Arte in pillole

Il mio omaggio a Parigi: Saint Denis

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Non avrei voluto scrivere un articolo sul terrorismo all’interno della mia rubrica, per il semplice fatto che mi imbatterei in questioni che non so trattare con oggettività, ma è arrivato anche il mio momento.
Non parlerò dei fatti accaduti, non mi compete, diciamo che, come al solito, farò a modo mio, premettendo il mio omaggio con un flusso di coscienza scritto al volo in treno.

E’ un continuo botta e risposta, dove perdono la vita persone che non c’entrano nulla con la loro guerra all’ultimo “io ho la bomba migliore, sono più forte perchè distruggo il tuo paese e faccio fuori più persone rispetto a te”.
Parlerò di Parigi, ma questo non vuol dire che non pensi a tutte le altre stragi in corso.
Non lo dico per proteggermi dietro queste parole o per far la buonista: parliamoci chiaro, ragazzi, degli attentati di Parigi se ne parla di più, in questo momento perché ci toccano più da vicino. Non perché ci sono morti di “serie A” o di “serie B”, ma perché ci sentiamo veramente minacciati, ora, e ci viene da chiederci se noi siamo i prossimi.

In vent’anni ho dato per scontato di non assistere mai alla guerra, forse neanche di sentirne parlare così. Vivevo nella mia campana di vetro pensando che questa fosse una realtà distante da me.
Ora, a vent’anni sono quasi costretta a prendermi del tempo per pensarci, almeno per realizzare l’idea di “cosa significa guerra” e arrivo alla conclusione che mi trovo più o meno (sottolineo più o meno) nella situazione in cui si trovavano i miei nonni 75 anni fa.
Anche se credo che questa sarà una guerra diversa dalle altre, una guerra che prima di essere combattuta con le armi è stata combattuta contro la cultura.
Questo mondo ci vuole ignoranti e malleabili? Vogliono mettere il silenziatore all’arte? Distruggere il passato perché ignobile e uccidere il futuro perché troppo virtuoso?

Ho visto l’hashtag #sevispacemparaculturam e mi unisco: oggi vi parlo di Saint Denis, direttamente coinvolta negli ultimi giorni coi drammi di Parigi.

La chiesa abbaziale di Saint Denis è la culla di un nuovo modo di costruire, che negli anni passerà sotto il nome di Gotico, forma artistica nata negli anni Quaranta del XII secolo nell’Ile de France e che (in breve) vede come elementi principali: la volta a costoloni, i contrafforti, l’arco rampante e l’arco acuto che andrà più avanti trasformandosi in ogiva. Lo scopo di questo nuovo modo di costruire è quello di rendere autoportanti (e quindi più leggere) le strutture architettoniche troppo massicce costruite nel Romanico.
Le prime sperimentazioni vengono condotte dall’Abate Suger, monaco col quale si ebbe una rivalutazione del pensiero umano e della natura delle materie che egli plasma.

Nel 1132 inizia a progettare i lavori di ricostruzione della chiesa secondo le esigenze storiche, culturali e artistiche che investivano quell’epoca. Con l’insediamento della dinastia capetingia la Francia gode di un lungo periodo di stabilità politica che favorisce anche la trasformazione delle arti e degli artisti, permettendo loro di sperimentare, viaggiare e lavorare non solo per committenze private, venendo quindi sempre meno considerati dei semplici esecutori e dando loro maggior autorevolezza nel lavoro.

La prima necessità di Suger è quella di ampliare l’ingresso, sostituendo alla facciata troppo stretta, la grande facciata a tre portali.
I portali e l’abside sono gli unici elementi gotici nei quali Suger ha voluto sperimentare le nuove tecniche:
gli ingressi sono costituiti da contrafforti polistici, ovvero una serie di colonne a fasce che permettono di scaricare il peso delle volte e rendere più leggera la struttura; in più, in un rapporto massa-luce sopra il portale centrale sceglie di sovrapporre alla finestra un rosone.
L’abside, invece, è costituita da un doppio deambulatorio (corridoio) con cappelle radiali ciascuna illuminata da due grandi finestre. Deambulatorio e cappelle sono coperte entrambe da un’unica volta in modo che le colonne del deambulatorio possano essere sottili e i finestroni delle cappelle possano illuminare anche la navata.

a destra il deambulatorio, a sinistra la navata della Chiesa di Sait Denis

Fin dall’età carolingia questa chiesa contiene le reliquie dei Re di Francia e per questo venne rovinata durante la rivoluzione francese.
Con Saint Denis si comincia a parlare di opus francigenum, ovvero un modo tutto francese di costruire le cose.
Ma in particolare questa chiesa costudisce una novità, incarnazione del pensiero di Suger: la possibilità della ragione umana di raggiungere e mostrare Dio attraverso l’espressione rigorosa, geometrica, e perciò espressione della bellezza.

Suger fa di tutto per illuminare la chiesa naturalmente, fare luce, dare chiarezza ai fedeli.
E in un periodo in cui invece si sta spegnendo tutto mi appello alla sua volontà di lux continua.

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