Ho diviso questo articolo in due parti separate e collegate. È troppo lungo, e capisco se non avrete voglia di leggerlo tutto. È una confessione (sì, un’altra) e un regalo, uno sfogo e un augurio. È un po’ di me per voi, e un po’ di me per lei.

Avete presente le persone che ci sanno fare coi bambini? Quelle che con irritante naturalezza riescono a conquistarli senza apparente sforzo? Mia madre è così, ad esempio, è fastidiosamente dotata quando si tratta di gestire marmocchi; e non perché li vizi, cioè sì, ma non solo, c’è qualcosa di insito nella sua anima che i bambini riconoscono, a cui si affezionano, con cui si relazionano dal momento in cui i suoi occhi neri incontrano i loro. Beh, io quella qualità non la possiedo. Non ne possiedo nemmeno un po’. Coi bambini al di sotto dei 10 anni non sono capace di interagire, va contro la mia stessa essenza, e probabilmente non dovrei scriverlo pubblicamente perché rischio di finire linciata per queste parole, ops ormai l’ho detto. E a me dispiace, ma non mi dispiace essere così: in tutta onestà non lo reputo un difetto da processare, solo un tratto caratteriale come tutti gli altri, che ho dovuto affrontare in modo approfondito quando mi sono ritrovata nel ruolo di zia non una, non due, ma ben tre volte.

È capitato proprio a me, la crudele macchina anti-bambino. E lo ammetto, sì mamma ok lo ammetto, quando nasce un nipote ti succede qualcosa all’altezza del cuore o giù di lì. Non avevo intenzione di lasciarmi cambiare da questo, mica una come me poteva farsi trascinare in un mondo di bavaglini e ciucci e gorgoglii e pisolini e Dio solo sa cos’altro. E che è, mica avevo scelto io di fare un figlio, col cavolo che mi sarei beccata i pianti e le urla e i pannolini sporchi… Eppure qualche eccezione, per  loro, l’ho fatta. È che quei piccoli bastardi complottisti sanno che li amerai come nient’altro al mondo e cederai, un giorno o l’altro: arriverà un momento in cui pronunceranno male il tuo nome, o ti prenderanno la mano con quelle dita minuscole e paffute, e il tuo cuore passerà allo stato liquido. Non so cosa si provi da genitore, sicuramente è miliardi di volte più intenso rispetto a quello che si prova da zii, però per noi c’è anche la componente affettiva che ci lega ai fratelli a giocare un ruolo non da poco: i fratelli sono la testimonianza vivente che non serve un motivo identificabile per amare qualcuno alla follia. Te li trovi nella vita e per quanto arrivino ad infastidirti, farti incazzare e uscire di testa, per quanti torti ti facciano più o meno consapevolmente, è come se quel tratto di dna che condividete mettesse a tacere tutto il male, ogni volta. Pertanto, quando tuo fratello o tua sorella hanno un figlio è un’addizione di gioie senza precedenti, è un amore che diventa più amore e si moltiplica per amore, e non puoi farci un bel niente se non accettare di essere diventato qualcosa di più di una persona. Non l’hai chiesto, né meritato, ma eccoti là ad essere uno zio o una zia.

Comunque, passiamo alla parte effettivamente interessante di questo flusso di coscienza: qualche settimana fa I. ha iniziato le scuole medie. Fra tutte le persone della mia vita, lei è stata la prima per cui ho provato un vero senso di protezione, il sentimento più vicino che conosco all’istinto materno di cui palesemente sono priva. Ricordo un episodio abbastanza recente che la riguarda in cui, per usare delicati eufemismi, è stata trattata in modo non proprio rispettoso da alcune amichette delle elementari. Una cosa che andava oltre il litigio innocente o “la mia gonna fa la ruota la tua no, tié”. Roba seria, roba premeditata. Ora, mia nipote sicuramente non è una santa, per carità, e mi auguro paghi il prezzo degli errori che commette. Come facciamo (quasi) tutti. È che in questo particolare frangente lei è molto ingenua. Se volesse fare a qualcuno il torto che ha subito lei, ad esempio, non saprebbe da che parte iniziare e probabilmente fallirebbe al primo, maldestro tentativo; fortunatamente è goffa, in fatto di cattiverie.

