Nella città di Auckland, in Nuova Zelanda, c’è un ostello molto famoso. E’ conosciuto perché si trova proprio in centro, è molto grande e nel seminterrato c’è anche un discopub dove fare serata. Il posto perfetto per giovani viaggiatori che vogliono risparmiare ma al contempo socializzare e godersi l’esperienza neozelandese, quindi il posto perfetto per la mia vacanza a quel tempo.

Proprio in quell’ostello, in quel viavai di vite e storie, ho conosciuto una persona pazzesca. E’ entrato in dormitorio un pomeriggio con il suo zaino pieno di toppe, ognuna a rappresentare la bandiera di un paese. La barba lunga, i vestiti strappati. Era stanco morto ma mi ha salutato come fossi una vecchia amica che era felicissimo di rivedere. E’ andato a farsi la doccia e quando è tornato abbiamo iniziato a chiacchierare. Quella sera, invece di scendere al pub, gli ho chiesto se gli andasse di raccontarmi la sua storia… da qualche parte dentro di me sapevo che ne sarebbe valsa la pena.

“Mi chiamo Christopher, ho 32 anni, vengo dalla campagna inglese. Faccio, o meglio facevo, il maestro di scuola elementare. Poi un giorno, come un pugno allo stomaco, mi sono reso conto che il mio lavoro, insieme a tutte le esperienze di vita che avevo fatto, non mi avevano portato e non mi stavano portando da nessuna parte. Sentivo che tutta la mia esistenza non rispecchiava la persona che ero in realtà, mi sembrava che non ci fosse spessore in quello che dicevo o pensavo o facevo. Mi sono reso conto che non stavo nemmeno facendo la cosa migliore per i miei studenti perché ero una persona mascherata, finta. Come potevo dare loro degli insegnamenti quando io dovevo ancora imparare a capire me stesso? Chiamala crisi mistica, chiamala follia.

Mi sono licenziato, ho messo qualche vestito in uno zaino e sono partito. Ho preso un volo sola andata per la Thailandia e appena sono sceso dall’aereo mi sono detto che ero stato un cretino per aver lasciato tutto così. Perché io ai miei studenti volevo bene e sentivo di averli abbandonati. Ma credimi, se c’è una cosa di cui sono certo ora è che non è stato così. La persona che sono adesso potrebbe dare qualcosa a quei ragazzini. La persona che ero probabilmente li ha privati di qualcosa. In ogni caso, dalla Thailandia ho viaggiato per tutta l’Asia, principalmente a piedi, facendo qualche lavoretto quando necessario e per il resto spendendo ciò che avevo messo da parte negli anni di insegnamento. Sì, lo so, una scelta irresponsabile, ma credimi, è stata irresponsabile quanto giusta. Poi insomma, mollare tutto a 32 anni è oggettivamente discutibile, quindi è inutile farmi un processo a posteriori. Sono via da ormai 2 anni.

Forse avrei potuto chiedere aiuto ad uno psicologo invece di partire così, senza una reale meta o un reale scopo. Ma mi sono detto che, per un po’, volevo abbracciare ciò che mi sarebbe successo, volevo trovare significato in eventi casuali, volevo riporre la matita e lasciare che qualcun altro disegnasse la mia vita al posto mio e volevo accettare quel disegno come un dono, qualunque risultato avessi ottenuto.

Ho esplorato, in un paio di occasioni ho rischiato la pelle, ho cercato di evitare il sentiero tracciato per godere della bellezza dell’inaspettato e non saprei descriverti di cos’è pieno il mio cuore dopo tutto ciò: non esistono parole. Però sono stati gli ultimi sette mesi in India a fare la differenza. Laggiù ho conosciuto una ragazza inglese che lavora come infermiera in quella che dovrebbe essere una clinica, ma farebbe ribrezzo anche al più disgustoso dei magazzini di fabbrica. Mi ha detto che avevano bisogno d’aiuto, e che se avessi accettato avrei dovuto fare tutto il necessario, tutto ciò che mi veniva chiesto. Non me lo sono fatto ripetere. Ti giuro, non so perché, ma ero sicuro di aver preso la decisione più giusta di tutta la mia vita.

