E’ quasi superfluo dire che il programma sui Dieci Comandamenti di Benigni è stato un vero successo: per l’attore, che sembra abbia beneficiato di una chiamata di cortesia del Santo Padre, per il pubblico, che ha seguito numerosissimo le due puntate, e per la critica, che si è sbizzarrita ora elogiandolo ora massacrandolo.
Senza voler tirare in ballo l’aspetto prettamente economico (è cosa nota che Benigni goda di un cachet particolarmente cospicuo per le sue serate) vorrei semplicemente dire che lo spettacolo ha fatto centro.
Forse non era perfetto, le tematiche trattate erano molte, a volte solo accennate, e poteva esserci il serio rischio di trarne fuori una brodaglia con dentro di tutto un po’, ma penso che ciò non sia accaduto.
Il pregio dello spettacolo offerto dal nostro Premio Oscar sta nel fatto che, una volta ogni tanto, abbiamo potuto godere di uno spettacolo che non solo si è occupato di cultura, in senso ampio e piacevole, ma che ha puntato l’attenzione con forza e lucidità su quegli aspetti fondamentali che, in questo ventunesimo ipercinetico secolo alla deriva, ci stanno rapidamente abbandonando.
I dieci comandamenti sono stati l’eccellente pretesto per riflettere (attività scarsamente di moda) sulla nostra storia, sui passi che l’umanità ha compiuto dalla creazione dell’uomo, fino ai tempi dell’IPhone.
Praticamente un miracolo narrativo: passare dalla creazione divina, alla fatidica mela di Eva, per arrivare alle grandi conquiste e tragedie che hanno plasmato il mondo moderno.
In mezzo a questo flusso narrativo, svettano i comandamenti: nudi e crudi e nella loro versione originale e comparati alla versione corretta della Chiesa.
Quei famosi dieci comandamenti che contengono al loro interno i semi delle regole fondamentali per garantire una pacifica convivenza tra gli esseri umani, e quindi per regolare i contrasti e le tensioni di una genia che si riscopre avida, invidiosa e desiderante e perciò capace di imprese incredibili, nel bene e nel male.
Benigni ce l’ha messa tutta nel cercare di convincerci a credere che il mondo possa ancora essere un bel posto, che possa valere la pena di combattere per esso, oltre che di deprimersi per le sue infinite storture, e che per poterlo fare dobbiamo per forza di cose superare quella crisi infinita che lo sta attraversando e sconquassando senza sosta.
Perché i dieci comandamenti?
Perché nella vita c’è bisogno di certezze, oltre che di incertezze.
Perché dobbiamo essere in grado di credere in qualcosa, di avere fede, non necessariamente in Dio, ma in ciò che facciamo, nelle nostre esperienze, nelle persone con le quali ci relazioniamo ogni giorno.
Vivere è forse il più grande atto di fede, se ci riflettiamo bene.
Significa porci costantemente di fronte a quei dilemmi che i dieci comandamenti toccano in maniera così diretta e sagace: non rubare, non desiderare la vita e il patrimonio degli altri, non tradire i legami profondi, rispettare i propri genitori, trattare con rispetto il prossimo, onorare il fulcro eterno ed imperituro dal quale nasce ogni fede ed ogni discussione sulla mortalità e l’immortalità.
Con la sua solita ironia ed attenzione per il presente, ma senza mai scordare il nostro recente e remoto passato, Benigni ha tessuto una tela che ci ha ricordato quanto possa essere (s)gradevole essere Umani, quanto valga la pena spendere nella maniera migliore possibile la propria vita, facendo fruttare i propri pregi, comprendendo i propri difetti e le proprie debolezze, e prendendone coscienza con serena curiosità.
Forse non sono i Dieci Comandamenti lo strumento che ci salverà da un contesto di degrado valoriale, di materialismo asfissiante che ha cambiato il modo di pensare e di intendere i rapporti e le relazioni interpersonali, ma messi nelle mani di Benigni, questi si dimostrano essere un mezzo eccezionale per costringerci a riflettere su noi stessi, ad aprire uno squarcio sul velo virtuale che ci copre gli occhi e ci avvolge il cuore, spronandoci a liberarli entrambi per affrontare la vita con passione, con il barlume che è negli occhi dei bambini, con la loro gioia di vivere innata che – forse è proprio questo uno dei passi che mi ha più commosso e convinto – tutti noi abbiamo nascosta in profondità, dentro di noi.
Quella scintilla vitale che troppo spesso non sappiamo come ritrovare, persa nei cassetti sconfinati della nostra anima, inaridita, delusa e demotivata.
Riscoprire la propria umanità, sembra essere la vera chiave dello spettacolo di Benigni, e di fronte ad un messaggio profondo ed importante, oltre che necessario, persino io posso dimenticare per un attimo quel mostruoso cachet.
Buona settimana, e buon Natale, cari lettori.

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