Tredici maggio millenovecentocinquantuno.

Cinque giugno millenovecentocinquantatre.

Due giugno millenovecentosettantasette.

Ventisette novembre millenovecentosettantanove.

Due maggio millenovecentonovantuno.

Papà, mamma, sorella, fratello, io. Date di nascita. Prove di distanza temporale che sfiora il generazionale fra me e mio padre. E fra i miei fratelli e me, quella distanza è stata come un fiume a separare due lembi di terra. A meno di volerlo guadare, a meno di volerci costruire un ponte, saremmo stati divisi e ci saremmo guardati da una riva all’altra senza poterci mai toccare.

Il fiume poi l’abbiamo guadato, i ponti poi li abbiamo costruiti, ognuno a modo suo. Ma queste date, anzi gli anni che le le separano, hanno comunque significato un sacco di cose nella mia vita. Fra tutte, ce n’è una che è la sintesi di ogni bene e ogni male che il tempo ci ha saputo portare, e quella cosa è la musica.

Da quando ho memoria, ho sempre ascoltato un sacco di musica e cantato qualsiasi cosa riuscissi a memorizzare e riprodurre, dalle pubblicità alla tv alle sigle dei cartoni alle canzoni dei film, in qualsiasi lingua. Mia zia dice sempre che prima di imparare a muovermi, già recitavo, e prima di imparare a parlare, già cantavo.

Forse per questa mia velleità da performer, uno dei primi regali che abbia mai ricevuto e che ricordi è stato un walkman blu e argento della Sony, insieme a un paio di audiocassette con le canzoni di Cristina D’Avena. Al tempo mio fratello e mia sorella ascoltavano la musica dallo stereo in camera e da quello in salotto. Mia madre teneva una radiolina in cucina, e mio padre trascorreva la maggior parte del tempo in macchina quindi erano i pochi canali dell’autoradio a scegliere forse un po’ troppo arbitrariamente cosa dovesse ascoltare lui. Ognuno aveva la sua dimensione, e le amavamo tutte con dedizione e lealtà.

I miei non sono grandi esperti di musica. Però ascoltarla gli piace molto, quello sì, da sempre. Sono ferrati con l’italiana degli anni 50-60-70, e poi gli piacciono le melodie facili da amare della musica odierna tipo Adele, Mengoni, Sam Smith.

I miei fratelli, pur appartenendo alla stessa generazione, ne hanno assorbito influenze completamente diverse. Da adolescenti amavano molto la musica, tutti e due, ma musicalmente non si amavano molto a vicenda. Credo li mettessero d’accordo solo i Pearl Jam. In ogni caso, ascoltavano principalmente cose molto diverse. Fra i ricordi vecchi di 20 anni che mi stanno da qualche parte nel retro degli occhi, c’è quello di entrare in salotto con “Torn” a volumi indicibili e mia sorella che ci canta sopra ad un volume ancora più forte e sei ottave sopra. E io esco, scappo, e salgo in camera per trovare una canzone di Nimrod dei Green Day a volumi indicibili e mio fratello che ci suona sopra con la chitarra. E allora esco, scappo, ma mica perché non mi piace ciò che ascoltano. Quello era il loro mondo, e io un po’ lo sapevo e glielo volevo lasciare.

Mia sorella aveva i Cranberries, Tiromancino, Dido, Alanis Morissette, Natalie Imbruglia. Cantava tanto, cantava benissimo. Mio fratello seguiva i Blink, i Punkreas, i Nirvana, i Pantera, a giorni alterni i Verdena. Appena ha imparato a suonare abbastanza bene ha messo su un gruppo, i Crystal Lake. Loro successi non molti, soddisfazione mia incalcolabile: ero la sorella di una rockstar. Mia madre aveva Ron, Mia Martini, le canzoni che mio padre le aveva dedicato quando erano fidanzati. Mio padre adorava Celentano e annessi; aveva comprato l’audiocassetta di Romanza di Bocelli e io me la rubai per ascoltarla nel walkman.

Così, nel 1997 la mia playlist interiore conteneva “Vorrei incontrarti fra cent’anni”, “Con te partirò”, “Il vicino” e “Just my imagination”. E la sigla di Sailor Moon. Tutto insieme, estremamente incompatibile eppure senza contrasti. Quella musica, condivisa dai miei famigliari a volte loro malgrado e a volte, ne sono convinta, per farmi sentire meno lontana da loro, meno piccola e meno giovane, è stata la gettata di cemento su cui ho costruito il mio gusto musicale che oltre 20 anni dopo si mantiene così, incoerente ma saldo. Ogni mio umore di oggi, come i miei ricordi, ha una playlist dedicata che comincia quasi sempre da una canzone che ho sentito da mio fratello o mia sorella, mia mamma o mio papà. I 40 anni che mi dividono da lui ora sono pieni di canzoni, tutti i pomeriggi in cui Enrico mi suonava Good Riddance al posto di studiare sono punti fermi nella mia memoria. E anche le volte in cui mia sorella mi rispondeva male e per farsi perdonare mi faceva le trecce ai capelli cantando “La descrizione di un attimo”. O quelle in cui preparavo i crostoli con mia madre e mio nonno e ascoltavamo il cd di Michael Bolton.

Questo è stato l’inizio della musica nella mia vita. Prima di diventare passione, dedizione, corsi di canto, curiosità, investimento, quotidianità, ossigeno, sperimentazione, intrattenimento, centro e nucleo di me, legame con altre persone e altri luoghi… è stata un gancio. Uno che abbiamo sempre utilizzato e di cui non abbiamo mai parlato, se non attraverso la musica stessa. Siamo cresciuti tutti, da allora: mia sorella è diventata più rock, mio fratello rock in altra maniera, mio padre si intrattiene con cover piene di armonizzazioni vocali e mia madre con le classifiche di Radio Deejay. Io continuo ad ascoltare tutto questo e altro che ho scelto io, e che ogni tanto cerco di far ascoltare anche a loro per restituire quello che, forse senza saperlo e in modo molto poco canonico, mi hanno trasmesso.

Mio fratello qualche anno fa mi ha regalato una chitarra acustica. Devo ancora imparare a suonare, ma è uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto. Nel 2013 io e mia sorella siamo andate insieme al concerto dei Green Day. E a giugno andremo a quello dei Pearl Jam. Spesso la domenica mentre mi preparo per uscire metto su Sam Smith da Spotify, apparentemente senza motivo ma in realtà perché so che piace un sacco ai miei.

Papà, mamma, sorella, fratello. Nel cervello ho compilation intere con scritti sopra i loro nomi o le loro date di nascita. La musica non è riuscita ad avvicinarle, però ci ha dato un senso. Il mio primo vero Senso.

 

 

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