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Donne, serpenti e asciugatrici: miti antichi e moderni

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Il racconto mitologico nella Genesi di Adamo ed Eva, narra la storia di una duplice emancipazione: quella dell’uomo nei confronti di Dio e quella della donna nei confronti dell’uomo.
La parola emancipazione ci fa pensare a qualcosa di rivoluzionario e a tutto ciò che vuole separarsi dal confortevole consenso generale. Creare una separazione è “negativo” come concetto, perché è unendo le forze, trovando l’equilibrio nella diversità, comprendendo amorevolmente e mettendo da parte il proprio ego e trovando un accordo per obbiettivi più ampi, che ci fa divenire delle persone evolute.
Però a volte, tagliare nettamente una situazione – pena uscita dal meraviglioso Paradiso Terrestre- è un passaggio obbligato di crescita per capire chi si è davvero e cosa la vita ci chiede di apportare di personale.
Esegeti moderni leggono il racconto di Adamo e Eva, non come una tragedia cosmica che ci ha fatto cadere irrimediabilmente in una condizione degradata di sofferenza, ma come una sana disobbedienza, verso cui Dio stesso ha condotto l’uomo perché iniziasse il suo cammino interiore.
Come un padre che, per amore, caccia di casa suo figlio ormai pronto per farlo, con un pretesto qualsiasi, affinché divenga un uomo autentico (nel caso il figlio non lo facesse spontaneamente).
Tuttavia la saggezza ebraica ha fatto passare questa faccenda dell’Eden attraverso la donna; è stata lei infatti l’iniziatrice della catastrofe e della “caduta”. Un certo tipo di interpretazione sostiene che essendo la cultura ebraica fortemente patriarcale e maschilista, doveva dare la colpa alla donna, così credulona e debole . Il nostro software culturale degli ultimi duemila anni, ha indottrinato le nostre menti con questa spiegazione semplicistica, anacronistica e davvero maschilista.
In realtà quando è stato scritto questo testo, il primo libro della bibbia, (pare tra il VI e il V secolo a.C.) la visione del mondo era ancorata ai cicli cosmici e alla visione spirituale del mondo, molto di più di ora. Infatti il nostro remoto passato culturale è profondamente matriarcale, legato alle divinità femminili della terra, alla Grande Madre che genera, accoglie, salva e distrugge. Questa immagine potente era presente e viveva nell’anima della cultura e della fede universale con la sua concezione circolare della socità, non piramidale. Poi l’avvento delle divinità solari, poi Jahvè, il dio unico dall’impronta decisamente maschile, gerarchica, autorevole e punitiva e così via.
Quindi il serpente non parla con Eva perché è più scema e manipolabile, ma decide di fare il discorsetto proprio a lei, poiché sa che, in quanto femmina, è molto influente . Il serpente le dice una cosa del tipo “ ma scusa, se Dio ti ama tanto perché vi ha messo in questo bel recinto, dove vi fa credere di essere liberi, ma in realtà non avete la libertà di sbagliare? In realtà, Dio ha paura che voi possiate diventare più potenti di lui”. La libertà è il vero potere, il potere su sé stessi. Eva non se lo fa dire due volte, mangia il frutto e lo fa mangiare ad Adamo (che protesta debolmente), conducendo entrambi nel grande salto della loro vita, certo più scomodo, ma deciso da loro due e non da altri. Erano diventati due persone reali.
Alla luce di questo racconto si capisce meglio come nella storia molti cambiamenti importanti siano passati attraverso le donne, nel bene e nel male. La donna genera i figli e li educa, è lei che alleva la società, anche se si auspica ci sia un maschile che protegga e faccia in modo che questo avvenga.
Quindi, io dico, perché è stato messo in testa alle donne che dovevano avere l’asciugatrice e dopo anche fare carriera, mentre doveva essere alle prese con la scuola dei figli, le innumerevoli attività pomeridiane e avere una vita sociale brillante escludendo l’uomo, che sembra il nemico numero uno della loro realizzazione? Perchè dovevamo essere l’angelo del focolare prima, poi casalinga perfetta negli anni ’50, ninfa liberata sessualmente negli anni ’60, impegnata politicamente e intellettualmente evoluta negli anni ’70, poi donna manager negli anni ’80, multitasking oggi….?
In fin dei conti, tipi come Marie Courie ( premio Nobel della Fisica) hanno lasciato la Polonia nel 1891 per andare a studiare a Parigi, all’età 24 anni, quando alle donne a quel tempo non era concesso studiare e di certo la sua sua autonomia non era ben vista, suonava diabolica. Marie Courie l’ha fatto e basta, seguendo sè stessa con la forza primitiva che le dava il suo talento, senza neppure partecipare a cortei di contestazione per la libertà di scelta delle donne.
Questo significa solamente che noi, uomini e donne (e tutte le altre coniugazioni di genere) “siamo prigionieri del nostro comune stato di coscienza- per citare Charles Tart- vittime della nostra realtà consensuale”.
Le uniche battaglie sono dentro di noi e non contro una società o una cultura, sennò passeremo sempre per quelle che colgono il frutto proibito dell’ “Albero della conoscenza del Bene e del Male”, ad opera del serpente di turno, che ci fa credere, ancora una volta, di non essere all’altezza.

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