Volevo raccontare questa storia da tempo, ma visto che nel frangente della corsa alla Casa Bianca “si è parlato” di costruire un muro fra Stati Uniti e Messico (aiuto) e che il presidente eletto sta lavorando febbrilmente per la realizzazione di questa maestosa opera architettonica non c’è momento migliore per raccontarvi una storia di autenticità, di timori e allegria, di gratitudine, legata ad un paese incredibile come il Messico. Non servono commenti alla storia del muro, o almeno lo spero, ma il Messico che ho vissuto merita più di una difesa, merita attenzione. Il Messico è di una bellezza disarmante, nonostante le realtà sporche, pericolose e torbide che a tratti lo permeano. Il Messico è una storia d’amore, e io ve la voglio raccontare.

Il Messico non è mai stato in cima alla mia wishlist di paesi da visitare, almeno fino al 2012. Quell’anno, durante il mio periodo di studio in Australia, ho incontrato due ragazze messicane con cui ho stretto una meravigliosa amicizia, e con altre due ragazze canadesi abbiamo creato un gruppo molto unito; viaggiando, condividendo progetti e idee, cucinando insieme, bevendo, ballando, prendendoci cura le une delle altre, abbiamo dato vita ad una realtà famigliare piena di energia positiva, da cui attingere e a cui poter dare parte di noi. Ho trovato nelle mie amiche messicane Rina e Lorena una leggerezza, un’allegria, una spensieratezza quasi ingenua tant’era sincera. In pochi mesi, il Messico ha scalato la mia lista e si è aggiudicato il podio, volevo andarci, volevo scoprire quella fonte di energia molto poco patinata e molto, molto reale che chiaramente muoveva i cuori delle mie amiche.

Quel legame è durato e si è arricchito nel tempo, è fiorito e si è rafforzato, estendendosi in modi sorprendenti fra video call di 4 o 5 ore e messaggi per inviarci le foto del nuovo smalto che avevamo comprato. Un’amicizia atipica, un gioiello fatto di dedizione e affetto, comprensione, risate, fraintendimenti linguistici e culturali, e soprattutto, di sogni. Sogni che abbiamo sempre condiviso perché raccontandoceli ci incoraggiavamo, e incoraggiandoci ci credevamo, e credendoci insieme poi si avveravano. Così, quando mi sono arrivate le foto di un anello di fidanzamento al dito di Rina, io sono scoppiata in lacrime e il mio cuore è scoppiato di gioia. Sapevo quanta strada lei e il suo ragazzo avevano fatto, quanto amore scorreva fra di loro, sapevo anche che avevano superato difficoltà che avrebbero messo in ginocchio molti altri, me inclusa. Sapevo che Rina sognava una vita con lui, sapevo che la meritavano. E sapevo che avrei fatto tutto ciò che era  in mio potere per non mancare al matrimonio, a cui mi aveva invitato la sera stessa della proposta. Così, un anno dopo, mi sono imbarcata su un volo KLM Milano-Amsterdam-Città del Messico. All’arrivo sono stata accolta dall’altra amica messicana, Lorena, che si è offerta di ospitarmi e trascorrere con me i giorni precedenti al matrimonio per portarmi alla scoperta di quello che era il suo quotidiano, il suo mondo.

Abbiamo trascorso i primi 5 giorni a Città del Messico. Lorena è cresciuta in una famiglia molto benestante, e io ho potuto godere di privilegi che inizialmente rapportati all’Italia mi sono sembrati quasi banali, ma in Messico ti classificano come una specie di nobile o qualcosa del genere. Vivere il Messico da quella prospettiva è stato ancora più strano perché, mentre il taxi sfrecciava fra le affollatissime strade del centro della capitale che è enorme e rumorosissima, mi sono sentita in diritto soltanto di osservare in silenzio, di studiare, di cercare di capire i meccanismi che regolano quella giostra così complessa e così distante da me. È nata in me una consapevolezza molto forte e reiterata costantemente in qualunque cosa osservassi: non facevo parte di quel mondo, il mio unico accesso era attraverso uno spioncino. L’autenticità di quel luogo poteva essere tale solo se accettavo di chiudere la bocca e aprire gli occhi, assorbendo la luce opaca di inquinamento che illumina tutta la bellezza di una città con un cuore enorme, che batte ad un ritmo estenuante e ti tiene per mano mentre ti porta a scoprire di cos’è fatta.

