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I 5 brand più instagrammabili al Pitti94

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C’è sempre una prima volta. E la mia, al Pitti Uomo 94, è stata straordinaria.

Un evento che ha generato sui social 7 milioni di interazioni, il 97% delle quali da Instagram , come riporta il sito ufficiale.

Grazie ai colori, ai tessuti, ai pattern estremamente ricercati, alcuni brand sono in grado di attirare l’attenzione come calamite: i padiglioni si alternano tra stand estrosi e la classicità raffinata di capi senza tempo e riflettono la voglia di sperimentare dell’uomo 2019.

Pop. Il mantra dell’edizione numero 94 del Pitti Uomo ha a che fare con la cultura tanto amata da Andy Warhol: optical, lineare, coloratissima, psichedelica e contemporaneamente elegante, dandy, che si ispira alla rivendicazione della modernità verso un abbigliamento must have, reinterpretato in chiave spiritosa e casual.

Con il colore e la stravaganza, io, personalmente, ci vado a nozze. Ecco qui un elenco non solo dei brand che ho preferito girovagando per i padiglioni di questo Pitti Uomo 94, ma di quelli che ho trovato più promettenti da comunicare sul digitale e soprattutto sul canale Instagram, il social network più utilizzato dai giovani utenti nativi digitali tra i 18 ed i 30 anni

  1. @moa_masterofarts

Ho immediatamente avuto un colpo al cuore. Topolino sulle decolletè, con tanto di orecchiette e piccoli disegni sulla foto still life, sneakers coloratissime firmate da uno degli Street Artist più interessanti del panorama italiano (TvBoy):  a Master Of Arts non manca niente, forse solo la mia cessione del quinto. Non guardate né il profilo Instagram né l’online shop troppo spesso se siete amanti dei classici Walt Disney o dell’arte Banksyana e politicamente impegnata o dovrete togliere il tavolo da pranzo per fare posto all’ennesima scarpiera.

Solo un consiglio, amici di MOA, se posso permettermi: le stripe a 3 a 3 con motivi geometrici sono un po’ uno sbatty e non aggiungono nulla al vostro bellissimo e coloratissimo profilo Instagram, soprattutto quando postiamo una foto più recente che fa scivolare lo schema. L’idea del disegno sulle immagini di photoshooting che mischia l’arte grafica alla comunicazione del catalogo è invece splendida e perfettamente in linea con il vostro taglio giocoso.

Chapeau!

2.  @bretelleandbraces

Che uomo, l’uomo con le bretelle e il papillon! Stampe trendy, dandy, optical, pop.

Ci vuole sapienza per rendere accessori agèe, sinonimo dell’eleganza dalla notte dei tempi, un capo fashion e contemporaneo.

Bretelle Italiane, made in Treviso, cattura l’attenzione degli hipster e porta lo stile ad un livello superiore. Nati in un garage come le più importanti digital company del momento, hanno in mano un prodotto multi-sfaccettato come un diamante che chiede solo di essere estratto, una gemma fatta a mano. Il potenziale comunicativo del brand si trova in ogni millimetro di stoffa, in ogni piccolissimo ago utilizzato per realizzare papillon, bretelle e cinture per un uomo che non ha paura di osare.

Le immagini postate su Instagram provenienti da photoshooting sono interessanti e non peccano di originalità. Forse c’è da lavorare sulle caption che potrebbero raccontare il brand ed esaltarne l’artigianalità, anche attraverso delle visual guidelines che uniformino il feed e lo facciano apparire più omogeneo. Un’azione di micro-influencer marketing, poi, ben targhettizzata e verticale sull’eleganza dell’hipster, insieme alla costruzione di un e-commerce su commessa, manterrebbe l’artigianalità del marchio e creerebbe aspettative e code che Supreme levati.

3. @arkistar_official

Passi da Arkistar e ti arriva una botta, subito, in piena faccia. La parola d’ordine è fluo, al limite dello psichedelico. Ti devi fermare un attimo a guardare bene: lo stand è veramente catchy a livelli altissimi. Si cavalca l’onda lanciata da Balenciaga e Nike, con la revisione completa della classica sneaker, (finalmente) privata del fardello dell’unica funzione che le è stata assegnata anni fa: quella di una scarpa comoda da usare in palestra. Arkistar esalta la comodità di una scarpa urbana che trascende il genere, pennellandola con colori evidenziatore, suole alte e senza lacci. Non è il mio genere (ma chi sono io per avere voce in capitolo, comunque) ma mi piace perché è innovazione allo stato puro.

