L'angolo di Key

Dire “ho il cancro” non deve essere un tabù ma un gesto di speranza

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La testimonianza di Francesca Tilio, fondatrice del Pink Project,  è di grande aiuto a molte donne.
“Perché anche dalle cose più brutte possono nascere storie meravigliose

Secondo la Fondazione Umberto Veronesi,  il tumore al seno è la neoplasia femminile più diffusa in Italia, con oltre 47.000 nuove diagnosi all’anno.  Intacca la salute della donna e la sua femminilità.  L’80% dei tumori della mammella è diagnosticato in donne con più di 50 anni.  Ma in realtà è una malattia che non ha età. Se è scoperta in fase precoce la sopravvivenza relativa a 5 anni dalla diagnosi raggiunge il 98%. Negli ultimi 20 anni – sempre secondo la Fondazione – i tassi di guarigione sono raddoppiati grazie a diversi fattori, tra cui il miglioramento delle terapie e l’anticipazione diagnostica. La ricerca scientifica e la prevenzione sono ancore di salvezza per molte donne che si ritrovano ad avere a che fare con qualcosa più grande di loro.
Gli esperti raccomandano la prevenzione primaria a partire dai 20 anni di età con la semplice autopalpazione, da effettuare regolarmente almeno una volta al mese.
Questo gesto personale può salvarti la vita. Permettere di ridurre la gravità della malattia.
Lo raccontano le donne che ci sono passate. Come? Parlandone. Condividendo con la massima sensibilità la propria storia. Perché dire “ho il cancro” non deve essere un tabù.

In luoghi lontani, dove tradizioni e regole religiose e culturali opprimono la sfera femminile della società, c’è un male che fa più vittime del cancro: il tabù del tumore al seno.  Accade in Pakistan, dove la parola “seno” non si può nemmeno pronunciare, perché fa pensare al sesso ed è blasfemia. Purtroppo il Pakistan conta una percentuale molto elevata di donne malate di cancro alla mammella.

Torniamo a casa nostra e concentriamo l’attenzione su casi positivi che profumano di speranza. Come quello di Francesca Tilio, grafica e fotografa marchigiana, fondatrice del Pink Project.
Una testimonianza che fa bene sia a leggerla che a raccontarla.

Francesca Tilio

“Nel 2006 mi sono ritrovata ad affrontare un esame importante – racconta Francesca. Dall’esito positivo o negativo dipendeva la mia vita. Tra l’altro sarei dovuta partire di lì a breve per una vacanza. Il medico mi consigliò di partire tranquillamente perché tanto la risposta di quell’esame l’avremmo avuta solo al mio ritorno. Ho affrontato il viaggio con un punto interrogativo in testa. Destinazione Polonia.”

La diagnosi, al suo ritorno, non lasciava spazio a dubbi: si sarebbe dovuta operare immediatamente.

“Dopo l’operazione, la chemioterapia. E’ iniziato tutto l’iter di cure oncologiche che un malato di cancro deve affrontare. L’operazione è andata comunque bene. Ho affrontato i cicli di chemio con tutte le difficoltà che ne derivano.
La caduta dei capelli (una delle conseguenze più visibili di questo tipo di trattamento –ndr)– per me, almeno per come l’ho vissuta io, non è stato un trauma. La cosa che faceva star più male era la sofferenza fisica, legata alle medicine che ti iniettano.
Adesso sono uscita dalla fase dei controlli. Passati i cinque anni, si abbassano di molto le probabilità di ammalarsi nuovamente. Questo non significa che sono fuori pericolo totalmente, devo affrontare annualmente visite e controlli.  Resto sempre un soggetto a rischio. Però i cinque anni di “sorveglianza” sono passati con successo.”

Trentuno anni sono troppo pochi per rinunciare ai proprio progetti e arrendersi alla malattia. Hai dimostrato una grande forza.
“Ho affrontato tutto con una forza probabilmente apparente. Io ho mantenuto una quotidianità molto simile a quella che avevo prima. Dopo una settimana di chemio, per esempio, me ne tornavo al lavoro perché cercavo di condurre una vita normale. Ovviamente, con tutte le difficoltà conseguenti alla chemioterapia. Vorrei chiarire che io non stavo facendo finta che non stesse succedendo niente. In quel momento stava succedendo qualcosa, eccome. Pensavo solo che se avessi evitato di piangermi addosso forse sarebbe passato tutto più agevolmente. E poi, comunque, non mi veniva proprio da piangere. Quando vedi la morte in faccia, pensi che puoi sfuggirle. Ci ho messo tanta speranza, è vero, ma la mia speranza nasce dalle persone che ho avuto accanto. Da una in particolare, il mio compagno, che non mi ha mai fatto sentire “malata”. Una famiglia che mi è stata vicina e in cui nessuno si è disperato per quello che mi stava accadendo.  C’era sicuramente una sofferenza interiore, da parte di tutti. Ma con me rimaneva interiore. Credo che dipenda tanto da te, come vuoi che gli altri reagiscano e si comportino in funzione della malattia.  Nel senso che, per esempio, non avevo vergogna di uscire di casa perché avevo un fazzoletto in testa. Ero realista ma non disfattista.”
E poi sei diventata mamma di Dora. La nascita di un figlio è già di per sé un dono miracoloso, ma farlo dopo aver affrontato un tumore al seno, per una donna credo assuma un valore indescrivibile. Come hai gestito la situazione?
“Sono riuscita ad allattare Dora fino al sesto mese. Ha seguito un allattamento misto però ci sono riuscita, nonostante un seno solo. E’ stata una conquista anche questa e ne sono davvero felice. Ho avuto la mia bambina nonostante i medici mi avessero detto di non avere molte chance. Sono strafelice di averla nella mia vita.”