La mia amica ha stilato per noi un programma fittissimo, che ci ha permesso di visitare in pochi giorni moltissimi luoghi di interesse della città fra cui musei (il mio preferito è stato in assoluto la dimora di Frida Khalo,  ma anche il Soumaya è pazzesco), piazze, palazzi (il Nazionale, immenso), castelli (Chapultepec, dove si può respirare tutta la sottovalutata grazia del Messico), e abbiamo incluso anche un giro in trajinera a Xochimilco (si tratta di piccole, coloratissime imbarcazioni di legno utilizzate per giri turistici ma anche per compleanni, matrimoni e feste d’ogni tipo). Abbiamo chiuso in bellezza con una gita fuori porta alle antichissime piramidi di Teotihuacan, uno spettacolo mozzafiato (in tutti i sensi, visto il numero di gradini e quanto erano ripidi; ci ho lasciato gli alveoli polmonari) che mi ha permesso di apprezzare la bellezza di una civiltà straordinaria, di cui fino ad allora avevo solo letto sui libri di storia. Non sono poi mancate colazioni chic nei caffè più in della città e pranzi tipici a casa, dove la governante preparava per noi piatti della tradizione messicana. Il cibo è stata una continua scoperta alla quale mi sono abbandonata volentieri (a parte quando mi hanno costretta a mangiare un grillo fritto, un ricordo traumatico ammetto) assaggiando ogni cosa mi mettessero davanti e trovando molti piatti davvero buonissimi nonostante gli ingredienti mi mettessero un po’ d’ansia (vedi cactus, formiche e altro che probabilmente non mi è stato detto). Poi potete dire quello che volete, ma l’autentico guacamole messicano è un’esperienza ultraterrena che avvicina l’essere umano a Dio.

Ah, sì, ecco, torniamo al discorso della governante. C’era una governante. Sicuramente per i miei standard non è una cosa normale, ancor meno lo è stato apprendere che la signora viveva in casa della mia amica da ormai 30 anni. Il solo concetto mi ha portato come in un’altra epoca, vederlo succedere è stato fra il traumatico e l’affascinante. Una presenza assolutamente discreta in casa, che facilitava le nostre attività quotidiane e a cui piaceva intrattenersi con Lorena per parlare del più e del meno, una signora minuta e sempre impeccabile nella sua divisa la cui dolcezza era superata solo dalle sue abilità culinarie. Nonostante non parlasse inglese e il mio spagnolo sia pressoché inesistente, ci siamo capite a sorrisi e abbracci. Durante la settimana ho fatto moltissime domande a Lorena sull’argomento, e mi ha spiegato che la questione delle classi sociali in Messico è ancora abbastanza radicata: ci sono quindi delle fasce ben definite intorno alle quali è costruita una rete sociale consolidata, e anche se le sfumature non mancano perché dal petroliere milionario al piccolo imprenditore c’è differenza, il fatto di avere del personale alle proprie dipendenze è una prerogativa della maggior parte dei benestanti. Ammetto che crogiolarsi in questi piccoli e grandi lussi è stato piacevole, ma mi è sempre parso abbastanza strano e non mi ci sono mai davvero abituata.

Dopo i primi giorni a Città del Messico, abbiamo preso un aereo che ci ha portate a Monterrey, città di origine del futuro sposo di Rina e dove sia lei che Lorena avevano frequentato l’università. Anche se non sono mai stata in una grande città americana a parte New York, che non fa testo, Monterrey mi ha subito dato un’idea molto differente dalla prima impressione che avevo avuto di Città del Messico. In altre parole, non mi pareva nemmeno di essere in Messico. Ho avuto la conferma da Lorena, che appena arrivate alle porte della città mi ha detto: “Benvenuta a Monterrey, dove l’unico sogno che accomuna tutti è quello americano. La città moderna è stata costruita ad immagine e somiglianza di una metropoli degli USA, per questo motivo tutti vogliono venire a studiare qui e molti messicani ricchi ci si trasferiscono: è come una città statunitense fuori dagli Stati Uniti.”

E se non fosse stato per la lingua e alcuni piccoli particolari, in effetti, avrei potuto pensare di essere in una città americana con un sovrannumero di ristoranti messicani. Monterrey mi ha fatto sentire meno straniera, meno estranea, forse per motivi non proprio nobili; ma dopo la frenesia di Città del Messico, luogo meravigliosamente antico e selvaggio nel suo fascino ancestrale, Monterrey è stata come una lezione di yoga. Mi sono sentita in equilibrio. Monterrey poi, è davvero pazzesca. Una perla nella polvere, senza quella patina algida di un diamante “guardare e non toccare“. Monterrey è tutta da toccare, da vivere, ma lo si fa con più comodità, potendo godere di tutti i servizi più moderni e della tipica ospitalità messicana, solo che lì indossa i guanti. Probabilmente, se non fosse stata la peculiare destinazione del mio viaggio per andare al matrimonio della mia amica, non ci sarei mai stata. E me ne sarei pentita. Secret bar, ristoranti tipici, terrazze di grattacieli per un aperitivo elegante, il cinema VIP che rimane una delle esperienze più emozionanti della mia vita… e poi i paesaggi mozzafiato dai colli appena fuori città, la variopinta, minuscola Santiago, la bellezza maestosa e contaminata di un luogo che è più di un luogo.

Sul matrimonio non mi soffermo, sarei troppo sentimentale, ma è stato incredibile. Tutto ciò che ho visto è stato incredibile. Il Messico è incredibile. E io non ho visto praticamente nulla, ma potete scommettere che ci  tornerò per vedere di più.

Se ci siete stati, so che la pensate come me. In caso contrario posso solo invitarvi a sognare il Messico… quando ci andrete, capirete che esiste una realtà molto, molto più entusiasmante dei sogni. Altro che muri.

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