Bisogna tacere

E il Veneto è ancora Italia

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Dal 16 al 21 marzo, sotto la bandiera di “Semo un cuor solo, semo un solo popolo!”, si è concluso quello che gli organizzatori hanno chiamato referendum. In realtà, non seguendo le procedure del referendum, quello a cui hanno partecipato quasi due milioni di utenti era un semplice sondaggio.
Il risultato è scontato, dal momento che, come spesso accade, a partecipare sono solo coloro che concordano con le proposte avanzate dagli organizzatori; in questo caso: l’indipendenza del Veneto.
Tralasciando ogni discorso intorno all’opportunità sia legale che contenutistica del sondaggio, tralasciando il senso di chiamare “popolo” quello veneto che a livello sociologico non ha nulla del popolo, tralasciando anche il senso di chiamare “referendum” ciò che del referendum non aveva proprio nulla, tralasciando la tempistica perfetta e per questo sospetta di far emergere, proprio dopo le aperture del M5S sul tema e proprio dopo i noti eventi avvenuti in Crimea, qualcosa che in Veneto bolle ormai da decenni, si impone una riflessione di metodo.

L’idea di proporre un sondaggio con il nome di “referendum”, il fatto di proporlo in internet, ovvero in una piattaforma che ha ricevuto nuovo spolvero grazie alla presunta democrazia diretta di Grillo, l’iniziativa di premere l’acceleratore su un tema così sentito in Veneto, sono tutti aspetti di una stessa questione. E la questione concerne la distrazione di massa.
Si parla spesso della frattura che si è aperta fra la cittadinanza e la politica e si è spesso parlato dell’indifferenza delle persone per questioni sentite estremamente lontane dai problemi quotidiani che ognuno di noi si trova ad affrontare. Il motivo principale è che, se anche le questioni di cui la politica si trova a discutere fossero coerenti con le difficoltà di tutti noi, a risolvere questi problemi sarebbero individui che le cronache ci descrivono continuamente come disonesti, arraffoni, incompetenti.
Perciò le persone sentono sempre più la politica come un’arte a se stante, che non ha alcuna attinenza con la loro vita e che, anzi, è meglio che non abbia alcuna attinenza con la loro vita, perché riuscirebbe solo a far peggio. Il dogma di “aiutati che il ciel ti aiuta” funziona come dimostrazione perfetta della sfiducia nei confronti di ogni operato politico.
Iniziative come quelle recentemente lanciate dai palchi delle piazze dal M5S, come quelle della presunta democrazia diretta, e nell’ultimo caso come quella del sondaggio sull’indipendenza veneta si innestano in questo contesto in modo assai coerente: ovvero, sfruttando la totale distrazione delle persone per gli affari della cosa pubblica e andando, a loro volta, a incentivarla.
Si sfrutta la distrazione: abituati come siamo a non approfondire alcuna questione, presi come siamo fra corse contro il tempo e tagli per arrivare a fine mese, tutto ciò che sappiamo degli affari della collettività si riduce alla chiacchiera che intratteniamo in luoghi di sociabilità, come il barbiere, la parrucchiera, l’ortolano, il bar, … La chiacchiera, se ripetuta, diventa opinione fondata. L’opinione fondata ritrova nel quesito pseudo-referendario una sponda: sentendo risuonare nelle domande di un sondaggio ciò che mi è capitato più volte di sentire affermato con grande convinzione – e con pari superficialità – nel bar vicino casa mia, sento finalmente compresa e rappresentata la mia opinione. Perciò non posso che votare.
Si incentiva la distrazione: ogni discorso troppo intellettuale, troppo argomentato, troppo costruito e perfino troppo lungo viene a prescindere cassato come inaccessibile. Non ho né le competenze né il tempo per affrontare un dibattito che decostruisca e ricostruisca i problemi, macro e microscopici. Perciò mi limito alla superficie di ogni tema. E questa mia tendenza a non approfondire nessun tema ritrova legittimità in una iniziativa quasi seria, com’è un “referendum” via internet: se chi ha tempo per pensare, per valutare e proporre un programma d’azione così lungo e articolato (che non ho tempo di leggere, ma mi fido!), se gente così ha messo in piedi tutto questo, significa che non val proprio la pena di lambiccare. È così che si fa politica: con la pancia, con il cuore, con le urla e gli strepiti, con le iniziative estemporanee e prive di legittimità.

Si tratta di un lavoro che si autoalimenta, trovando terreno fertile nella distrazione in cui viviamo tutti – dovuta certo alla sfiducia nei confronti della classe dirigente – e che va ad accresce quella distrazione, educando alla superficialità e al disfattismo.
Si tratta di armi di distrazione di massa, che ottengono grandissimi risultati quantitativi, ma che impediscono fisicamente la maturazione di un’opinione che vada oltre la chiacchiera o la litania dei luoghi comuni.
La partecipazione è ben altra faccenda. La partecipazione non è un sondaggio autolegittimato, le cui adesioni lievitano grazie a profili falsi. La partecipazione non è una somma di voti in un referendum pilotato o viziato. La partecipazione non è la conta delle mani alzate. La partecipazione è fare-parte, è essere parte di un tutto coeso, all’interno del quale le opinioni maturano grazie al confronto attivo e fisico, reagendo una con l’altra.
La partecipazione è una cosa seria.

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