Dall'altra parte del vetro

Cuffie d’Oro i vincitori, intervista a Emanuele Campagnolo di POLI.RADIO

0
Like

Sabato 3 ottobre a Milano si è svolta l’edizione 2015 delle Cuffie D’Oro, i radio awards italiani. All’Opena Plaza dell’Expo sono stati premiati i protagonisti dei network radiofonici di quest’ultimo anno ma non solo, si è anche deciso di dare più spazio e gratificazione alle web radio. Tra le nuove categorie istituite troviamo Best University Radio che è stata vinta da Poli.Radio, la web radio del Politecnico di Milano e oggi per voi abbiamo intervistato Emanuele Campagnolo uno dei suoi fondatori nonchè Sound Engineer presso Radio 105.

Una nomination ai Macchianera Awards e la Cuffia d’Oro come miglior radio universitaria, possiamo dire che questa nuova stagione di Poli.Radio parte con l’adrenalina a mille.

«Se ti dico che l’adrenalina non è mai scesa nell’ultimo anno, mi credi?
Il bello di fare POLI.RADIO, anzi di “essere” POLI.RADIO, è che se da fuori può sembrare una radio come tante, dentro è peggio della Fabbrica di Cioccolato con gli Oompa Loompa che lavorano. Ci sono sempre mille cose da fare, da preparare, da far quadrare e sono stimoli continui che non lasciano tempo alla distrazione o addirittura al relax. È un impegno costante ma è un impegno bellissimo, per me la radio è LA valvola di sfogo per eccellenza. Potrei quasi dire “un amore”. E gli impegni che prima sono passione e poi diventano amore prima o poi vengono premiati. La nomination ai #MIA è arrivata di sorpresa, appena tornati dalle vacanze. Così come la possibilità di entrare tra i candidati di Cuffie d’Oro. Non ce l’aspettavamo ma siamo stati al gioco. E forse le cose belle arrivano davvero quando meno te lo aspetti. Domenica mattina ho fatto colazione con tè, biscotti e cuffie d’oro sulla mia tovaglietta preferita. Sembra quasi un gioco, all’inizio, ma quando la tensione cala inizi a realizzare che essere stati la miglior radio universitaria di quest’anno vuol dire che ogni impegno e sacrificio fino ad oggi è stato ripagato e questo titolo comporta sicuramente delle responsabilità per il prossimo, di anno. Quindi la fabbrica di cioccolato riparte a produrre senza sosta.»

Dietro una web radio c’è tanta voglia di fare ma soprattutto libertà, quando insieme agli altri avete fondato Poli.Radio quali erano i vostri obbiettivi.

«Hai presente David Silver di Beverly Hills, che faceva la radio a scuola, e faceva davvero figo? Ecco. Credo che uno dei primi obiettivi del progetto POLI.RADIO fosse proprio quello: creare qualcosa che possa essere creativo, stimolante e davvero figo da fare. È anche vero che eravamo giovani e abbastanza ingenui. Volevamo scoprire e divertirci.
Quando la radio è partita, pochissimi mesi dopo averla ideata progettata e costruita, ci siamo ritrovati con un bellissimo giocattolo tra le mani ma pieni di responsabilità verso di noi e verso l’università che ci stava dando questa possibilità. Siamo dovuti crescere in fretta, anche sbagliando più volte, e trovare dunque un equilibrio tra il gioco, il lavoro costante e un buon prodotto radiofonico da tirare fuori.
Se oggi però dovessi dirti “ce l’abbiamo fatta, abbiamo trovato l’equilibrio” sarebbe troppo banale. Abbiamo capito come organizzare ogni attimo e come gestire la vita all’interno della radio ma è un continuo funambolare avanti e indietro su un cavo teso nel vuoto, alle cui estremità ci sono i nostri desideri e progetti da realizzare. Ogni volta che se ne raggiunge una, di estremità, gioiamo e ci giriamo per ripercorrere il cavo nell’altro verso. Verso appunto il nuovo obiettivo.»

be1f7fd1-bc5f-4ec2-9654-c1be40fabdb1d8a36e96a9

Si dice sempre che i giovanissimi non sono tanto affascinati dal mondo radiofonico, tu che ci vivi dentro, può una radio universitaria avvicinarli a questo mondo.

