Alzi la mano chi non ha mai avuto a che fare con un “robot” in vita sua.
Saranno veramente in pochi a non essersi mai interfacciati con una forma, seppur grezza, di Robot, magari senza essersene resi conto.
Prima di avventurarmi in questa appassionante digressione sul tema, non sapevo che il termine Robòt derivasse dal cèco “robota”, la cui traduzione è “lavoro”.
I Robots sono nati come degli apparati meccanici ed elettronici che, se adeguatamente programmati, potevano svolgere operazioni pericolose, faticose e ripetitive, alleviando e facilitando il carico di fatica per i loro creatori.
Un rapporto che sembra essere nato dall’esigenza, per l’umano ingegno, di aggirare i suoi limiti e portare a nuovi livelli le proprie capacità produttive.
Ed è proprio da qui che partirei nell’approcciarmi alla complessa e sfaccettata relazione che lega uomini e macchine, una intesa che nasce dove i primi intendono superare le barriere impostegli dalla natura, servendosi degli altri.
Parliamo di una esigenza che va oltre il mero svolgimento di mansioni fisiche e che deve essere individuata nel bisogno insaziabile dell’uomo di andare oltre, di aspirare costantemente al progresso.
C’è del magico in questo processo creativo, se penso che sono passato dalla macchinina radiocomandata ad un assistente virtuale nello smartphone, al quale posso porre delle domande.
Lo devo ammettere a tutti voi: da piccolo avrei tanto voluto avere per casa quel coso bianco con le ruote e i fanali in testa che parlava e si muoveva a comando, l’Emiglio Robot, e purtroppo potrò averlo ormai solo nella prossima infanzia, della prossima vita.
Ma torniamo a noi, che utilizziamo i Robot da cucina per preparare le nostre prelibatezze, che facciamo rasare il prato a degli apparecchi dotati di ruote, lame e sensori di orientamento e che ordiniamo la cottura degli alimenti al forno di ultima generazione parlandogli come fosse un amico.
Il passaggio, fondamentale e sottile, che ci traghetta dal Robot all’Androide sta proprio li, in un altro bisogno, estremo, insopprimibile, di comunicare, di vedere la propria immagine riflessa, di sentire la vita scorrere e di crearla con le proprie mani.
Gli esempi dell’immaginario collettivo sono molteplici, potrei farne a bizzeffe, ma mi limito a ricordare i mitici Transformers o il Megazord dei Power Rangers, Daitarn 3 o Ufo Robot.
Tutti questi esempi cartonati sono connessi da un rapporto di profonda intimità tra robot e uomo.
Alcune volte sono gli uomini a pilotare automi antropomorfi, altre volte, invece, gli esseri senzienti di ferro e circuiti sono stati creati ed agiscono e decidono in proprio.
In entrambi i casi, il rapporto di interdipendenza è fortissimo: senza la paternità umana, le macchine non esisterebbero.
C’è quindi, insito nell’animo umano, tra il sacro fuoco della creazione e la volontà di potenza, un bisogno che io vedo come ineluttabile di proiettare sé stessi, le proprie capacità, conoscenze e la propria imperfetta umanità in un circuito studiato, composto, perfetto.
E’ latente il desiderio di introiettare ciò che anima il nostro corpo di carne ed ossa in una struttura sintetica, che si possa animare e vivere di vita propria.
Ci troviamo di fronte al miracolo della creazione, al brivido di vedere un corpo solido che si anima, ci parla, agisce e si interfaccia con la realtà per merito nostro, per nostra benevola ed unica concessione.
La connessione che lega l’uomo agli androidi è qualcosa che procede in parallelo con la fuga continua, disperata ed inutile dalla finitezza e limitatezza della natura mortale, una sonda lanciata nel vuoto siderale unta del lato più pavido ed allo stesso tempo più geniale ed emotivo della razza umana.
Ecco perché questa tematica è stata sviscerata a più riprese dai più grandi maestri dello sci-fi, siano essi scrittori, sceneggiatori o registi.
Gli Androidi che riproducono così fedelmente le fattezze umane di Blade Runner, hanno fatto scuola, così come capolavori filmici del calibro di Terminator, Matrix, A.I. ed Io Robot hanno sviscerato la terribile delicatezza del rapporto che lega vita sintetica a vita organica.
Tutta questa attenzione riposta dal talento e dall’intuito della produzione artistica nei confronti della robotica, lascia emergere quanto, questo aspetto della realtà, continui a suscitare continue riflessioni.
Fino a che punto potrà spingersi, quindi, il rapporto tra noi ed i robots?
Io credo che si torni sempre lì, a chiudere un cerchio che comincia e finisce nello stesso punto di intersezione: l’uomo arriverà a creare un proprio alter ego biomeccanico, perché quella è, da sempre, l’idea di raggiungimento della perfezione, di spodestamento del mito della creazione, è il modo per rubare il fuoco agli Dei e va addirittura più in là del semplice concetto di clonazione, le cui basi già possediamo.
Credo che questa sia la massima aspirazione per il futuro, che non so se e quando sarà ultimata.
Fino ad allora, aspettiamoci una interazione sempre maggiore con una società che ha bisogno e teme le macchine allo stesso modo, che si trova in crisi per colpa di internet e dei computers, e che ha visto milioni di posti di lavoro andare in fuga a causa di questi.
Non stiamo parlando di un rapporto idilliaco, ma di un rapporto di confronto e scontro costante, continuo e che ha radici così profonde da sfuggire alla nostra piena comprensione.
Ci faranno compagnia?
Io lo spero, e credo sia possibile.
Immagino già cani e gatti robot, che non sporcano e non mangiano, ma fanno le fusa, si prendono le coccole e ci dimostrano affetto incondizionato.
Nella mia fantasia aspirerei ad avere un androide di compagnia, una intelligenza artificiale in grado di sostenere una conversazione complessa, di rassicurarmi, di farmi domande e rielaborare risposte, di rendersi conto dei miei stati d’animo, osservando i miei parametri vitali e valutandoli, di riuscire ad essere empatico.
E’ curioso ed allo stesso tempo mi inquieta notare come, un domani, i robot e le intelligenze artificiali potrebbero essere programmati per essere il più possibile premurosi, per comportarsi in modo gentile, per provvedere alle nostre necessità ed attendere ai nostri bisogni, per essere, insomma, delle presenze amichevoli, servizievoli, attente..
Ancora più bello ed affascinante sarebbe vederle capaci di apprendere, di rielaborare, o addirittura di provare emozioni, e passioni.
Il film “Her” di Spike Jonze è forse una delle migliori intuizioni sull’argomento, e prevede un futuro dove sia possibile innamorarsi di una voce, che ci segue e consiglia ed ascolta, senza mai stancarsi.
Vi potreste chiedere se, in virtù delle mie curiose aspirazioni, forse non abbia perso la fiducia nelle capacità e risorse dell’essere umano.
La mia risposta è paradossale: in un futuro non troppo lontano, quando l’uomo sarà troppo impegnato a produrre e a considerare il prossimo suo come un persistente ostacolo, un ladro di ossigeno, cibo, acqua e spazio vitale, quando la bellicosità insita nel suo cuore avrà prevalso sui valori più basilari, sui sentimenti, sulle lacrime ed i sorrisi, potrebbe essere proprio il vostro Androide di ultima generazione, perfettamente autonomo, vivo eppure avulso dalla vita organica, a ricordare a noi stessi che cosa vuol dire saper essere uomini.

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