Si è diffusa, in quest’ultima settimana appena trascorsa, una simpatica ed al tempo stesso critica campagna virale, mi riferisco a: #coglioneNo.
Stiamo parlando di una serie di spot i quali fotografano in maniera impietosa ed impeccabile il disagio quotidianamente affrontato dai giovani lavoratori, in particolar modo freelancer (che cercano quindi di proporsi in autonomo nel mercato del lavoro), al momento di dover concordare il pagamento della prestazione lavorativa svolta.
Stando al contenuto degli spot le parole incriminate sembrano essere “non c’è budget”, “ci siamo capiti male”, “lo potevo fare anche da solo” e “non ti pago, ma ti do visibilità”.
Negli sketch ci viene mostrata una realtà divertente ma allo stesso tempo cruda, all’interno della quale un giovane idraulico, un giardiniere ed un elettricista restano a bocca asciutta dopo avere effettuato i rispettivi interventi di routine.
Pare quasi che tali interventi, in quanto “basilari” non debbano godere della considerazione che verrebbe normalmente riservata ad altri lavori.
“Il ramo me lo potevo tagliare io, ma c’ho troppa roba daffà”, “l’antenna me la sistemavo da solo, se sapevo”, “il cesso rimane li dov’è, non si sostituisce, una robetta da niente no?”.
Ogni occasione è buona per non pagare i giovani intervenuti prontamente.
Questa opera di sensibilizzazione mediatica, oltre ad avermi strappato un sorriso amaro, mi ha anche portato a riflettere, per l’ennesima volta, su quanti sia difficile proporsi ed entrare nel mondo del lavoro in questo paese.
Perché se è vero che nei sopraccitati video la realtà viene portata all’estremo, è anche vero che scene come queste sono tremendamente comuni e all’ordine del giorno.
Qui peraltro sono stati tirati in ballo lavori manuali, vecchi come il cucco e dei quali sarà probabilmente impossibile fare a meno anche per gli anni a venire (vedo a rischio solo la professione del giardiniere, visto il festival della cementificazione), ma scene simili o anche peggiori si potrebbero collegare direttamente a nuove posizioni professionali che si stanno imponendo negli ultimi anni: il web designer, lo sviluppatore di applicazioni per smartphone, il programmatore informatico,  il social media expertiser, il web martketer, il copywriter etc etc, solo per citare le prime che mi vengono in mente.
Per queste figure la questione “emolumento” è un trauma costante e ineludibile, soprattutto se partono da zero e non si possono agganciare ad un pesce che naviga nel settore già da diversi anni e sa quali solo le correnti giuste da seguire e i segreti del mestiere (si, compresi i trucchi per farsi pagare…).
Lo scenario che è stato tanto ben rappresentato dai giovani protagonisti è tanto chiaro quanto attuale, e lascia spazio a plurime speculazioni.
La società è ancora in piena crisi economica, i soldi che girano sono sempre meno, le disponibilità economiche che una volta erano destinate anche a piccoli investimenti di routine si sono assottigliate pericolosamente e l’ovvia tendenza  è quella a contenere in ogni modo i costi che appaiono ridondanti, superflui e evitabili.
Come fare per cercare di ripristinare la giusta dignità che dovrebbe essere concessa ad ogni tipo di lavoro, materiale o intellettuale, e a dare ai giovani la possibilità di ottenere una onesta retribuzione per i loro sforzi?
Mentre scrivo mi torna alla mente uno spot radiofonico, sentito giusto qualche tempo fa e che ho trovato di pessimo gusto, di una famosa catena di veicoli.
Nello spot veniva sbeffeggiata la leggerezza e l’inutilità dei lavori d’ufficio, per esaltare il duro lavoro manuale dei veri uomini, con slogan tipo “Faticoso avviare con un click una stampante vero? Prova a scaricare a mano un camioncino pieno di barre di fusti di mercurio rivestiti di piombo!”, o qualcosa di molto simile.
Con tanto di vocetta storpiata come a dire “Si, mezza sega, sto parlando con te che stai su una sedia in ufficio e ti lamenti perché ti fanno male le chiappe da quante ore ci stai seduto e hai pure il coraggio di lamentarti ogni mattina quando ti alzi per recarti in ufficio. Vallo a dire a chi come me va a sollevare ogni giorno quintali e quintali di materiali e torna a casa con la schiena piegata a mo’ di Stegosauro.”.
Ecco quello spot, potrebbe benissimo essere presentato come esempio di messaggio inutilmente discriminatorio ed antagonista rispetto a quello trasmesso dai video di #coglioniNo.
L’obiettivo, che trovo condivisibile, è sottoporre all’opinione pubblica la questione sulla dignità che dovrebbe essere attribuita ad ogni forma di lavoro.
Non esiste al mondo che ci debbano essere lavori disprezzati o sminuiti rispetto ad altri.
Ogni cittadino deve avere diritto ad accedere ad un lavoro ed a contribuire al miglioramento della società.
E questo contributo non va valutato solo in base ad una scala prettamente materiale.
Se continuiamo a pensarla in questi termini andiamo in una direzione contraria rispetto a quella che ha preso, ormai da anni, il nuovo mondo.
Un mondo dove la gran parte del business usa il web come strumento di intermediazione e dove il processo di virtualizzazione di beni e servizi è in costante ascesa.
Parliamo di recuperare il senso reale e capitale di quei primi 5 articoli della nostra Costituzione, i quali affermano in rapida e lapidaria successione che:

Art.1: [L’italia è una repubblica fondata sul lavoro.]

Art.3: [È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.]

E poi il mio articolo preferito, forse il più bello ideologicamente parlando, che riporto nella sua interezza.

Art.4: [La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.]

Nel secondo comma dell’Articolo 4 della nostra Costituzione abbiamo riassunta, in maniera perfetta, l’idea che io stesso ho di come dovrebbe essere inteso il lavoro come componente fondamentale del tessuto sociale ed economico della nostra Repubblica.
E’ proprio rileggendo questo articolo, scritto nell’epoca del dopoguerra, che scopriamo quanto l’idea dei padri costituenti si sia persa per strada, e quanto, ad oggi, non sia stato fatto per garantire un mercato del lavoro aperto, meritocratico e rispettoso del contributo di tutti.
Perché è solo in questo modo che possiamo rinvenire il percorso di crescita sociale, di progresso collettivo che deriva dallo sforzo creativo ed operativo della mente e della mano dell’uomo.
I giovani devono potersi inserire in un contesto lavorativo che consente loro di imparare il mestiere, di apprendere sul campo, di formarsi in un lasso di tempo ragionevole e poi di essere considerati come ogni altro lavoratore che si rispetti, a partire dal secondo elemento costitutivo del rapporto di lavoro: la giusta retribuzione.

Fino a quando staremo a cavillare sulle leggicole, sugli stage gratuiti dove i giovani vengono macellati in enormi tritacarne per poi essere sputati e rimessi sulla strada senza obiettivo alcuno di formarli, in modo da consentire poi, in base alle rispettive capacità, di ricavarsi la propria fetta più o meno cospicua di mercato, ci ritroveremo con un paese popolato da giovani depressi, frustrati, animati da sogni stroncati sul nascere e privi di volontà.
Io credo che i giovani d’oggi abbiano molte capacità, molta voglia di mettersi in gioco e di provare a crescere e ad accettare nuove sfide.
Sta a tutti noi recuperare l’idea della dignità intrinseca che è nell’opera di ogni individuo e a ripensare il nostro mondo di conseguenza.

 

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