Dall'altra parte del vetro

Dal 33 giri a Spotify. E non finisce qui

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Chi è nato dalla prima metà degli anni ’90, tende quasi sempre a farmi sentire vecchia. Quando racconto il modo di vivere o semplicemente le abitudini della mia infanzia si riceve sempre un sonoro “Eeeehhhhhh?” perché per quelli cresciuti nell’era di digitale certe cose sono inconcepibili.

Come per la musica, vagli a spiegare a quelli nati praticamente con un iPod in mano, che 25 anni fa la musica si ascoltava con una musicassetta, che per ascoltare il solito pezzo dovevi riavvolgere il tutto con il tasto rewind, se ti andava bene, perché alcuni stereo o walkman avevano solamente il tasto forward, quindi ti toccava girare la cassetta, schiacciare forward, sperare di beccare il punto giusto e poi rimettere la cassetta nel lato desiderato e sperare che durante la riproduzione il nastro non venisse “mangiato”, allora ti toccava cercare di recuperarlo, possibilmente senza distruggerlo, e riavvolgere il tutto con una matita. Penso che con lo Sputnik abbiamo avuto meno problemi.

Anche il mondo delle classifiche musicali è cambiato, adesso basta entrare su iTunes e già dieci minuti dopo l’uscita di un pezzo capisci come stanno andando le cose. Invece negli anni 80 c’era un appuntamento alla quale non si poteva rinunciare, la Superclassifica Show. Chi ha più di 30 anni, si proprio voi, chi non si ricorda di Maurizio Seymandi o del Super Telegattone? Credo nessuno. Era un appuntamento fisso del sabato o della domenica pomeriggio, quando la musica in tv aveva un ruolo dominante e non era solo collegata alla figura del talent, visto che in quegli anni, grazie a Dio, nemmeno esistevano. Si aspettava per vedere dei video musicali (ai tempi per quanto riguarda la rotazione dei video esisteva solamente VideoMusic, ma la copertura del canale a livello nazionale lasciava abbastanza desiderare, quindi per vedere un video a volte bisognava aspettare questo appuntamento e basta), le ospitate, le interviste, per chi amava la musica era un piacere vederlo e sicuramente per chi era un’artista era un onore esserci.

E poi, come abbiamo detto, la classifica. Per farvi capire che arrivo dall’era mesozoica, la prima classifica che ho conosciuto è stata quella dei 33 e 45 giri, poi si è passati semplicemente a quella degli album e dei singoli più venduti, solo che da quegli anni li è sicuramente cambiato il mercato, dalle musicassette si è passati a CD e poi alla cosiddetta “musica liquida”, brani e album scaricati da Internet. Devo essere sincera, non sono mai stata amante di questo ultimo metodo, perché sono sempre stata affezionata a quello che la musica rappresentava “fisicamente”, mi piaceva andare nei negozi di dischi (ormai estinti), guardare le vetrine, entrare e acquistare qualcosa, invece adesso mi sento di parlare al passato perché anch’io sono caduta in questo turbinio tecnologico.

Il mio male si chiama Spotify. Per chi non lo conoscesse, è un applicazione per smartphone, tablet e PC, dove dietro il pagamento di un piccolo abbonamento mensile (si parla di 9,99 €) puoi ascoltare in streaming tutta la musica che vuoi. C’è sempre quel piccolo problema del consumo dei giga ma effettivamente non è eccessivo e poi con la versione Premium si possono anche scaricare sul proprio telefono i vari pezzi, quindi il consumo non è un grossissimo problema. Per scaricare s’intende che le canzoni possono essere ascoltate su Spotify anche quando si è offline, ciò però non comporta il download vero e proprio del file trasferibile in altri dispositivi.
Da quando l’ho scaricata non ho più acquistato niente, la fruibilità della musica e talmente semplice e immediata che mi ha sedotto facendomi cadere nella trappola.
Oltre a Spotify esistono altri fruitori di musica in streaming, c’è Deezer ad esempio o Tim Music, solo che quest’ultimo è destinato solamente ai clienti Tim e a differenza degli altri non ha il problema del consumo dei giga.

Ormai queste app fanno parte integrante del mondo della musica, soprattutto per quanto riguarda il lato economico. Basti pensare che la settimana scorsa il DJ Calvin Harris ha battuto il record del miliardo di ascolti dei suoi pezzi su Spotify e tutto ciò li ha portato dei guadagni pari a 6,5 milioni di dollari e visto il grande successo di queste applicazioni, e soprattutto dei grandi numeri, che si è pensato di dare importanza a questi dati. Per questo la Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana, che si occupa di monitorare le vendite musicali) da qualche settimana a questa parte, ha deciso di inserire tra i metodi per decretare la classifica dei brani più venduti in Italia, non solo i dati di vendita ma anche quello riguardanti la musica in streaming. Questo classifica, denominata Top Digital, già da otto anni raccoglie i dati relativi alle vendite dei singoli in formato digitale. Il suo nome in principio fu Top Digital Download, ma con l’avvento dello streaming audio è stato modificato.

C’è sempre un po’ di scetticismo dietro certe scelte, ma in alcuni campi, come in quello della musica, bisogna rimanere sempre al passo coi tempi. La prima a compiere questo passo è stata l’Inghilterra, infatti l’estate scorsa le classifiche inglesi sono state le prime ad abbinare i dati delle vendite a quelli dello streaming, in fondo è un mercato in continua crescita e la popolarità di questo mezzo cresce ogni giorno che passa.
Ciò nonostante, la maggiori titubanza però ce le mostrano soprattutto gli artisti, specialmente alcuni, che ci pensano un paio di volte prima di pubblicare la propria musica in queste piattaforme. Alcuni decidono di mettere subito la loro musica, altri decidono di aspettare, forse perché si ha un po’ paura dei risultati delle vendite. Potrebbe essere un discorso accettabile da parte di piccoli artisti, anche se forse Spotify o simili potrebbero essere uno spunto per farsi un’idea su un determinato album per poi acquistarlo successivamente.

Faccio due veloci esempi, Emis Killa che quest’estate ha spodestato la classifica di iTunes con Maracanã, ha deciso di pubblicare questo pezzo su Spotify solo alla fine di questa estate, stessa cosa per Ligabue che ha scelto di pubblicare su Spotify il suo ultimo album Mondovisione, solamente dopo la pubblicazione del quarto singolo. I motivi per ognuno saranno completamente diversi, ma se si vuole andare incontro ad un pubblico, che alla fine ti da pure da mangiare, bisognerebbe essere un po’ più di vedute aperte.

E voi che cosa ne pensate? Siete favorevoli o no alla musica in streaming? Secondo voi potrebbe essere anche un buon modo per combattere la pirateria musicale?
Lasciate un vostro commento qui sotto se vi va’.
Alla prossima!

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