«Si dice che i giovanissimi non siano tanto affascinati dalla vita, in generale. Credo sia il solito discorso generazionale. È vero che i tempi cambiano e cambiano anche gli interessi, che sono strettamente legati al modo di vivere nel tempo.
I giovani di oggi hanno già tanti stimoli che arrivano da un mondo che corre velocissimo. Internet informa su tutto e subito, oggi è il cellulare a starci dietro e non noi a star dietro ad esso: ci basta sbloccare la tastiera per essere invasi da ogni tipo di informazione, anche stando fermi.
Di conseguenza, un mezzo tradizionale come la radio, o anche la televisione, oggi inizia ad essere forse troppo lento e poco trasversale. Tutto questo fino a che un mezzo tradizionale non torna ad incuriosire. La curiosità sblocca ogni cosa.
Se un giovane è incuriosito si interessa, si avvicina e prova a fare. Magari poi si appassiona anche e si specializza. Ecco come una radio universitaria può risolvere questo blocco generazionale. Noi impariamo che la scuola è da prima un obbligo e poi diventa negli anni una scelta. Già l’istruzione e l’educazione ci portano a crescere con una concezione mirata al posso fare quello che voglio, se lo voglio. La gente oggi vuole avere in mano la situazione perché ha bisogno di capire se ne è capace o meno. È una sfida continua.
Mi ritrovo davanti, giorno dopo giorno, ragazzi che hanno idee originali e modi di realizzarle che io non immaginerei neanche lontanamente: sono biologicamente portati a trovare soluzioni, sia creative che tecniche. La radio universitaria dunque, in quanto palestra, è il luogo in cui si allenano, si sfidano e diventano professionisti. E anche molto bravi.»

Musicalmente parlando avete un’impronta molto rock, ma in quanto a contenuti cosa ci riserva questa nuova stagione.

«Inizialmente POLI.RADIO è nata con una programmazione musicale prettamente rock, ha avuto un periodo generalista, nel 2008 ma poi ha virato verso la linea originale, puntando sui classici del passato e i grandi successi rock. Una musica di settore ma anche di facile ascolto. L’idea di passare una canzone che piace in modo scontato può essere una strategia di avvicinamento dell’ascoltatore.
Negli ultimi due anni, con il cambio di direzione artistica, si è passati però ad un nuovo concetto: invece che guardare ai grandi classici del rock, perché non utilizzare la radio come mezzo per far conoscere nuova musica, meno rinomata? Perché non rischiare dato che gli altri non lo fanno? In BBC ad esempio ci si riunisce periodicamente per ascoltare le tendenze musicali sul web e, partendo da lì (quindi dalle scelte dei giovani e di chi vive internet oggi), si rilancia la novità attraverso il mezzo tradizionale, che comunque non è una “vera” novità ma è una vera scoperta che già funziona.
Quindi spazio su POLI.RADIO alle novità in fatto di alternative e indie (Tame Impala, Kurt Vile) ma non solo rock, con un orecchio anche alle produzioni moderne, più elettroniche (CHVRCHES, Neon Indian).
Siamo stati tra i primi in Italia a passare Lianne La Havas ma anche Meg Myers e Torres. Il vero senso è la scoperta.
La nuova stagione è appena ripartita, il palinsesto è un po’ stravolto rispetto allo scorso semestre ma questo dipende dagli impegni dei tecnici e conduttori e dalle variazioni e innovazioni che ognuno vuole dare al suo show. Ripartiranno le classifiche UK e Digital Download, ci sarà ancora l’intrattenimento serale e nel mattino del weekend, il cinema, si parlerà di luoghi e di viaggi, ci saranno nuove band che verranno a suonare dal vivo e in inverno ci sarà una grande sorpresa. Dico solo che sarà una nuova parentesi, con un nuovo sound e un’identità di forte impatto, che difficilmente si sente oggi nella radio italiana.»

Tu conduci “ReCollection”, uno show dove le persone possono raccontarsi attraverso la musica. In attesa della nuova stagione chi ti ha colpito di più tra tutti gli intervistati fino ad oggi.

«Scegliere è sempre difficile, soprattutto quando condividi del tempo con un ospite che alla fine della puntata diventa un confidente. È divertente leggere le playlist degli ospiti che poi vengono a raccontarsi, e raccontarsi in dieci passaggi e dieci canzoni non per niente facile. I ricordi conditi dalla musica sono sempre i più grandi e profondi e condividerli porta spesso ad emozionarsi. C’è chi mi ha raccontato di amori perduti o ritrovati, di parenti e amici che non ci sono più, chi ha riscoperto ricordi di bambino che erano rimasti nascosti negli armadi o dei sogni chiusi nel cassetto. Sinceramente mi ha colpito me stesso, sia dal punto di vista di conduttore e quindi primo ascoltatore diretto di tutte queste confidenze, che anche da ospite, quando è toccato a me scegliere i miei dieci dischi e raccontare le storie annesse. Non è mai facile mettersi a nudo con qualcuno, e in questo caso con un pubblico che ti ascolta, anche se nel caso della radio è un pubblico “invisibile” ma c’è, è presente, interagisce e sta lì ad ascoltare e magari giudicare. Credo che Recollection sia un esperimento prima interiore e poi di spettacolo: mi vengono in mente tutti quegli esercizi fisici e mentali che si fanno a teatro per imparare a liberare se stessi prima di poter entrare nella parte di qualcun altro. Ecco, Recollection è un esercizio per imparare a ritrovarsi ma sicuramente ad ascoltarsi, prima di accendere il microfono ed andare in scena.»

