Ho preso il mio primo aereo all’età di due anni: i miei mi hanno portato in Venezuela. A dicembre scorso sono andata a Marrakech, viaggio che ha segnato per me una sorta di traguardo: appena messo piede in Africa, infatti, ho toccato il mio quinto continente. Ci ho messo 23 anni, ma ho finalmente potuto completare uno dei propositi nella mia lista di cose da fare nella vita. Ovviamente è un traguardo simbolico, visitare una città di uno stato di un continente non vuol nulla, ma nel rendermi conto di averlo fatto ho sentito l’eco della mia voce che mi diceva che era una cosa figa e che potevo farlo mezzo sorriso, se non altro perché avevo mantenuto una promessa fatta a me stessa. Ho chiuso un cerchio e ho iniziato a dipingercene uno più grande intorno. Ora non basta vedere una città per ogni continente, ora voglio vivere di più.

Innanzitutto, Amsterdam a metà febbraio è un’ottima idea. Fa un freddo illegale, ma se siete fortunati e trovate delle giornate di sole o comunque di non pioggia, diciamo così, è il momento ideale per evitare la ressa di aprile con la Festa del Re o dei mesi più caldi.

Ma la scelta in assoluto più azzeccata è stata quella dell’alloggio: abbiamo deciso di prenotare una houseboat, in sostanza un’imbarcazione adibita ad ostello/hotel. Quello che non è sempre chiaro in questi casi è che la tipologia di imbarcazione fa davvero la differenza, e noi ci aspettavamo di trovarci su una bagnarola esposta alle intemperie dove si dorme in amaca e ogni tanto si deve buttare l’acqua fuori col secchio. Ecco, no. Hotelboat Angeline è una specie di traghetto attraccato ad Oosterdok, che se lo chiedete a me è più stabile di casa mia, gestito da due tizi australiani simpaticissimi e gentili che preparano delle colazioni incredibili.

Amsterdam mi è piaciuta tantissimo. Non abbastanza, non tanto. Tantissimo. E non lo dico perché gli unici ricordi che ho sono influenzati dall’uso e abuso di droghe più o meno leggere, al contrario tutto quello che ho davvero amato di Amsterdam è ben al di fuori dell’immagine che fa sorridere la gente a cui dici che ci vai.

Ho sorriso passando davanti alla scritta Iamsterdam, che noi abbiamo bellamente ignorato per trascorrere un’ora al gift shop dello Stedelijk Museum in attesa che si liberasse un tavolo da Bakers and Roasters, locale non lontano dai musei dove servono brunch fino alle 4 di pomeriggio e che vale tutta l’attesa.

IAmsterdam

E poi il bar Brecht, con le sue poltrone sfondate e l’autentica aria dandy. Ci siamo entrati per caso, persi in città e stanchi del freddo pungente: ci siamo ritrovati in un tempo passato, dove fra una partita a scacchi e una cioccolata calda l’atmosfera vivace e il profumo di vintage ci hanno avvolti e coccolati. La bellezza scoperta senza averla cercata è davvero, davvero la bellezza più vera.

Passiamo all’argomento biciclette: io ad Amsterdam la bici non l’ho presa. Ci sono più bici che persone, più bici che auto, più bici che qualsiasi cosa, e io non ho preso la bici. Ho osservato famiglie biondissime in fila indiana coi caschetti coordinati, anziane signore con fiori nei cestini che salutavano amiche per strada, ragazzini che si inseguivano nel pieno rispetto della segnaletica a loro dedicata sulla ciclabile. E mi è piaciuto così, mi è piaciuto osservare le bici di Amsterdam senza salirci.

Mi sono lasciata stupire dalle finestre delle case senza tende. Sei in centro, cammini, scorgi una luce alla finestra del piano terra e ti senti attirare come da un magnete: ti giri, ti avvicini, scopri che fra te e il soggiorno di un perfetto sconosciuto che guarda la tv in mutande c’è solo un vetro sottile. Tende? Col cavolo sorella, ad Amsterdam le case vere, quelle della gente vera, non hanno le tende. Proprio in questa normalità così anormale ai miei occhi ho realizzato che non serve andare lontano per incontrare la diversità vera, per scontrarcisi quasi e poi decidere di apprezzarla.

Amsterdam Houses

Credo sia normale che un luogo ti plasmi. Succede, che tu lo accetti o meno, che tu lo programmi o meno, succede perché se un luogo arriva a diventare parte di te al di là dei compromessi e degli ostacoli, se occupa il tuo tempo e la tua quotidianità, quel luogo diventa te, in qualche modo. Funziona così, siamo fatti anche di luoghi. Ma a volte vivere una città da spettatore come ho fatto io con Amsterdam è il meglio che ti possa capitare, ti regala riflessioni inattese, forse idiote, ma memorabili. Non tutti siamo fatti per avere le finestre senza tende, ma tutti possiamo imparare qualcosa da una finestra senza tende.

Amsterdam per me è come una zia elegante e di successo che non vedo mai perché abita lontano, ma a cui non posso che volere bene per la sua generosità umile. Porta con sé una nostalgia priva di tristezza, grigia e colorata al contempo, e quest’alternanza è spigolosa a volte, a volte equilibrata. È un quadro fiammingo dove il pittore ha giocato incredibilmente bene con la luce, e io sono stata una visitatrice del museo dove quel quadro è esposto, incorniciato e splendente, ma senza vetro: perché Amsterdam è accessibile, si fa toccare, ti prende per mano, ti mostra la sua personalità tutta nordeuropea con delle scintille che solo lei ha, che solo lei sa.

Amsterdam è una danza di contrasti bilanciati, senza eccessi. Garbatamente, mi ha invitato ad unirmi al suo valzer, ma sapevamo entrambe che non sarei mai stata sua partner in questo viaggio; sono stata un’entusiasta ospite che si è lasciata accompagnare alla sua scoperta, senza mai sentirmi parte della realtà che avevo intorno e accettando semplicemente di apprezzarla, di entrarvi in punta di piedi e altrettanto leggermente lasciarla, come qualcuno che si è innamorato di lei ma non è arrivato ad amarla.

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