A partire da quell’episodio, comunque, io mi sono sentita presa in causa: ho cominciato a prestare molta più attenzione a lei e ciò che la circonda. Ho preso ad osservare, vagliare, tendere l’orecchio. Non per puntare dita o avviare guerre, ci mancherebbe, non è il mio ruolo e anzi credo certe situazioni le debba sbrogliare da sola, tirando fuori un po’ di carattere. L’ho fatto per capire che cacchio stesse succedendo, e perché, e come. Chiamatelo un esperimento antropologico con interesse personale. Così, ogni volta che andavo a prendere I. a scuola scrutavo bambini, insegnanti e madri griffate con SUV, le mie preferite. Loro sono una categoria che va oltre gli stereotipi, sono davvero come le disegnano. Compatte, snob, chiacchierano cordialmente solo con altre SUV-madri o padri della stessa categoria, che però di solito non guidano SUV perché i SUV sono solo delle SUV-madri, si sa. Questi genitori parlano in un certo modo, indossano certi vestiti e li abbinano accuratamente a specifici accessori come shopper o auricolari bluetooth. È guardando loro, ascoltandoli e analizzando il loro modo di porsi che ho capito. Cosa? Oh, molte cose, credetemi. Dicono che i bambini sono il riflesso dei loro genitori, che ogni loro comportamento può trovare spiegazione e radici facilmente, basta voltarsi verso chi li cresce. E in effetti mi sono fatta un’idea, guardando da lontano quelle dinamiche da finto reality show, quel chiacchiericcio svogliato, quelle frasi di circostanza, quelle abbronzature un po’ isola greca un po’ lampada del centro estetico. Ho goduto nell’ammirare le SUV-mdri mentre sollevavano i loro occhialoni da sole, adoravo concentrarmi sui loro tacchi che traballavano in mezzo al ghiaino umido del cortile. Mi crogiolavo nei dialoghi assurdi che avevano con le loro “amiche”, mentre attendevano i loro preziosi gioiellini per portarli a lezione di clarinetto, violino o ginnastica ritmica (“ovviamente a livello agonistico”).

Vedete, da non madre io non posso giudicare le scelte e i comportamenti di un genitore, è una regola così riconosciuta che non mi stupirei se l’avessero aggiunta alla Costituzione. Ma da persona, da essere umano, mi sento in diritto di dire due o tre cose: ad esempio, per fortuna I. ha finito le elementari e non dovrà più subire le conseguenze della becera sufficienza educativa e di quell’atteggiamento superiore, che fra parentesi, breaking news, avrà degli effetti molto pacco. Io non voglio fare la paternale a nessuno né essere la paladina della giustizia di stocazzo, ma vorrei tanto vi guardaste allo specchio più a lungo la mattina, prima di mettere il vostro primer di Dior e schiaffarci sopra il fondotinta, o prima di farvi la barba col rasoio top di gamma con le testine ultra-mobili. Guardatevi. Siete esseri umani, avete le macchioline sulla pelle, qualche neo, la bocca, gli occhi e un naso che probabilmente non vi piace. Proprio come i vostri figli, proprio come mia nipote. Non vi costerebbe nulla riconoscerlo ed accettare che non siete fatti di legno ma di carne, ossa e, si spera, cellule cerebrali funzionanti e un animo capace di sensibilità e solidarietà. Potete fare meglio, possiamo tutti, ma finché non vi farete qualche domanda e penserete di essere solo dispenser di risposte preconfezionate non andremo da nessuna parte. Non so granché, ma questo lo so.

Io non sono fatta per i bambini, penso di averlo chiarito abbondantemente, ma quando si tratta di adulti ho un’esperienza ventennale: i miei genitori non erano proprio ragazzini quando mi hanno avuta e sono sempre stata a stretto contatto coi loro coetanei, inserita nel loro tessuto sociale come una specie di mascotte. E io, nel frattempo, studiavo e imparavo. Però erano gli anni Novanta, i quarantenni di allora erano tutta un’altra storia e io li ammiravo, tutto sommato.
Alle medie I. troverà di certo altre SUV-madri e conseguenti SUV-figli a tenderle qualche trappola, ma so anche che se la caverà, in un modo o nell’altro. Ha alle spalle dei genitori molto fighi e molto poco patinati, amicizie pregiate che si impegnerà a meritare giorno per giorno, una famiglia che ha sempre messo al primo posto la correttezza, la generosità e l’educazione, anche a discapito del proprio bene. I. ha anche una zia scapestrata e piena di difetti schifosi che le dedica lettere d’amore. Vale poco, ma vale più di un SUV full optional. E occhio quando fate manovra, SUV-madri, non ignorate i sensori di parcheggio che prendere il muretto è un attimo. E sarebbe la terza volta, questo mese.

