Figli delle stelle

I Feel You, Antonella

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I pezzi con le parole “fa fa fa fa fa” o sono canzonatori (vedi Elio) o sono trash (il correttore di TextEdit mi aveva proposto trans). Invece in Solo Tu dei Matia Bazar, quando arriva il coretto con “fa fa fa fa fa” senti l’apice di un pop che da lì in poi nessuno in Italia avrebbe celebrato così. Quel singolo, uscito nel ’78 è l’inizio di una sfilza di successi che avrebbero stabilito la voce della Ruggiero al pari di – tanto per dire le mie preferite di quegli anni – Giuni Russo, Anna Oxa, Alice, Loredana Berté e Mia Martini.

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Il gruppo genovese aveva esordito negli anni Settanta con dei pezzi che rimandavano al folk lounge (Stasera… che sera!) e si presentava come una delle tante band fatte di capelloni, la Ruggiero portava gonne lunghe e capelli spettinati; gli altri (quattro maschi) con le barbe incolte suonavano organetti rock, strumentazioni standard e avevano una strana aura di gruppo freak-mainstream. All’inizio i testi si orientavano sul binario della canzone d’amore pop e rimandavano in qualche modo alle idee di Battisti. In Stasera… che sera quando Antonella va su con lo scat (il “fa fa fa”) hai un brivido che ti fa alzare la pelle. Peccato che la svisata vocale duri pochissimo e sia pure in coda.

Meno noto, ma non per questo meno valevole, è il lato B del singolo d’esordio. Si intitola Io, Matia. Antonella spinge con un’improvvisazione blues psych prog che manco Janis Joplin.

L’Italia ci mette un po’ a capire che la piccolina è una bomba, e ha bisogno del capolavoro. Nel ’78 Dirsi Ciao vince San Remo, ma non va, non sfonda (in effetti è una canzone minore nel loro repertorio). Bisogna aspettare gli anni ’80. Antonella è genovese, come gli altri Matia. Le poche volte che son stato a Genova mi son chiesto se effettivamente i genovesi fossero pazzi. La gente che incontravi nei bar s’incazzava ma poi alla fine ci beveva sopra un bicchiere col sorriso, il cibo era splendido, e le donne avevano qualcosa che non capivo, che non ho mai capito. Sarà stata l’espressione un po’ schiva, il colorito chiarissimo o la camminata svelta… questo mistero è incarnato anche nella voce della Ruggiero. Non la capisci. Non puoi. Puoi solo sentirla.

Quando entrano gli ’80 con i synth, le tastiere dei Kraftwerk e la musica elettronica, loro sono lì pronti. Nel loro disco di cambio di rotta modernista Parigi, Londra, Berlino i movimenti della cantante cambiano. Da freak a wave, un po’ come i robottismi dei Righeira. Electro da panico con movimenti scattosi. Stilosissimi. Roba da punk. Di questo pre-boom il pezzo chiave è Elettrochoc.

Dopo aver fatto gli hipster tornano a San Remo nel 1983 con la bomba in tasca. Al festival c’era Toto Cutugno con L’italiano e Vasco strafatto con Vita spericolata. Loro spaccano con Vacanze Romane. Spaccano tutto. Storia. Synth. Lei è una geisha vestita di bianco e sembra Sean Young, la replicante di Blade Runner. Una sensualità nascosta à la In The Mood For Love. L’amante che non parla spesso, ma che con la persona e il canto basta e avanza.

Nel 1985 esce Ti sento: “Mi ami o no?” Un mantra. Semplicissimo. Apice della melodia pop per Antonella, che non sforza niente, non tira la voce, non graffia la gola. È tutto così naturale che quel ritornello mixato con il neo appena sotto il labbro resterà per sempre il suo biglietto da visita. Un’icona. Qui sotto il video della versione in inglese (I Feel You). Lei speciale sirena dark che assomiglia a Helena Bonham Carter nel film di Tim Burton.

Nel 1989 – alla chiusa degli ’80 – Anto esce. E per me finiscono pure i Matia. Poi lei farà altro, ma quella magia finisce lì. E forse è un bene che sia finita così. Di meglio non avrebbero potuto fare. Una candela che ci ha messo tre lustri a spegnersi, ma che conserva un sapore di classico pop inarrivabile. A pensarci bene i Matia sono stati i nostri Tears For Fears. Il chitarrista Carlo Marrale assomigliava pure a Roland Orzabal.

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