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It l’horror che non è poi tanto horror

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It top o flop?

It è il famosissimo libro di Stephen King da cui è stata tratta l’omonima miniserie televisiva diretta da Tommy Lee Wallace nel 1990 ed esattamente 27 anni dopo Andrès Muschietti ne gira il film ispirato al primo episodio della serie. Se la trasposizione da carta a pellicola di un bestseller spaventa i fan più accaniti del romanzo qui siamo addirittura di fronte ad una matrioska di adattamenti: dal libro, alla serie tv ed ora al cinema.

Devo confessare però che non ho letto il romanzo di Stephen King (terribile mancanza lo ammetto), ma visto entrambe le trasposizioni su pellicola. Se nel libro le vicende sono ambientate alla fine degli anni ‘50 nel film siamo alla fine dei magnifici anni ‘80 e già questa è stata un’ottima mossa di Muschietti, mai come adesso gli anni ‘80 sono tornati in auge, nemmeno negli stessi anni ‘80 erano così apprezzati.
Come ogni film horror che si rispetti anche questo è stato pensato per fare paura, è riuscito Muschietti nell’impresa? Nì ( disclaimer a me è piaciuto!!!)

Pennywise/It il clown danzante è l’entità demoniaca il cui nome diventa impronunciabile per la paura che suscita al solo pensiero e si nutre delle paure dei giovani abitanti di Derry. Da quelle più infantili come la paura che nutre Stan per il dipinto nello studio del padre, a quelle più sottili e meno evidenti come la paura di Beverly per la crescita che nel film trova la sua forma nella scena del bagno completamente ricoperto di sangue, chiara rappresentazione del primo ciclo mestruale.

Come la maggior parte dei film horror contemporanei nemmeno questo è immune ai jumpscares, in questo caso il regista ne ha abusato abbastanza, il connubio jumpscares e creature mostruose/fantasiose ha reso il film un po’ grottesco in alcune sue parti, ma solo perché sono un po’ agèe e al mostro splatter che all’improvviso appare facendo ‘bu’ preferisco il non detto, il lasciato intendere, l’angoscia e la ‘paura plausibile’.

Ho trovato che il vero ‘horror’ fosse rappresentato dagli adulti di Derry: alla madre iperprotettiva e ipocondriaca di Eddie che riempie il figlio di medicinali (placebo), instillandogli ogni possibile insicurezza verso il Mondo, portatore di qualsiasi tipo di malattia, cercando così di tenere il più vicino possibile a sè il figlio. Si incontra poi il papà di Henry il bullo del film, tutta la violenza che il ragazzino sfoga sugli altri non è altro che il frutto della violenza e dell’umiliazione a cui lo sottopone il padre. Fino ad arrivare al padre su di Beverly che con la suo rapporto ambiguo nei confronti della figlia risulta essere uno dei mostri di Derry più paurosi.

Riuscire a far paura come riuscire a far ridere in un film è estremamente difficile e It riesce a intrattenere lo spettatore anche nei momenti in cui non ci sono scene prettamente horror grazie alle divertenti conversazioni tra i giovanissimi protagonisti. Uno dei punti forti di questo film è infatti l’incredibile caratterizzazione dei personaggi, i protagonisti non sono solo un nome e una faccia, hanno una storia e il regista se ne fa portavoce. Il ‘gruppo dei perdenti’ ricorda i protagonisti di Stranger Things o i Goonies o ancora riporta indietro fino ad Et. Muschietti è riuscito a far ridere la platea in più di un’occasione proprio grazie a questo aspetto. Menzione d’onore va sicuramente a Finn Wolfhard, Richie, il protagonista di Stranger Things che in questo caso è una perfetta spalla comica.

Tanto quanto i giovani e simpatici protagonisti sono ben descritti nel corso della pellicola Pennywise interpretato dall’ attore svedese Bill dà il meglio di sé nella famosissima scena iniziale del tombino, limitando il resto delle sue apparizioni ai ben noti momenti di ‘salti di paura’ anche se di questo non si può colpevolizzare il giovane attore essendo questa una scelta registica.

Detto questo i dialoghi sono divertenti, il cast funziona, il restyling di Pennywise mi è piaciuto, lo splatter c’è, ma non troppo, in poche parole: It funziona, non entrerà nella top ten dei miei film horror preferiti, ma è riuscito ad intrattenermi per due ore senza farmi rimpiangere i soldi del biglietto, missione compiuta direi!

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