Cara I., non sapevo come augurati un buon inizio per questo nuovo tratto di vita, quindi ho fatto ciò che mi viene più naturale, e ti ho scritto come non scrivessi per te. Ma posso assicurarti che è per te ogni parola.

I. ha iniziato le medie, dicevo.
Mi sono sentita una vecchiaccia, perché dovetere sapere che nella mia testa i ’96 hanno 11 anni, invece 11 anni li ha lei -quasi, li compie il 14 dicembre- che è nata nel DUEMILAFUCKINGSEI. Poi mi sono ripresa e sono tornata con la memoria alla mia esperienza delle medie, nel Paleolitico. Gli anni delle medie mi hanno scolpita. Allora ero malleabile e al contempo abbastanza consapevole da poter decidere come sarei voluta essere, una volta maneggiata e levigata. Sono stati tre anni intensissimi, in cui ho capito che volevo diventare qualcosa, anche se ancora non sapevo cosa. Ho tenuto diari. Ho mentito spessissimo, a chiunque, perché pensavo non ci fosse nulla di male in una bugia piccola piccola. Poi ho sbattuto il naso contro tutto il male di quelle falsità, e ho smesso di dirle. Ho acquisito il cellulare di mia madre e attivato Summer Card e Christmas Card dilapidando i soldi della paghetta pur di non perdere contatto coi miei compagni, nelle poche ore della giornata che non passavamo insieme. Ho anche litigato furiosamente, con i miei compagni. Con alcuni ho fatto pace, con altri mai più. Ho provato sentimenti orrendi per la mia prof di italiano e storia, che oggi ricordo con gratitudine immensa. Ho portato l’apparecchio e sorriso a bocca chiusa per un anno intero. Ho consumato i copertoni della bici che mi avevano regalato per Natale; aveva il cestino anche sul portapacchi posteriore e mi sentivo una sfigata, ma che bello era non dover portare uno zaino da 30 kg in spalla. Ho pianto e sofferto per le prime cotte. Alcune sono durate meno di un giorno, altre davvero troppo a ripensarci. Spesso ho gestito male l’emotività selvaggia che gli ormoni mi facevano provare per segnalarmi che stavo crescendo. In tre anni ho rifiutato sigarette e alcool, e accettato i primi baci ricevuti con la scusa di un gioco della bottiglia improvvisato. Per alcuni versi ho fatto meno passi di tanti altri, ma ero convinta nel mio incedere verso il mondo dei grandi, là fuori. Ero troppo brava per non andare al liceo, dicevano. E così ho scelto il tecnico turistico, per ribellione, per non dover fare latino, perché di sì.

Alla fine mi sono lasciata alle spalle quei tre anni difficili ma non difficilissimi. È alle medie che ho saputo riconoscere di essere felice per la prima volta. Forse allora sapevo ascoltarmi meglio. Ho tenuto tante amicizie e anche qualche trauma di quei tre anni che ne sono valsi dieci. Ho dato il meglio e il peggio di quella che ero e ho raggiunto un livello di popolarità sufficiente per salvarmi dai bulli, dalle offese, dall’esclusione. Ogni tanto mi chiamavano secchiona, ma non in modo troppo convinto. Ho vissuto bene, spesso benissimo, a tratti male. E mi ritrovo, a 15 anni di distanza dal mio primo giorno in I F (allora considerata la sezione dei disagiati, da chi non si sa) a pensare a I., a ciò che la attende. Il mondo è 15 anni più vecchio, ma chissà se ha imparato qualcosa.

