Chi si accontenta gode.
Lo dice il proverbio, canzoni, personaggi famosi e meno.
Sarà vero?
Non ve lo so dire, ovviamente.
Come le vostre, anche la mia vita transita spesso nella linea di confine tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, ciò che abbiamo e ciò che vorremmo avere.
Un lavoro, una relazione, una casa, un’auto, una bella cerchia di amicizie, sono cose che abbiamo, o che ci piacerebbe avere un domani?
E’ indubbio che i tempi nei quali viviamo siano terribili sotto l’aspetto della soddisfazione personale: esiste sempre e costantemente una condizione migliore della nostra, più appetibile, più soddisfacente ed allettante.
Che sia un nostro amico, un conoscente, un personaggio famoso o un perfetto sconosciuto appena incontrato.
Al giorno d’oggi, più che mai, la nostra esistenza si condensa in una sintetica scheda da mettere a sistematico confronto con il prossimo.
Una istantanea che ci consente un rapido paragone tra diversi stili di vita, tra differenti esistenze e che ci porta a riflettere frequentemente sul nostro status sociale, su come stiamo affrontando la nostra vita.
Che cos’ho costruito fino ad ora, con le mie mani?
Che cos’ho in tasca, arrivato a questo punto?
Il confronto e lo scontro sono attività inevitabili, perché fisiologiche per individui costretti e portati a vivere in un contesto sociale comunitario, oggi più esteso e nutrito che mai.
Eppure questo confronto, questa comparazione che avviene in maniera più o meno spontanea, rischia di trascinarci via da ciò che è realmente importante, da quanto è essenziale ed allo stesso tempo intangibile.
Noi non siamo ciò che mostriamo.
Noi siamo ciò che abbiamo dentro:  le paure, le fobie, le insicurezze, le paranoie, le fragilità, le criticità connesse alla vita stessa.
E’ davvero possibile che siano tutti così felici, soddisfatti, entusiasti e gioiosi della propria condizione?
Certamente no, poiché la nostra società è impostata sul desiderio costante di altro, di novità, di più ricchezza, potere e piacere.
Se così non fosse, se la nostra vita non fosse messa costantemente a contatto e non fosse imbevuta dagli anabolizzanti del desiderio, ogni attività prenderebbe una diversa piega e muterebbe in parte anche il modo di pensare, di percepire la realtà che ci circonda.
E’ dunque giusto lasciarsi trasportare o comandare dal perverso meccanismo dell’eterno desiderio, che parte dal capitale, si insinua nei nostri pensieri ed al capitale torna, succhiando energie fisiche, mentali e guadagni?
Forse è inevitabile, ma allora ha senso anche provare ad interrompere questo flusso costante di infelicità e di eterna “crisi”, che da diversi anni ormai sembra essere diventato il trend costante del mostruoso pensiero-globale.
A volte penso che sia necessario staccarsi, scollegarsi da questo pastone grigio, cupo, materialista e volgare che viene calato dall’alto e colpisce tutti, compresi i liberi pensatori.
Il mio invito, a tutti voi che leggete, è proprio questo: per quanto ciò sia difficile, doloroso e complesso, fatelo.
Rischiate, osate essere liberi pensatori, fuori dalle tv, fuori dai vostri docenti, dai colleghi, dagli amici.
Lasciate perdere anche il vortice sconnesso e virale della rete.
Sfrondate il cervello dalla cappa di cavi e di invisibili cannule che ci ritroviamo addosso, senza colpa alcuna.
Provate l’ebbrezza di essere indipendenti, il gusto crudo di essere liberi.

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