La prima cosa che mi hanno chiesto quando sono arrivato in “clinica” è stata: “Sei sano?”. Ho risposto positivamente e qualche minuto dopo avevo un ago infilato nel braccio mentre una sacca si riempiva del mio sangue.  Tutto è cominciato così e per i mesi successivi ho lavorato alla clinica facendo ogni cosa che fossi fisicamente capace di fare. La clinica si occupa principalmente di bambini non vedenti, a cui viene ridata la vista tramite un’operazione relativamente semplice ma troppo costosa per le famiglie. Il progetto è interamente finanziato da donazioni, e là per la prima volta mi sono reso conto di quante persone buone ci siano nel mondo. Perché vedi, quando ti trovi in una struttura così fatiscente a vedere bambini ciechi bendati con garze non completamente sterili, ti chiedi dove sia quel Dio tanto buono di cui tutti parlano. Ti dici che deve essere cieco pure lui per starsene fermo senza far nulla. Però poi i soldi arrivano, da persone vere, e sono tanti, e con essi si curano decine di bambini ogni giorno…Lo vedi succedere, ne sei parte e il tuo cuore è pieno di gratitudine e fiducia. La tua felicità diventa questo.

Avrai sentito dire da altri che questo tipo di esperienze ti cambiano. Ciò che si intende con quella frase è che ti annientano. Ti annienta il pensiero che per ogni bambino o adulto che viene salvato, migliaia di altri moriranno…E tu sei nel mezzo di tutta quella fame e quelle malattie e quella miseria e non puoi fare nulla più di ciò che fai. Ti si aggroviglia lo stomaco pensando che, se volessi, tu potresti tornare ai tuoi bei bambini puliti ed educati, alla tua bella campagna verde, mentre quelle persone devono restare là e chiamare vita quella stentata sopravvivenza…Loro, come tutti, non hanno scelto di nascere e non hanno sicuramente scelto di nascere lì. Eppure sembrano gioire di ogni battito di cuore, di ogni piccola cosa. E’ disarmante.

In mezzo a quel rumore e a quegli odori fortissimi vorresti solo sparire, e parte di te, quella debole e materialista, sparisce davvero. Capisci anche che quel famoso Dio non è altro che dedizione ed impegno, mani che lavorano per salvare vite. Dio sono i dottori, miracoli viventi, Dio sono quei bambini ciechi, Dio sei un po’ anche tu…E c’è poco da pregare e tanto da fare. Mi sono spaccato la schiena. Mi sono ammalato. Ho medicato ferite seduto nella polvere. Ho delirato, sempre nella polvere, con la febbre a 40. E poi mi sono rialzato e per altri 2 mesi ho fatto ciò che potevo, toccato sangue infetto, mangiato cibi avariati, ho perso 12 chili e anche tutto il rancore che provavo verso la mia esistenza lineare del passato.

A volte, di notte, mi prendono gli incubi. Vedo tutte le facce dei bambini che non siamo riusciti ad aiutare, o i volti di quelli disabili messi come merce per le strade a chiedere soldi. Però poi penso ai sorrisi di quelli a cui ho regalato un biscotto o del pane. E poi la meraviglia di quelli che hanno recuperato la vista, e anche le operazioni che a volte facciamo gratis, di sotterfugio, perché è la cosa giusta da fare.

Molte persone vanno in Asia per meditare, per riconciliarsi con sé stesse nel silenzio di paesaggi mistici…Io mi sono trovato in mezzo a mosche e sporcizia e musica assordante a fare qualcosa che nemmeno capivo, che mi ha subito terrorizzato e poi…Mi ha salvato la vita.

Ricordo ancora la prima bambina a cui ho tolto le garze dagli occhi, dopo l’operazione. Tremavo, avevo paura come mai ne avevo avuta. Il dottore l’ha visitata. Ha confermato il successo dell’operazione. Lei ha sorriso e si è rivolta alla madre, toccandola e osservandola…Poi mi ha chiesto di accompagnarla fuori perché voleva vedere il cielo. In quel momento, ho ricominciato a vedere anche io. Per davvero, stavolta. A vedere ciò che da sempre avevo voluto vedere e che per sempre vorrò vedere. Fra qualche giorno comincerò un corso all’università per diventare infermiere specializzato. Poi tornerò in India. Non vedo l’ora. Non so bene cosa succederà dopo, so solo che questa è la mia vita. La mia vita vera. E sono felice.”

Ha finito di parlare, ed avevamo entrambi le lacrime agli occhi. Quando lui si è addormentato, ormai all’alba, ho appuntato la sua storia promettendo a me stessa di ricordarla sempre. Verso le due del pomeriggio, al mio risveglio, lui era già partito e mi aveva lasciato un biglietto ringraziandomi per averlo ascoltato.

Ho pensato spesso a lui… Sapendo solo il suo nome e non avendo altri riferimenti, non ho mai potuto contattarlo. Mi è rimasta però la sua storia.

Ho deciso di scriverla proprio oggi, dopo aver visto questo video del National Geographic che mi ha fatto ripensare a lui e mi ha convinto a tirare fuori il mio vecchio quaderno con scritto il racconto.

http://video.nationalgeographic.com/video/short-film-showcase/two-blind-sisters-see-for-the-first-time

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