Mi faccio molte domande su di lei. Mi chiedo come starà, di giorno in giorno. Se all’inizio si sentirà spaesata, lei che si circonda ancora di peluche per dormire tranquilla. Mi chiedo cosa vedranno i suoi occhi nelle lezioni di matematica, che io odiavo e in cui lei magari spaccherà. Penserà che sia utile e formativo imparare le disequazioni? Penserà alla ricreazione imminente? Mi chiedo per quale ragione i suoi occhi verseranno lacrime. Non “se”, so che accadrà, ma “per cosa”. Una cotta? Un’amica che le farà un torto? Un brutto voto? Il conseguente rimprovero di quell’accademica di mia sorella? E cosa riuscirà a far ridere i suoi occhi, invece? Un compagno che farà una battuta in classe? Una caduta divertente? Un errore di pronuncia della prof? Saranno sufficienti queste cose, o diventerà esigente e farà fatica a trovare un motivo per ridere? Spero con tutto il cuore che non sia così.

Spero i suoi occhi assorbano, imparino, cerchino novità. Spero li strizzi spesso per la meraviglia di conoscere qualcosa di nuovo, sui libri ma anche di se stessa. Mi auguro nessuno la prenda di mira e la faccia sentire inadeguata, brutta, stupida. Spero non riescano mai a toglierle quella dolce insicurezza mal celata e la sua sensibilità. Voglio diventi più ordinata, con le buone o con le cattive. Confido che nessuno abbia mai il potere di aprire in lei ferite profonde e permanenti. E spero anche che lei sia consapevole del peso delle parole, quelle taglienti che purtroppo si dicono e quelle buone, che spesso si lasciano in disparte. Spero sappia essere una brava amica, e non tratti con superiorità o indifferenza chi suo amico non è. Le auguro che i suoi occhi trasportino gentilezza, affetto e allegria, il più possibile. E voglio che sbagli, che i suoi occhi si arrabbino e che si distendano quando finalmente supererà i suoi errori. Spero ne esca con nuove conoscenze e nuova conoscenza. Spero il suo percorso sia costellato di perdono, leggerezza, gite con pranzi al sacco, aneddoti che ricorderà per sempre. Vorrei imparasse a fare più cose in autonomia, e che sapesse chiedere aiuto al bisogno. Spero scelga con cura le sue amicizie, perché faranno la differenza. Le auguro di non trascurare i suoi sogni, perché in questi tre anni potrà dare loro la forma di un progetto. Spero non sottovaluti l’importanza dell’istruzione, voglio che legga e abbia miliardi di hobby, che ne lasci alcuni per favorire quelli che amerà davvero. Vorrei anche si annoiasse, ogni tanto, che la noia sa essere terapeutica. Spero che sia pigra, che non voglia fare i compiti, che si costringa a studiare.

Fra tutte le cose che desidero per lei, non so quali davvero potrebbero farle bene, cerco solo di immaginarlo secondo ciò che conosco di lei, e di ciò che vivrà. Probabilmente non so abbastanza, forse non dovrei augurarle nulla. Ma è più forte di me. So che la sua strada è solo sua, ed è diversa da quella che ho tracciato io ai miei tempi. Lei è migliore di me alla sua età e ne sono felice, perché io vivevo in un mondo più facile dove potevi permetterti qualche cazzata in più. Il suo mondo non perdona facilmente, vede tutto, sente, ricorda, giudica tutto, condivide ogni segreto senza filtri come ti stesse facendo un favore, e poi ti fa pure pagare il conto per qualcosa che non hai davvero chiesto. E io da questo non posso proteggerla, né devo. Certo, posso darle il mio consiglio inesperto, e sostenerla con tutto l’affetto di cui sono capace, ma il mio ruolo si ferma 10 passi dietro quello dei suoi genitori (eccezion fatta per le cose che loro non potranno sapere e io sì, che figata). Anche loro, comunque, dovranno fermarsi a debita distanza.

Dovremo ricacciarci la preoccupazione in gola e tenerla per noi, mentre la guardiamo farsi strada con le maniche rimboccate, le mani sporche e gli occhi pieni di ogni cosa.

 

Potete fare meglio, possiamo tutti, ma finché non vi farete qualche domanda e penserete di essere solo dispenser di risposte preconfezionate non andremo da nessuna parte. Non so granché, ma questo lo so.

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