sociologici per riuscire ad interpretare questo avvio di Mondiale, in cui gli uomini allenati da Southgate sembrano finalmente essersi liberati dal fardello psicologico di onorare la memoria dei loro antenati.

Il principale motivo per il quale spero non si verifichi l’imponderabile è che non vorrei passare 4 anni a leggere i tifosi inglesi usare slogan legati a quello che gira già in questi giorni (It’s coming home), perché non avrei voglia di ricordare loro la povertà del loro Palmàres, né soprattutto la figuraccia rimediata nel 1950 (di cui, magari, parleremo un’altra volta).

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