Il profilo IG è di nuovissima apertura e ancora troppo poco giudicabile. Ad oggi, necessita del racconto dell’idea, della scelta di quei colori incredibili, photoshooting e caption più descrittive. Il marchio, nuovo, ha necessità di venire riconosciuto come unico quale è e far percepire l’aspetto urban e il segmento di mercato.

Troppo presto: CBCR (=cresci bene che ripasso)

#pitti #pittiuomo #pittimmagine #shoes #design #arkistar #arkistarshoes

Un post condiviso da Arkistar (@arkistar_official) in data:

4. @l10trading

Più che una modaiola, sono una nerd. Quando ho visto L10Trading il mio cuore ha saltato un battito.

Robottoni, cover, polaroid, teschi, oggetti kawaii di dimensioni umane, candele, power bank e casse bluethoot ispirate ai videogiochi, vibratori di design, lampade. Se esiste il paradiso, me lo immagino così.

L10Trading non è un brand ma un distributore che intende porsi come intermediario tra i brand e i retailer. E grazie a Dio lo fa e non vende B2C, perché altrimenti dovrei cedere un altro quinto di stipendio.

Non è semplice comunicare B2B su Intsagram (che ve lo dico a fà). Se vi è possibile, aprite un e-commerce con tutti i vostri marchi il e diventate il prossimo Mr. Wonderful o Troppo Togo ragazzi.

Meglio ancora, con tutti i contatti che avete, createvi una linea con il vostro nome e aprite nelle più grandi città i vostri nuovi monomarca. Tiger sta già tremando.

5. @massimobonini_showroom

Un profilo ad alto tasso di acquisto. Massimo Bonini è un grossista di accessori e scarpe di lusso, forte di quasi 30 anni di esperienza e 40 brand celeberrimi, oltre ad un Press Office specializzato in eventi, media planning, digital PR e product placement: sento già i gentili “vaccagà” per quello che scriverò nelle prossime righe.

Le foto sono splendide e generalmente prese con cortesia dai cataloghi, photoshooting o social network dei brand parte dello showroom. Non lo seguo perché cedere un altro quinto del mio stipendio significherebbe non pagare l’affitto e temo la mia proprietaria non ne possa essere entusiasta. Ogni scarpa grida “sì, dai che mi vuoi, mi vuoi vero? non hai scarpe a sufficienza vero?

Il profilo Instagram dello showroom viaggia con numeri decisamente invidiabili, ma anche qui mi permetto un consiglio: l’engagement non è alto e apparentemente i commenti sono dati più che altro da bot. Questo succede per due motivi:

  1. c’è veramente un sacco di gente che crede di diventare influencer automatizzando l’engagement con bot buttando commenti puramente casuali. Siamo digital PR, vi vediamo lontano un miglio.
  2. le fotografie utilizzate non sono originali dello showroom e le didascalie non raccontano il marchio, il prodotto e soprattutto lo showroom stesso.

Aumentare il passaggio nel negozio offline è questione di un secondo, quando si hanno marchi top of mind e headquarter nelle località della moda riconosciute su base mondiale (nello specifico Milano, New York e Hong Kong). I numeri sui social sono più che altro vanità e opportunità di entrare in più bacheche possibili organicamente , ma non sono la reale fonte di guadagno.

Il racconto, magari con un video, dello showroom, sponsorizzato sapientemente sulla base di criteri di geolocalizzazione e interessi specifici affollerebbe gli ingressi, ma forse è già così.

Dunque, eccoci alla fine di questa carrellata dei 5 brand che ho trovato più interessanti su  Instagram, social network re del fashion:  sicuramente il mezzo più efficace per fare non solo brand awareness, ma per riuscire a trascinare veri e propri volumi di traffico verso il sito o il negozio fisico e quindi contribuire in maniera più che rilevante alla generazione del fatturato.

 

 

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