Astuta strategia di marketing o semplice trovata dal gusto necrofilo? Siamo andati ad analizzare le possibili ragioni di un’ondata di film che sta invadendo i nostri schermi, i cui attori o registi sono però già morti e sepolti.

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Forse neppure il grande George A. Romero, padre del cinema zombie, avrebbe saputo immaginare un fenomeno simile a quello che le nostre sale cinematografiche stanno vivendo in questi giorni. Succede infatti che per strane coincidenze, o per furbe trovate delle case di produzione, il genere dei film postumi la farà da padrone nelle prossime settimane di programmazione cinematografica. La magia del cinema, si sa, è quella di far avverare su uno schermo i sogni più fantasiosi del nostro immaginario. Ma c’è un limite preciso tra immaginazione e necrofilia e succede a volte che l’omaggio a una star venuta a mancare, si trasformi in una spietata e cinica trovata in cui l’unico scopo è riuscire a far salire gli incassi al botteghino.

Il fenomeno non è solo di matrice americana. Anche il nostro Paese ha voluto dire la sua proprio in questi giorni, proponendo l’ultimo lavoro di Carlo Mazzacurati. Regista veneto venuto a mancare appena tre mesi fa, ma che ora è al cinema con “La sedia della felicità”. Una commedia gradevole e vagamente grottesca, in cui Valerio Mastandrea e Isabella Ragonese sono alla ricerca di un tesoro nascosto in una sedia. Il film ha tutte le caratteristiche dello stile del regista, così come una fine intelligenza nel saper raccontare la vicenda, nell’approfondire le psicologie dei personaggi e un’indiscutibile ironia qui forse troppo legata al contesto locale. Apprezzata cioè da chi in Veneto ci vive, ma forse non altrettanto efficace per gli altri spettatori che non conoscono nei dettagli questa realtà.

E se noi italiani ci distinguiamo per un post-mortem scherzoso e d’autore, gli americani replicano celebrando da una parte la figura del bello e maledetto Paul Walker, e dall’altra ricordando l’immensità (fisica e attoriale) di James “Soprano” Gandolfini. Entrambi spariti un paio di mesi addietro. Il primo torna sui nostri schermi con due titoli ai limiti del verosimile. In ordine di uscita stiamo parlando di “Brick Mansions”, pellicola prodotta da Luc Besson della durata di neppure 90 minuti, in cui lo spettatore si troverà al centro di inseguimenti a velocità folle e particolarmente movimentati, e di scontri all’arma bianca a dir poco incredibili. In entrambi i casi poco o nulla viene fatto per limitare l’azione alla verosimiglianza e in qualche occasione si ammicca apertamente al surreale, quasi a specificare che lo spettatore deve solo sedersi e godersi lo spettacolo che gli viene propinato. Stessa filosofia che in fondo si nasconde dietro all’ultimo capitolo della saga di Fast & Furious, nelle sale dal 2015, in cui troviamo ancora una volta il biondo Walker. In questo settimo capitolo, il gruppo di Dominic Toretto dovrà affrontare Ian Shaw, il fratello di Owen in cerca di vendetta. Azione e corse clandestine sono garantite al 100% .

Più riflessivo e meno fracassone di quelli appena citati, l’ultimo film interpretato da James Gandolfini: “Non dico altro”, in uscita nelle nostre sale Giovedì 15 Maggio. Un commedia amara, ai limiti del dramma che vede come protagonista una massaggiatrice divorziata che finirà per stringere un forte legame con Gandolfini. La pellicola è stata molto apprezzata da pubblico e critica americana, ma da noi non dovrebbe riscuotere più di tanto successo, viste le tematiche affrontate. Sta di fatto che queste quattro pellicole sono un esempio lampante di come il cinema postumo oggi venga usato dai produttori come mezzo di profitto economico e sempre meno di guadagno artistico e culturale. Perfino il re del pop Michael Jackson non trova pace e viene ripubblicato nei negozi di dischi con gli scarti dei suoi demo musicali. Un’ondata necrofila che in molti casi rischia di diventare fastidiosa e irrispettosa, ma su cui possiamo lasciarci con una riflessione. Quella di imparare ad apprezzare di più gli artisti nel loro tempo invece che concedergli inutili glorie solo una volta dopo averli sepolti in freddi mausolei eretti sui sensi di colpa.

Alvise Wollner

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