Arte in pillole

Giotto e il selfie introspettivo di ognuno di noi

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Innanzi tutto viaggiatori dell’arte, Buon 2016!
Anche se ormai stiamo per mettere piede nel secondo mese dell’anno non è mai troppo tardi per augurare forza e determinazione perché questo sia l’inizio di qualcosa di più grande, un nuovo inizio per realizzare i propri sogni (o mettere qualche tassello in più per riuscire ad avvicinarsi alla loro realizzazione).

Tra un esame e l’altro in questa sessione invernale, la mia attenzione è stata catturata da un evento particolare: Il Museum selfie day, un modo per promuovere il patrimonio culturale.

Ma siamo sicuri di aver realmente valorizzato e promosso le nostre risorse artistiche?
Certo, magari a quest’iniziativa hanno preso parte persone appassionate d’arte, che quindi oltre a scattarsi selfie hanno fruito dell’opera, sono venute a conoscenza di nuovi quadri o sculture, hanno magari fatto più attenzione ai particolari, indagando meglio le loro opere preferite.
Mi piacerebbe pensare che chiunque si sia scattato il selfie, prima si sia informato di chi è il ritratto con cui si sta fotografando, cosa rappresenta, se si rispecchia, perché ha scelto proprio quello, se prima di sceglierlo ha conosciuto anche le altre opere del museo e quindi decretato quella come la migliore, quella che l’ha colpito di più, e quindi quella giusta con cui immortalare il momento. Allora posso dire di aver promosso il patrimonio artistico!

Oggi, voglio proporre un selfie particolare. Voglio pensarlo come un selfie introspettivo. Un selfie che può accomunare tutti, perché è la personificazione di varie sfaccettature dell’io.
Rimanendo nel Medioevo, chi meglio di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni (1303-1305)a Padova ha saputo raffigurare i Vizi e le Virtù?!

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Inserite in un finto zoccolo a specchi marmorei, 7 per lato si stagliano queste figure per la maggior parte femminili, come rilievi scolpiti: I vizi, nella parete sinistra andranno a “congiungersi” con le anime dei dannati collocati dallo stesso lato nel Giudizio Universale in controfacciata, e specularmente le virtù, nella parete di destra vanno a “congiungersi” con le anime dei beati.
Giotto ha pensato bene alla disposizione delle figure, in una sorta di percorso di salvezza, nel quale si possono curare i vizi tramite le virtù; nulla è dato per scontato, né la loro posizione, né la loro presenza, tanto che devono essere considerate in rapporto con il loro contrario.

Partiamo dalla Stoltezza, che rappresenta l’incapacità di distinguere il bene dal male, è giovane, beota e vestita da giullare e può essere “curata” con la Prudenza, una donna matura, seduta dietro una cattedra, come per insegnare.

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L’Incostanza è in bilico su una ruota posta su un terreno scivoloso, rappresenta appunto la mancanza di stabilità, da ritrovare in qualche modo nella virtù della Fortezza, una sorta di Ercolessa, armata e con al collo la pelle di leone, ritta sulla schiena, coi piedi ben piantati a terra.

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Ira, donna furente nell’attimo di strapparsi le vesti, è contrapposta alla Temperanza, tranquilla e sorridente, che raffigura appunto l’equilibrio interiore che riesce a dominare gli istinti.

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Arriviamo alle due figure dominanti, di dimensioni maggiori rispetto alle altre allegorie: Giustizia, donna seduta su un trono gotico che tiene in mano due piatti di bilancia con sopra i giusti e gli ingiusti. Sotto, nello zoccolo del trono vi è una raffigurazione del buon governo.
Ingiustizia invece è un uomo, seduto su un trono che invece si sta rompendo, che non viene curato, tanto che sono cresciuti alberi e arbusti, e alla base vi è raffigurata una scena di rapina e di cattivo governo.

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Infedeltà è cieca e guidata al guinzaglio da un idolo femminile verso le fiamme, è “protetta” da un elmo e per questo non si cura della parola divina che appare dall’alto. All’opposto, la Fede è composta; con una mano tiene la legge di Dio, con l’altra la croce simbolo della cristianità.

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Accanto troviamo l’Invidia (a mio parere l’allegoria più significativa) una donna vecchia e corrucciata che sta bruciando tra le fiamme e che dalla sua bocca emette parole sottoforma di serpente che si ritorce contro la vecchia mordendole il naso. In contrapposizione troviamo invece, giovane, feconda e felice, la Carità, con in mano una cornucopia e un cesto che simboleggia l’abbondanza.

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E per finire Speranza e Disperazione. La prima leggiadra, vola verso l’alto, verso la corona che ne costituisce il premio, mentre la seconda muore impiccata, pesante, viene trascinata dal suo peso verso il basso.

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Ed ecco perché ho pensato alle allegorie giottesche per fare un selfie introspettivo di ognuno di noi.
Inutile negarlo, siamo la somma di tutti questi vizi e di tutte queste virtù.
Dobbiamo essere abili a saperle utilizzare con moderazione, cercando un equilibrio tra tutte, perché tutte servono ma nessuna più delle altre.

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