Ho atteso con curiosità la conclusione di Gomorra: La serie andata in onda su Sky fino alla settimana appena trascorsa.
Di cose da dire ce ne sarebbero tante.
La serie di Gomorra è stata sicuramente un successo di pubblico (pare sia la serie più vista di sempre su Sky) e in parte anche di critica.
Ho colto un misto di preoccupato sdegno da una parte e di esaltazione sperticata dall’altro, quasi che questo fosse il classico prodotto da odiare o da amare, senza vie di mezzo, e probabilmente è così.
La serie di Gomorra o viene apprezzata completamente ed incondizionatamente per il prodotto che è, per ciò che vuole trasmettere, oppure viene snobbata o stroncata sul nascere.
Io faccio parte della schiera che ha apprezzato l’accurato lavoro di Sollima, ed ha colto una regia affilata, precisa ed impeccabile.
Ho goduto di una prova corale del cast semplicemente perfetta, di una scelta stilistica altrettanto azzeccata, e di una modalità espositiva tanto cruda e nera, quanto realistica e verosimile.
E qui sorge il vero problema, qui s’infiamma l’acceso dibattito.
Gomorra è una serie diseducativa?
Esalta una morale negativa?
Elogia la criminalità organizzata?
Crea un legame di simpatia che porta ad immedesimarsi con i protagonisti, che appartengono tutti al mondo del “male”?
Queste sono le principiali critiche mosse al prodotto confezionato da Sky, che lo vorrebbero considerare come una trovata commerciale, una spettacolarizzazione del lato criminale di una città, che meriterebbe invece di essere mostrata per i suoi lati positivi e non per le sue eterne debolezze.
Il rischio è quello dell’emulazione, dicono alcuni.
Che i giovani prendano a modello personaggi carismatici, bei tenebrosi che fluttuano a proprio agio nella corrente dell’illegalità, della corruzione, dei codici etici sotterranei ed ombrosi imperniati sul tradimento e sulla spietatezza umana.
Da un lato posso capire la preoccupazione di costoro, di chi vorrebbe che i delinquenti non fossero divinizzati e raffigurati come delle affascinanti ed eroiche personalità.
Dall’altro lato però io credo che questo concentrato di “male”, questa elevata dose di cinismo appiccicato a coscienze serenamente sporche, finisca per sortire l’effetto diametralmente opposto.
Almeno, per me così è stato.
Tra i personaggi – dall’inizio alla fine dalla stagione – serpeggiano morte, rabbia, frustrazione, deliri di onnipotenza e un sottile velo di costante solitudine.
Sarà la recitazione dell’ottimo cast (cito Marco D’Amore, alias Ciro l’Immortale e Salvatore Esposito, alias Genny Savastano), le ormai affermate ed indiscusse doti registiche di Sollima, sarà anche il contributo personale offerto da Saviano nella stesura della trama, ma il mix scaturito da questo incontro di professionisti è stato semplicemente dirompente.
La scelta è molto chiara, raccontare il mondo della malavita organizzata, da dentro.
Lasciare per lo più a fare da contorno tutto quanto riguarda la vita delle persone comuni, di chi quotidianamente convive con una realtà che integra bianco e nero e spesso li mischia, fino a non consentire di distinguerne più i contorni.
Gomorra ha il pregio di aprire uno squarcio netto – con un affilato colpo di bisturi – mostrando senza paura dove può spingersi l’essere umano, in senso negativo.
E la morale che emerge dalle azioni oscure dell’uomo, porta inevitabilmente verso una cupa tomba fatta di cemento, ruggine sanguinolenta, triste isolamento e morte.
Un teatro dove si muovono personaggi che ora sono i protagonisti principali, ora possono svanire nel nulla, disperdendosi come uno sbuffo di fumo nella notte.
Un mondo dove le loro azioni hanno valore fino a quando il carrozzone lo consenta, e dove anche i leader, i centri di terribile potere, rischiano costantemente di appassire al sole, in un istante.
Un mondo dove non c’è spazio per la bellezza, per la serenità, e dove l’amore che emerge vive nel terrore costante di cos’è e cosa potrebbe essere domani: il nulla.
Alla fine di questo grigio viaggio, dopo aver passato in rassegna i ranghi di tale esercito di bellicosi fantasmi, resta negli occhi il plumbeo colore del cielo, nelle mani la ruvidezza del cemento armato, e in bocca il gusto metallico e inconfondibile del sangue.
Per uno specchio della realtà tanto affascinante nella sua credibilità, quanto inquietante per la sua realtà.
L’appuntamento, è alla prossima stagione.

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