She Said

‘e allora?’, un esperimento poetico

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Classe 1988, laureato in Filosofia, trevigiano, si occupa di Filosofia Politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha una sua rubrica in Gushmag (Bisogna Tacere) e nel tempo libero “è alla ricerca di una sedia comoda su cui sedersi”.

Venerdì 19 Dicembre, presenta presso la Biblioteca Comunale di Roncade il suo esperimento poetico. Ho lasciato spiegare a lui il ‘come mai’ di questo ben riuscito spontaneo tentativo, senza prima però stuzzicarlo con qualche domanda superficialotta come affermerebbe lui!

10518861_10205331261143210_8347588209488172640_n…agnostico o ateo?

agnostico o ateo direi che sono due parole leggermente riduttive per descrivere il mio approccio al sacro, quindi non ne userei nemmeno una delle due.

…studioso o affascinato?

direi studioso spaventato.

…sociopatico o un pelino asociale?

riservato e discreto.

…intelligente o brillante?

brillante, perché intelligenti lo sono tutti.

Dai dai, Raccontaci il tuo nuovo Libro!

Se dovessi dire come mai ho scritto queste cose qui, direi che le ho scritte come elogio della spontaneità, come dimostrazione del mio amore spasmodico per la naturalezza.

Una volta, quattro o cinque anni fa, di inverno, camminavo verso la stazione con una ragazza che conoscevo poco, e quando siamo arrivati al suo binario, lei si è girata, si è messa in punta dei piedi e mi ha baciato, e poi, quando i nostri visi si sono allontanati un poco, io non ci vedevo più e mi è venuto di farle un finto rimprovero: «guarda che roba, mi hai appannato tutti gli occhiali», le ho detto. Non sapevo cosa dire e mi è venuto di dirle quello; non ci ho pensato troppo, raramente penso troppo se dire o non dire le cose che mi vengono in mente: quello era quello che mi è venuto in mente e gliel’ho detto, e appena gliel’ho detto, ho notato nella sua espressione che non era rimasta soddisfatta della mia reazione al suo bacio a sorpresa. Credo che immaginasse un fondo di violini e una frase alla Humphrey Bogart e invece tutto quello che era uscito dal suo bacio erano i miei occhiali appannati. Io mi ricordo che con quella ragazza poi ci sono stato assieme anche alcuni mesi, per carità, tutto bene, però durante quei mesi ho sempre avuto in mente un piccolo pensiero, l’immagine della sua espressione insoddisfatta per la mia abitudine a essere spontaneo e dire tutto quel poco che mi gira in testa senza troppi fronzoli. Poi questa immagine di lei insoddisfatta del mio commento spontaneo riguardo agli occhiali appannati è diventata sempre più grande, al punto che poi non sono più riuscito a starci, con questa ragazza.

Ecco, mi sono spesso chiesto: ma si può lasciare una persona perché non le è piaciuta la tua spontaneità? Che, a dirla così, è una cosa che si fa anche fatica a capire di cosa si sta parlando. Bene, ora mi chiedo: si può pubblicare un libro come elogio della spontaneità? L’ho fatto.

Due estati fa, poi, in giardino, mi è cresciuta un’erbaccia. O, meglio, credevo che fosse un’erbaccia, ma un giorno, dopo tre giorni che rimanevo chiuso in casa, da solo, senza vedere nessuno, sono uscito in giardino e ho visto che quell’erbaccia, cresciuta per caso in un angolo del giardino, era in realtà una pianta di pomodoro. Le ho piantato un paletto accanto e l’ho appoggiata al paletto, senza nemmeno legarla: che stesse come voleva lei, che crescesse come voleva lei, a me non disturbava e io non avrei disturbato lei. Insomma, questa pianta di pomodoro è cresciuta moltissimo, ho dovuto piantarle un altro paletto più lungo, a fine estate l’ho misurata, 3 metri e 40 centimetri. Mi ha fatto 35 pomodori, molto buoni. Al mio vicino, che ha un orto pieno di piante di pomodoro, le sue piante fanno sì e no 4 pomodori a testa, piccoli, verdi, fanno schifo solo a vederli. La mia, 35 pomodori, grossi e buoni. E io le davo solo un poca di acqua ogni tanto.

Si può scrivere un libro perché una pianta, crescendo spontaneamente, ha fatto nascere 35 pomodori? Io l’ho fatto.

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Riferimenti:

Scheda del libro: http://bit.ly/1tovwE5

Booktrailer: http://youtu.be/FXLBGW-LKBc

Quarta di copertina:

“E cosa resta, allora?” Il nulla. Ma il nulla è pieno di cose. In un mondo che guarda solo allo straordinario da celebrare per qualche giorno, il nulla è la quotidianità che non fa notizia. Nulla è il lavoro costante e privo di eroismo, ma in realtà pieno di eroismo. Nulla sono paure e manie, sempre più nascoste perché non controllabili. Nulla è la vita pelosa, con le unghie gialle. Nulla è il cinismo che rimane stretto fra i denti e si manifesta a bassa voce. Nulla è l’egomania con cui tentiamo di resistere al nulla. E sempre più tendente al nulla è l’unità di tempo che scandisce le nostre vite. Di tutto questo parlano i versi in questa raccolta: di nulla, assolutamente di niente. “E allora?” è la voce di chi rimane indifferente a ciò che gli vien detto. Queste poesie, forse, lasciano indifferenti, per la forma piana dietro cui si celano i loro significati. Ma parlano dell’unica cosa che probabilmente oggi ha ancora valore: il nulla anonimo di ogni giorno. Queste poesie non fanno battere il cuore, non insegnano nulla. Queste poesie non sono nemmeno poesie: sono nulla. Ma oggi si fa un gran parlare di nulla.

 

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