Figli delle stelle

Everybody Loves a Happy Ending: Tears for Fears

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Che cosa avessero i Tears for Fears in più degli altri non lo so. So solo che sono una delle band che ho ascoltato di più durante la mia tardoadolescenza, in un greatest del ’92 intitolato Tears Roll Down. Guardando i testi del libretto e imparandoli a memoria. Gli album più azzeccati e quelli in cui la band rimane con i componenti della formazione originale – Roland Orzabal e Curt Smith – sono i tre pubblicati negli anni Ottanta. L’esordio bruciante The Hurting del 1983, il secondo Songs from the Big Chair e The Seeds of Love del 1989. Tre dischi magici.

The Hurting ha al suo interno Mad World, Pale Shelter e Change. Inni che con il loro mix di synth, chitarre slavate e tappetini indimenticabili hanno segnato un’epoca. Qui siamo ancora su un minutaggio discretamente pop. Le canzoni durano leggermente di più dei canonici tre minuti radiofonici e suonano molto minimal wave. Già nel secondo però i singoli di punta sono lunghissimi. Shout dura sei minuti e mezzo, Mothers Talk cinque, come pure Head over Heels. L’atmosfera diventa pop tout court e il gruppo diventa una delle potenze commerciali inglesi d’esportazione. Il massimo però si ha nel terzo disco, quando si parte con la bomba Woman in Chains che dura anch’essa sei minuti e mezzo, passando per Sowing the Seeds of Love (6:17) e addirittura sfondando quota otto con la meno nota Bad Man’s Song. Manie di grandezza che si riflettono in una produzione elefantiaca con rimandi a musiche estranee al pop (la world, il jazz, il blues e pure i Beatles. Fra gli ospiti Phil Collins e Oleta Adams).

Roland e Curt sono due inglesi di Bath ispirati dagli scritti dello psicologo Arthur Janov, autore fra le altre cose di The Primal Scream (guardacaso altro nome di un altro grande gruppo rock), che teorizzava la c.d. primal therapy, un trattamento di psicoterapia che fa rivivere ed esprimere sentimenti repressi. Il loro apice si esprime dal 1981 al 1989. Un quasi-decennio per definire un suono che è rimasto nella storia del pop. L’esordio è un concept album sull’infanzia negata, quella che dicono di avere avuto i due frontman. Il secondo fa il botto e tratteggia lo zeitgeist del rampantismo yuppie Ottanta. Il titolo (Canzoni dalla grande sedia) è tratto da un film per la TV inglese intitolato Sybil, che racconta la storia di una donna con un disturbo di personalità che trova conforto solo nella grande sedia dell’analista. Da qui vale la pena almeno citare due versi di Everybody Wants to Rule the World, più attuali che mai: “All for freedom and for pleasure / Nothing ever lasts forever”. L’ultimo e più complesso anche dal punto di vista degli arrangiamenti e della strumentazione cerca di uscire dallo standard con una visione off-pop-adult. E dopo la decadenza/disbanding? Che è successo? Orzabal ha pubblicato due dischi: Elemental e Raoul and the Kings of Spain. Onesto il primo, minore il secondo. Vi ricordate Break It Down Again?

Nel 2003 il colpo di scena. Michael Andrews scrive la colonna sonora per Donnie Darko e registra insieme a Gary Jules (i due sono musicisti folk rock americani) la cover di Mad World. La gente ricomincia a parlare di loro. L’hype ricomincia a salire. Piano e voce. Minimalismo che contrasta con tutti gli strumenti e gli effetti della band. Il video è stato diretto nientemeno che da Michel Gondry (quello di Eternal Sunshine of the Spotless Mind).

Quest’anno Curt Smith ha pubblicato un nuovo disco solista synth pop intitolato Deceptively Heavy, non molto sorprendente, una specie di incrocio tra le produzioni vecchie dei Fears e i Pet Shop Boys. Dopo la pubblicazione è però tornato in studio con Orzabal. Tre i singoli/tributo usciti finora:  My Girl, una cover degli Animal Collective, Ready to Start degli Arcade Fire (nella pagina Soundcloud si legge: “Having appreciated artists like Kanye West, Katy Perry, Kimbra, Nas, Gary Jules/Michael Andrews, Adam Lambert & Dizzee Rascal covering & sampling our songs over the past years, we agreed that some reciprocal cross-generational love was in order. We decided to give Arcade Fire a twist of TFF. Enjoy.”) e And I Was a Boy from School degli Hot Chip. Come a dire: ce li mangiamo i vostri divi post millennial. Siamo qui per suonare e metterci di nuovo in gioco. Per oggi è annunciata una “big news” sulla loro pagina Facebook. Molto probabilmente ci regaleranno un nuovo album e un nuovo tour. Ci vediamo in gradinata con l’accendino.

 

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