Il tempo: elemento insostituibile e fondamentale.
La nostra vita è scandita dal tempo, e gli stessi uomini si sono sforzati con ogni mezzo di atomizzarlo, numerarlo e sfruttarlo a seconda delle proprie necessità.
Una esistenza priva di tempo ci è difficilmente concepibile, poiché le nostre valutazioni personali nascono e si sviluppano in un determinato momento, in una fessura temporale.
Perché il tempo è cosi importante?
Perché è per mezzo di esso e attraversando lo spazio, che si dispiega la nostra esperienza di vita.
E quale dovrebbe essere una delle attività in grado di assorbire una buona fetta della nostra personale riserva di ore?
Il lavoro, ovviamente.
Il lavoro dovrebbe essere quella attività che non solo ci consente di portare a casa la “palanca”  – e quindi di sostentarci finanziariamente – ma altresì rappresentare quella componente della routine che riesce a scandire il ritmo delle nostre giornate, procurandoci quella piacevole sensazione di trovarci nel posto giusto, al momento giusto, mentre ci rendiamo operativi.
Lo so, anche io – mentre sto scrivendo – mi rendo conto di quanto dovrò abusare di condizionali, periodi ipotetici e soprattutto di quanto dovrò riferirmi a concetti “metafisci” e “irreali”, che si scostano profondamente dal quotidiano, dove il lavoro è un omino smunto e scalcinato, che si nasconde nell’ombra e sguscia via come una saponetta incazzata.
Anche se ho voluto introdurre l’argomento odierno in maniera un po’ visionaria, appare chiaro come i concetti di tempo e di lavoro siano fortemente connessi, a prescindere dalla nostra effettiva volontà.
Ma perché interessarsi di questi argomenti tanto attuali, quanto scontati?
Perché una notizia molto interessante ha colpito il mio occhio, qualche giorno fa.
Una notizia svedese, per la precisione.
Pare che in Svezia, a Goteborg per la precisione, si stia svolgendo un progetto pilota che porterà un campione di lavoratori del pubblico impiego a prestare servizio per sole 6 ore al giorno.
Questo perché – a quanto pare – si è sviluppata in seno alla attuale coalizione di governo svedese la convinzione che un orario di lavoro ridotto porterebbe ad un incremento dello stato di salute generale dei funzionari e, conseguentemente, ad un incremento delle loro prestazioni.
Questo esperimento durerà un anno, al termine del quale verranno fatti dei raffronti statistici tra gli esaminati che avranno lavorato con orario ridotto e i funzionari ordinari.
Obbiettivo, o forse sarebbe meglio dire,  speranza degli ideatori è quella di riuscire a migliorare lo stato generale di salute dei funzionari, i quali chiedendo meno giorni di malattia e sentendosi più riposati mentalmente e fisicamente, andrebbero ad incrementare le proprie capacità a beneficio dei compiti svolti.
Una vera e propria inversione di tendenza, rispetto all’ideale stakanovista di “posto di lavoro” comunemente intenso in ambito occidentale.
Inutile dire che sarà interessante leggere questo rapporto, tra un anno.
Questo sia per capire se sia possibile imboccare una via alternativa rispetto a quella ormai consolidata dal binomio “molto tempo – molta produzione”, e anche per verificare se e come la vita di un lavoratore possa godere o meno dei benefici concessi dal maggior tempo a propria disposizione.
Tempo che potrà essere sfruttato per coltivare le proprie passioni, per consolidare o approfondire relazioni interpersonali, o semplicemente per riposarsi.
Quante volte ci siamo detti che oggigiorno viviamo per lavorare, e non lavoriamo per vivere?
Ed è effettivamente per la maggior parte delle persone è così: il lavoro ha assunto la dimensione preponderante all’interno della propria vita.
Non solo in termini di energie da dedicargli, e di necessarietà per mantenere la propria autosufficienza, ma anche e soprattutto in virtù di minuti, ore e giorni impegnati.
Potrebbe essere un precedente dal valore scientifico e sociologico interessante, che potrebbe aprire a nuove considerazioni e a fare ulteriori passi verso un sistema produttivo che non sia basato unicamente sull’accumulo massiccio ed atemporale del plusvalore, ma su una idea di economia più “naturale” e modellata sui ritmi più consoni alle esigenze di un essere umano. Un individuo che ha la necessità ineludibile di svilupparsi nella professione, ma che non può certo ridursi a diventare una estensione materiale di questa.
Un uomo che vede sempre più in crisi la propria posizione all’interno della realtà che lo circonda, e cerca disperatamente di trovare il proprio posto, nello spazio e nel tempo.

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