Continua il nostro viaggio alla scoperta delle migliori pellicole candidate agli Oscar 2015. Oggi vi parliamo di un poderoso ritratto cinematografico che porta la firma del maestro Mike Leigh. A voi la recensione di “Turner”

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Non è mai facile raccontare e descrivere l’arte cinematografica di un grande regista. Si ha sempre paura che il proprio giudizio possa sminuire l’opera stessa e che le parole non siano mai all’altezza delle immagini. Situazione che capita non solo quando la critica prova a raccontare l’arte, ma anche quando è l’arte in prima persona ad esplorare un altro ramo di se stessa. Film biografici sulla vita dei grandi pittori ce ne sono in quantità, vi basti pensare a titoli come “La ragazza con l’orecchino di perla”, “I colori dell’anima” o “Il mio piede sinistro” per citarne solo alcuni tra i più conosciuti. Il problema però si pone quando l’artista che si vuole riportare sullo schermo ha una fama talmente incombente da potersi rivelare un’arma a doppio taglio.

Ecco allora che per raccontare lo spaccato di vita del genio pittorico di William Turner c’è stato bisogno dell’intervento di un altro grande maestro appartenente al filone del realismo cinematografico inglese: Mike Leigh per l’appunto. Due personalità incredibilmente forti, unite dalla potenza del mezzo filmico che, fotogramma dopo fotogramma, prova qui a ricostruire la genesi e i segreti nascosti dietro alcune delle tele più importanti nella storia dell’arte contemporanea. Una ricostruzione elegante e mai forzata, ideata sull’incredibile prova attoriale di Timothy Spall, eccezionale nel vestire i panni del pittore e a restituircelo attraverso una figura fatta di risolutezza, genio e indimenticabili borbottii vocali. Il film di Leigh illustra gli ultimi anni di vita del celebre artista immerso tra lavoro, amore e vita privata. Una figura che ha precorso i tempi della storia, vivendo in un’epoca di grandi cambiamenti storici, che lui ha saputo cogliere grazie alle sue indimenticabili pennellate sfumate e irascibili, piene di una furia esplosiva ed ingovernabile. E’ proprio questo rapporto tra Turner, la natura e la critica del suo tempo ad essere uno degli aspetti chiave della pellicola. Il genio pittorico che seppe con così grande talento ritrarre la sublime enormità di Madre Natura, non venne mai capito fino in fondo dai suoi contemporanei che lo etichettarono in molti casi come un folle che aveva perso la vista e la ragione. Un genio in realtà che raccontando la natura delle cose, andò per tutta la vita controcorrente. Leigh lo sa bene, ed usa qui il suo talento per raccontare ancora una volta la forza e la temerarietà delle persone invisibili al loro tempo. I geni incompresi che hanno saputo andare ben oltre gli schemi e le mentalità della loro epoca.

“Turner” funziona proprio nel momento in cui diventa strumento che racconta l’arte, riuscendo a far dialogare con grande naturalezza il fotogramma in movimento con il dipinto su tela. Si rivela invece più debole e pedestre nel raccontare la vita privata dell’artista, con un registro ordinario e senza troppe trovate degne di nota. Quel che è sicuro è il fatto che il cast giochi nella vicenda un ruolo determinante. Non solo grazie all’immenso Spall, ma anche per merito di una sorprendente Dorothy Atkinson, splendida attrice non protagonista nel ruolo della cameriera innamorata del grande pittore. Dei quattro Oscar a cui è nominato: fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora, i più meritati sono di sicuro i primi due che danno una marcia in più all’intera pellicola ed avvicinano lo spettatore al mondo tormentato ed irrequieto di uno dei più grandi geni dell’arte moderna.

Alvise Wollner 

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