Gino Broccardo è nato il 1° maggio 1910. Il giorno prima della sua nipote più giovane, 81 anni prima.

Gino Broccardo è morto il 5 giugno 1999, nel giorno del quarantaseiesimo compleanno della sua figlia minore, che porta proprio il suo nome ma da tutta la vita si fa chiamare Manuela.

I vecchi album di foto che ho a casa mostrano che per alcuni anni io e mio nonno abbiamo condiviso i festeggiamenti e la torta di compleanno. La strisciolina di pasta di zucchero recitava sempre “Buon compleanno Anna e Nonno Gino”. E io non lo ricordo. Non ricordo la mia gonnellina scozzese dei 4 anni, abbinata alla camicia bianca ricamata e alle Lelly Kelly, e non ricordo di essere stata seduta sulle gambe ossute del nonno, né di aver soffiato con lui sulle candeline. Non ricordo il suo sguardo spensierato di quelle foto, né le sue bretelle abbinate al completo. Che ci fosse un’occasione o dovesse solo andare alla messa della domenica, mio nonno si preparava sempre di tutto punto per uscire. Mostrarsi elegante e curato era il suo orgoglio. Anche questo io non lo ricordo, me l’ha detto la mamma. La sua voce, però, non potrei dimenticarla. Il gioco che avevamo inventato per passare il tempo quando stava a casa nostra non mi lascerà mai, e mi farà sempre sorridere per quanto era idiota. E per quanto ci abbiamo riso, io e quell’uomo umile, semplice, eternamente ragazzino, che sembrava sempre felice di trascorrere ore ed ore a rispondere al mio “toc toc” che risuonava fastidioso sull’anta di un armadio in lavanderia. Dei suoi ultimi anni ho un’immagine più precisa: la sua stanza in casa di riposo, con l’angolo cottura e il terrazzino. Le sue ciabatte testa di cuoio. La vestaglia blu che gli abbiamo regalato per Natale. I suoi sorrisi meno pronunciati, più vecchi. E il giardino dove si è preso cura dei fiori, finché ha potuto.

Ironicamente, credo la mia fissa con date e compleanni sia cominciata proprio nel giorno in cui è morto lui. Era sabato, erano gli ultimi giorni di scuola ed ero a casa, credo perché avessero deciso di fare ponte dal 2 giugno. Mi sono svegliata e sono corsa dalla mamma per farle gli auguri, entusiasta come solo un’ottenne può esserlo per un quarantaseiesimo compleanno. L’ho trovata insieme a mia zia in sala da pranzo, stavano sedute sul divano. Entrambe fissavano un punto nel vuoto. Non c’era disperazione nelle loro parole quando mi hanno detto che il nonno se n’era andato. Che loro padre se n’era andato. Io, invece, ho pianto tanto.

Non ho mai chiesto a mia madre cosa abbia significato per lei, quando il suo compleanno e la morte di mio nonno sono entrati in collisione. Però l’ho immaginato. E l’ho osservata, mentre di anno in anno si trovava a gestire quelle 24 ore. So che non è più così serena quando si sente fare gli auguri, o la invitiamo a festeggiare. Il suo primo pensiero la mattina del 5 giugno, da 20 anni a questa parte, non riguarda più lei. Mi mette addosso una profonda tristezza, che non ci sia più quel giorno solo suo, in cui può svestire i panni di madre e moglie ed essere semplicemente una persona che compie gli anni come tutti, che come tutti ha diritto a qualcosa di bello e basta. Invece dal 1999 i pranzi, le sorprese e i regali tengono la mano a visite in cimitero, ricordi nostalgici e sorrisi accennati, quasi colpevoli. Senza drammi, senza cadere in ginocchio, mia madre ha incassato il colpo, compleanno dopo compleanno. È una cosa solo sua, un fardello solo suo, che io l’ho vista sopportare con la stessa abnegazione nobile e fiera con cui vive tutta la sua vita. Ha fatto meglio che ha potuto con ciò che ha avuto, anche quando ciò che ha avuto è stato un buco nel cuore. E io che so incazzarmi per un compleanno sottotono, attaccata come sono a una giornata che pretendo essere solo mia, mi trovo stupefatta e sopraffatta ogni 5 giugno. La vedo far convivere il bene ricevuto con l’acutizzazione di quella sofferenza perpetua, la osservo accogliere i messaggi, gli abbracci, i puntualissimi bouquet da mio padre e abbandonarsi alla gratitudine per ogni sguardo d’affetto, per ogni bella parola. E poi d’improvviso gli angoli delle labbra le si incurvano leggermente, impercettibilmente, e gli occhi neri che nessuno dei suoi figli ha ereditato urlano senza aprir bocca che qualcosa da qualche parte nel torace le fa male.

Quel sabato, quando è morto mio nonno Gino, ho scoperto che mia madre non era invincibile. Che le madri non sono invincibili. Ho capito tutto d’un tratto che una fatalità crudele come questa era più di una questione di date. Negli anni mi sono resa conto che il dolore non sempre è fatto per passare con il tempo. È così e basta, le cose brutte capitano in giorni che dovrebbero essere belli e te li segnano per sempre. Tuo padre può morire nel giorno del tuo compleanno, e tu invece sopravvivrai, a lui e al dolore, e farai meglio che potrai.

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