Texas Stripes

Hunstville: 50 sfumature di nero

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Niente è come il fascino di una bella sedia elettrica. O di un sentimento nazional-popolare di sana, necessaria punizione (fatale) per chi sbaglia. La morte piace qui in Texas. Soprattutto se a morire, possibilmente soffrendo, sono i “cattivi”.

No, non è l’ennesimo post sulla pena di morte negli States.

Questo è un post su come gli oggetti di morte siano stati trasformati negli ennesimi oggetti di consumo (visivo), ripuliti dallo stigma del patibolo, cucinati per le masse e riproposti come valore prêt-à-porter con portachiavi, cappellini, magliette o altro banale merchandising.

foto 2 (1)La mutazione genetica si può osservare direttamente nel Texas Prison Museum di Huntsville, pochi chilometri fuori da Houston, sulla Intestate 45 che porta a Dallas.  Anche se non conoscete il Texas, magari avete qualche familiarità con il cinema, o leggete i giornali. Bene, Hunstville è “il” carcere texano con il braccio della morte più famoso del Pianeta, quello più mortale, con il numero di esecuzioni più alto di tutti gli Stati Uniti. Nel 2013 le morti sono state 16, nel 2014 due di meno Il ritmo è di una al mese ma, più in generale, iI Texas è responsabile di un terzo delle esecuzioni effettuate negli Stati Uniti. Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel Pae­se nel 1976, lo Stato della Stella Solitaria è quello che ha effettuato più esecuzioni, ben 480. La maggior parte delle quali proprio nel penitenziario di Huntsville.

Si dà il fatto che la località di Huntsville, contea di Walker, dove risiede il carcere, venga attraversata – e tagliata in due – dall’Interstate 45, la statale che porta da Houston a Dallas. L’I-45 riesce a dividere in due parti anche qualcosa di più inestricabile: la morte. Da una parte c’è quella vera, sporca e inaccettabile; quella del carcere, del braccio della morte, fatta di attesa, angoscia, punizione e assenza di futuro. Dall’altra c’è la morte disneyana, quella del Texas Prison Museum che offre – cito dal volantino – “uno spaccato intrigante delle esistenze dei cittadini meno amati dello Stato”. Nell’arco di poche centinaia di metri il colore cupo della morte si trasforma nella sfumatura assai più accettabile del male necessario. 

Quasi uno di fronte all’altro gli edifici si fronteggiano come gli specchi di due universi paralleli. Il carcere – grigio, distante e blindato – è ovviamente impenetrabile ai visitatori, eppure la morte, l’abiura del condannati, la maledizione dei loro crimini, il dolore inferto e poi subito non vanno sprecati. Basta attraversare la strada ed entrare nel pittoresco edificio di mattoni rossi (con tanto di monumento esterno) che dal 1989 ospita il Museo della Prigione del Texas. Qui c’è tutto quello che può soddisfare le più perverse curiosità in tema di pena di morte. L’esibizione – permanente e gestita quasi interamente da volontari, alcuni dei quali ex dipendenti del braccio della morte, è senza dubbio controversa anche se le va riconosciuta una linea narrativa di un certo interesse storico. Una stanza è dedicata al crimine per eccellenza nello Stato del Texas durante l’800, il contrabbando. Alcune vetrine illustrano manufatti d’epoca per criminali, come le palle al piede dei condannati ai lavori forzati, o le manette in serie dei deportati.

I must see del museo sono i vari cimeli legati al Texas Prison Rodeo, il rodeo dei prigionieri di Hustville, primo evento di pubbliche relazioni avviato negli anni ’30 dal Direttore Lee Simmons che, guarda caso, fu anche il principale persecutore di Bonnie & Clyde. La coppia criminale più famose del West era stata imprigionata proprio ad Hunstville ma era riuscita a sfuggire dopo una sanguinosa evasione. Fu proprio Simmons a decidere di dar loro la caccia ingaggiando i Texas Rangers che portarono mortalmente a conclusione il loro incarico riportando ad Huntsville la prova dell’eliminazione dei due fuggitivi, le loro pistole, in mostra ora al museo.

foto 1 (1)Pezzo forte del museo è “Old Sparky,” la sedia elettrica – vera – che ha dato la morte a circa 361 detenuti tra il 1924 e il 1964, anno il cui la Corte Suprema abolì la pena di morte negli Stati Uniti per poi reintrodurla nel 1976.  Ora le condanne si eseguono con l’iniezione letale che, tuttavia, è parecchio più costosa dell’elettricità a causa dell’utilizzo di un mix di sostanze chimiche prodotte apposta per lo scopo.

Nella libreria del Gift Shop – sì, esiste sempre, implacabile – ci sono varie pubblicazioni “bi-partisan” oserei chiamarle sul tema della pena di morte negli Stati Uniti. Segnalo il (costoso) libro/progetto fotografico “The Last Statement” di Barbara Sloan che raccoglie i volti dei condannati a morte dal 2007 ad oggi, mettendoli in relazione con i volti delle famiglie delle vittime del loro crimine.

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