Ho imparato a scrivere le prime parole a 3 anni o poco più. Non so se sia un’età precoce, qualcuno dice di sì, ma non ha molta importanza. Io scrivevo perché mi piaceva l’azione di scrivere, e soprattutto mi piaceva il risultato: vedere tutti i ricettari di mia mamma imbrattati con le stesse tre parole (Anna, pane, rana) mi faceva felice, anzi forse è più esatto dire che mi dava soddisfazione. Nulla a che vedere con una bambina prodigio, ero semplicemente una bambina che aveva trovato la sua dimensione con una biro nera in mano. Al tempo scrivevo solo per scrivere e credo molto onestamente che sia una fra le cose più belle ed importanti che una persona possa fare. Scrivere per scrivere, senza corruzione, senza secondi fini, senza lettori se così deve essere.

A 6 o 7 anni ho prodotto le mie prime storie, scritte piano piano in Word 98 al computer e stampate con l’aiuto di mio fratello, per poi rilegarne le due pagine copertina esclusa e mostrarle a tutti con l’orgoglio inconsapevole di chi pensa di aver fatto qualcosa di straordinario.

matilda

Erano principalmente storie di animaletti che dovevano affrontare mille difficoltà per raggiungere la tana da cui si erano allontanati o tutt’al più  racconti di ragazzini della mia età con qualche super potere; una volta si è addirittura trattato di un libro scritto a mano e rilegato con lo scotch che conteneva un fac-simile della storia di Jack Dawson, il protagonista del film Titanic che al tempo era la mia ossessione. Ricordo quella storia a memoria, una tragedia che farebbe impallidire qualsiasi nona puntata di qualsiasi stagione di Game of Thrones.

Ho sempre avuto ottimi voti in italiano a scuola ma la gioia per quelle valutazioni era effimera, al contrario dell’enorme felicità che provavo ogni pomeriggio quando mi sedevo alla scrivania troppo alta di mio fratello e liberavo ogni goccia di immaginazione , esprimendola con parole che nemmeno comprendevo del tutto ma che dovevo, dovevo provare ad usare nel modo giusto. Ero pignola, avevo una passione sfrenata, e consumavo carta e penna quasi fosse il mio lavoro. In effetti, la cosa più curiosa è il pensiero di me a 8 anni, sommersa da fogli e parole, che decido che da grande voglio fare la giornalista. Non la scrittrice, la giornalista. Potrebbe sembrare un’idea incoerente rispetto alla mia purissima passione per la scrittura, che poco si sposava con il complesso e spesso viziato mondo del giornalismo, ma io mica lo sapevo al tempo, e “giornalista” mi pareva più glamour di “scrittrice”. Nessuno è perfetto.

Comunque, allora ero convinta che sarei riuscita sempre a scrivere solo e soltanto per scrivere, e in effetti ci sono riuscita. Probabilmente ci sono riuscita proprio perché non sono mai diventata una giornalista e ho preferito saltare da un’avventura all’altra, da un progetto all’altro e da un viaggio all’altro per avere tantissimi nuovi pezzi di me da mettere su carta. Sì, sono la persona che pensa qualcosa e la annota al momento, ho sempre carta e penna con me e conservo decine di diari, quaderni e taccuini con sopra storie incompiute, emozioni annotate, cronache prive di oggettività e racconti di fantasia d’ogni genere. Sono esattamente quella persona.

Poi all’improvviso, più o meno quando avevo 12 anni, è arrivata Lei. Il capitolo più importante, la maggiore espressione di me, il racconto di me stessa, il mio vero modo di scrivere per scrivere. La poesia.

poesia

Pur essendo ora una grande appassionata di poesia e conoscendo bene la metrica, le figure retoriche e la letteratura poetica in generale, la poesia che scrivevo (e scrivo) io e qualcosa di molto più maldestro e spontaneo rispetto alla poesia vera, quella che conta. La mia poesia mi ha permesso di gettare parole al vento e raccogliere versi con significati così vicini a me da toccarmi il centro del cuore. L’incompresa poesia, l’outsider della letteratura, è diventata parte fondamentale di me e della mia storia.

Ho cominciato scrivendo le stesse tre parole su tutti i “Cucinare Bene” di casa mia e sono finita con in mano un premio della Casa della Letteratura di Trieste per una delle mie poesie, che avevo scritto solo per scrivere, come sempre. Non permetterò che questo cambi perché è ciò che dà valore alle mie parole: continuerò a scrivere, e lo farò con tutta l’onestà di cui sono capace Questa è una promessa che faccio alla bambina che imbrattava ricettari 22 anni fa e ora vuole fare la copywriter.

 

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