La Reflex è stato il primo regalo che Francesca si è fatta, alla fine della chemioterapia. Questo la dice lunga sulla sua passione per la fotografia. Passione che, dopo il cancro, si è colorata di rosa, anzi di “pink” con la nascita del “Pink Porject”.

Come nasce il Pink Project?
“Un progetto che nasce quando, incinta, non sapevo ancora di aspettare una femmina. Al quarto mese di gravidanza faccio un viaggio in Scozia. Durante una lunghissima passeggiata in un luogo selvaggio, in mezzo alla natura. Camminando in questo luogo ideale per riflettere, con il vento che mi soffiava addosso, con la pioggia che mi bagnava il viso e con la mia pancia di quattro mesi, ho vissuto un momento magico che mi ha illuminata. Lì ho pensato che da quel vestito rosa, da quella parrucca stravagante doveva nascere un progetto legato alla mia maternità.
Ho presentato la mia idea del Pink Project al “Si Fest” di Savignano, uno dei festival fotografici più importanti d’Italia. Ho completamente ricoperto una stanza con tutte le mie immagini e con la mia storia. Un vero e proprio successo a livello nazionale.
Nel 2013 ho iniziato a muovermi per far si che il potenziale di questo mio progetto diventasse qualcosa di reale. Oggi è una mostra molto amata dalla LILT (Lega Italiana per la lotta contro i tumori) e pronta ad essere ospitata da tutte le città che vorranno farlo. La grande forza del Pink Project sta nel suo impegno di associarsi, in ogni luogo ospitante, ad un ente o associazione che si occupa della lotta al tumore al seno, e riuscire a raccogliere fondi per questa causa.”

Con un seno solo si può diventare mamma, si può vivere la propria femminilità e la propria sessualità serenamente. Il segreto? L’intelligenza della persona accanto.
“Credo che sia importante, in certi casi, avere accanto la persona giusta. Non mi sono mai sentita menomata o strana per via delle mie cicatrici.”

Franscesca Tilio2

Francesca, ti piaci oggi così come sei?
“Questa è una domanda difficile. Non credo sia cambiato tanto l’apprezzamento nei miei confronti da prima dell’operazione a dopo. L’opinione che avevo di me è la stessa che ho ora. Non mi sento comunque penalizzata da questa cosa.”

Come donna, nel momento in cui ha deciso di rendere pubblica la sua storia, Francesca confessa di essersi presa una responsabilità molto grande nei confronti di se stessa.

“C’ho pensato tanto prima di concretizzare il Pink Project e renderlo pubblico. Fare questo voleva dire mettere in piazza la mia vita e il mio caso. Ho deciso di farlo con tutte le conseguenze del caso. Ho ricevuto tanto affetto da parte delle persone e – afferma Francesca –  sento che tante donne acquistano fiducia nei momenti difficili, anche grazie a me e alla mia esperienza. Sono strafelice di questi risultati. Non è una cosa semplice, però. Ogni volta per me vuol dire rivivere quei momenti. La mia malattia non si racconta “come da copione”, ho un immenso rispetto verso quello che ho vissuto. Non è una storia qualunque.  E’ la mia storia e non dimentico la sofferenza, i momenti bui che anche io ho affrontato. Parlare della propria malattia non dovrebbe essere un tabù. E’ importante sapere che anche dalle cose più brutte possono nascere storie meravigliose. Sono consapevole di essere di grande aiuto a molte donne in difficoltà. Oggi sono una persona cento volte più felice rispetto a come ero prima della malattia.”

Se volete conoscere meglio la storia di Francesca Tilio, visitate il mio blog www.langolodikey.it. Un’intervista dolce ed emozionate racconta il suo legame con quella parrucca rosa e la sua fretta di vivere.

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