Che fine hanno fatto le belle favole che ci raccontavano da bambini? Il lieto fine che nella vita reale tarda ad arrivare e, spesso, non arriva mai? Che fine hanno fatto le speranze di un mondo in cui regnassero pace, serenità e amore? Che fine hanno fatto i grandi ideali, la fiducia nel prossimo, l’amore disinteressato e sincero? Che fine hanno fatto i sogni e le speranze?

Vedo gabbie, molto spesso interiori, che imprigionano e soffocano, che piegano a destini già scritti e inevitabili, a logiche di mercato e di prevaricazione. Perdiamo la dimensione spazio-temporale della vita, il rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Non ci amiamo, ma distruggiamo. Siamo in perenne ricerca del sabato sera, senza accorgersi che la domenica arriverà inevitabilmente e che il lunedì farà sentire tutto il suo peso. Porterà sensi di colpa e buoni propositi, ma soltanto fino al giovedì, poi cambiamo rotta. Imprevedibili, insicuri, indecisi e senza meta, vaghiamo in cerca di non si sa cosa, aspettando che qualcuno ci dica “ecco, era questo quello che cercavi” e noi, con troppe occhiaie e mal di testa, senza riflettere e senza emozione alcuna, rispondiamo che “sì, era proprio quello”. Inconsapevoli che l’indomani non ne avremo realmente più bisogno, che i dubbi e l’eterna ricerca torneranno a schiacciarci, che l’attimo di ebrezza è svanito rapidamente e ci ha lasciati più soli che mai.
Circondati da una superficialità tagliente e meschina, diventata regola, da rapporti costantemente in bilico, da indisponibilità e pigrizia nel conoscere. Ci fermiamo davanti a volti di cui immaginiamo la storia senza conoscerla. Ci allontaniamo dal contatto, sfuggiamo il confronto e inaridiamo sempre più. E odio ammettere che questi principi piegano anche chi non segue la massa, perché questa si impone e obbliga, facendo sentire i “dissidenti” degli inetti fuori luogo.

E forse è meglio non capire, perché non comprendere può significare essere fuori dalle logiche della massa, dal pensiero dominante. Vuol dire non essere imprigionati in meccanicismi freddi e sequenziali, imposti ed accettati senza riflessione. Sentirsi estranei ad una realtà che la maggior parte della gente chiama vita, sentirsi appartenere ad epoche più libere. Forse a mondi paralleli che vivono di arte, espressione e sogni. Anime fuori dai corpi, nude e libere come le idee.

E la mia diffidenza verso gli altri è causata proprio dall’eterna omologazione ad idee e modi d’essere, a pregiudizi e stereotipi, dalla chiusura e limitatezza del pensiero. Non si riesce ad andare in profondità, ma nemmeno ci si prova. Non si vede bene in un secondo, forse nemmeno in una vita intera si riesce a capire veramente chi si ha davanti: quali pensieri, paure e ambizioni lo abitino.
E non scambiate la timidezza per freddezza, la paura per cinismo, l’immaginazione per pazzia, la gentilezza per ingenuità.
Non scambiate il ribelle per il cattivo, lo spontaneo per l’incoerente e il menefreghista per l’amato.

“Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola” – Dal libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach –

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