Oltre a Poli.Radio lavori come Sound Engineer a Radio 105, hai visto passare tanti artisti e lavorato con tanti speaker. Di queste categorie non voglio sapere il tuo preferito, ma qual è secondo te il più incompreso.

«La fortuna-sfortuna credo sia proprio di aver lavorato con tantissima gente, perché in un modo o nell’altro impari a conoscere i singoli e ogni loro sfaccettatura, questo aiuta a vedere il lavoro in radio non solo dal punto di vista del dietro le quinte (che mi caratterizza in pieno) ma ad avere uno sguardo che va oltre, che tende a capire le dinamiche e le caratteristiche di ognuno. A volte è come conoscere i movimenti di ogni pedina di una scacchiera e quindi giocare una partita in cui si pensa alle mosse da fare per tenerle tutte su più a lungo possibile.
Parlare di incomprensione vuol dire sostanzialmente parlare di arte. La follia, ad esempio delle volte è la maggiore espressione di arte che possiamo desiderare. Quindi non mi piace parlare di incompresi però posso parlare di mancanze che potrebbero essere colmate o recuperate. Essere Sound Engineer vuol dire essere legati alla musica, proprio in modo viscerale. Non posso pensare a un lavoro tecnico in radio senza pensare alla musica e quindi alla mia parte intrinseca di essere un fonico.
Sono cresciuto a pane e Live Lounge (trasmissione di BBC Radio 1, ndr) dove gli artisti del momento vanno e suonano dal vivo le proprie canzoni e quelle dei propri “amici-colleghi” in modo riarrangiato. Per me questo vuol dire condivisione, non vedo esempi migliori.
Ho vissuto degli anni splendidi proprio facendo questo, incontrando artisti nazionali e internazionali che magari avevo visto e sentito le settimane precedenti al Live Lounge e trovarmi a fargli da fonico per il 105 Night Express condotto da Dario Spada e Fabiola, dove la musica e gli artisti la facevano da padrona. E appunto anche una frase detta da Max Brigante sul palco di Cuffie d’Oro: “sembra che in radio sia diventato difficile parlare di musica ma ci stiamo riprovando e abbiamo visto che invece è possibile ed è anche bello”. È esattamente quello che penso anch’io, la musica oggi è a portata di tutti ma trovare una formula adatta che possa riavvicinare un dialogo tra musica, artisti, pubblico e contenuti radiofonici potrebbe essere la nuova pozione magica che stiamocercando.
Qualcuno ci prova e apprezzo tantissimo ma finora davvero poco mi ha incuriosito o minimamente convinto.»

Vivendo sia la web radio che il network secondo te qual è il futuro della radio.

«Questa è la domanda del secolo, oltre ad essere ricorrente e plurigettonata. Soprattutto in un periodo in cui tutto cambia velocemente e bisogna quasi re-inventarsi giorno dopo giorno. Vivere a cavallo tra la radio tradizionale, che oggi è un’istituzione, e il mondo del web, che è tutto da scoprire, mi aiuta a guardarmi intorno e farmi continuamente questa domanda: Cosa devo fare per essere pronto domani? Cosa devo inventarmi di nuovo?
Mi viene in mente una considerazione fatta da Ben Cooper, direttore di BBC Radio1, quando gli venne posta una domanda del genere. Lui tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e disse “A cosa devo pensare di nuovo? Semplicemente tutto ciò che può entrare qui dentro!”. Stiamo davvero andando nella direzione in cui abbiamo bisogno di fruire notizie e contenuti di qualsiasi genere in modo capillare e immediato. E lo facciamo attraverso mezzi che abbiamo sempre dietro. Possibilmente l’autoradio un giorno sarà troppo vincolata all’utilizzo dell’automobile, che allo stesso perderà la funzione primaria di trasporto individuale. Chi lo sa? Di sicuro siamo già legati a milioni di dispositivi che ci condizionano la giornata e di conseguenza anche la vita. Anche in modo esponenziale, quindi più velocemente di quanto noi possiamo rendercene conto.
Mi immagino una radio che produca dei contenuti che siano distribuiti da subito e disponibili su più piattaforme e raggiungibili da ovunque e chiunque. È l’evoluzione dei social network che stiamo già vivendo, che però attualmente sembrano fare solo da vetrina al mezzo tradizionale. In un futuro prenderanno il controllo e sarà probabilmente la radio tradizionale che conosciamo oggi a fare da motore al sistema social, non il contrario. Dobbiamo studiare ed essere pronti, sperimentare e arrivare non prima degli altri ma tutti insieme in modo adeguato. La guerra dei grandi numeri servirà ancora per poco, poi si passerà alla qualità e versatilità.»

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

MORE FROM LUCIA MELAS

ENTRA NELLA COMMUNITY