Gli occhi degli altri

“Cosa vuoi fare da grande?”

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Quando avevo circa 10 anni, andava di moda la domanda: “Cosa vuoi fare da grande?”. In realtà andava di moda pure quando ne avevo 4, ma solo molto tempo dopo ho cominciato a fare davvero caso alla sua rilevanza. Funzionava così: zii, genitori, parenti lontani e amici potevano farmi la domanda, e più o meno ogni risposta andava bene. Ma dopo aver risposto io potevo porla a mia volta soltanto ai miei coetanei. Tutti i grandi, dopotutto, avevano o avevano già avuto un lavoro. Non avrebbe avuto senso chiedere una cosa simile a degli adulti.

Com’è ovvio, la mia opinione cambiava ogni 2-3 settimane, con risposte che oscillavano tra “giornalista“, “veterinaria” e “Presidente della Repubblica“. No, non sto scherzando, davvero volevo fare la giornalista.

Tornando a noi, questa storia ad un certo punto mi ha dato alla testa. Così una sera, senza preavviso, ho deciso di infrangere le regole. Ho posto la domanda. A mia sorella più grande. E mia sorella ha 14 anni più di me. Io avevo 10 anni. Lei 24. “Chiara, tu cosa vuoi fare da grande?” ho chiesto, genuinamente curiosa. Sono stata accolta da una risatina. “Ma Chiara ha già un lavoro!”  ha detto mia madre, “Anna, ho 24 anni!” ha aggiunto mia sorella, come se il dato numerico dovesse chiarire ogni mio dubbio. Erano divertite dall’assurdità della mia uscita.

Dovete sapere che io odi(av)o avere torto e ancor di più odiavo essere schernita. Ho cercato di salvarmi in corner, dicendo:” Ok ma quando sarai più grande vorrai fare qualcosa di diverso no?!”

Ancora oggi, credo questa sia stata una delle mie uscite più progressiste e intelligenti.

Ora 24 anni li ho io, e se qualcuno mi chiedesse: “Cosa vuoi fare da grande?”, quella domanda non mi farebbe sorridere. Non schernirei il mio interlocutore. Sarei terrorizzata. Inerme. Probabilmente scoppierei a piangere. E non solo perché non ho un lavoro fisso (per quanto suoni figo, “traduttrice free-lance” non paga l’affitto, né il gin tonic del sabato sera), ma perché davanti a me ho solo e soltanto punti di domanda appesi nel nulla, e il nulla non finisce mai. Fortunatamente non parlo per tutti dando questa descrizione poco idilliaca del mio presente, ma nel bene o nel male, 14 anni fa non avrebbe avuto senso chiedere ad un ventiquattrenne cos’avrebbe desiderato fare “da grande”, perché grandi lo si era già e una direzione spesso la si aveva. Era una direzione con radici solide e poche eccezioni, con scelte a lungo termine e un percorso potenzialmente costante. Oggi di costante c’è solo l’ansia.

Non era nemmeno soltanto una questione di crisi o non crisi, forse piuttosto di cultura, mentalità, obbiettivi personali e famigliari. Aveva senso fare lo stesso lavoro per quarant’anni o cambiare soltanto in condizioni di estrema sicurezza, e ce l’aveva davvero, non era da sfigati bigotti o pigri. Esisteva ancora la parola “indeterminato” collegata a “contratto a tempo…”. Non che si avesse vita facile, questo no, questo mai. Ma si avevano risposte, a volte perfino sottovalutate. E se avevi 24 anni e una bambina ti chiedeva cos’avresti voluto fare da grande, era lecito prenderla in giro.

Oggi tra lauree e magistrali e master e dottorati e tirocini e viaggi e movimenti d’ogni sorta e in ogni verso, a 24 anni molti di noi non sono pronti ad essere grandi. Ma non tipo “non c’ho sbatti di lavorare”; è proprio panico, tangibile impreparazione di fronte all’enormità delle opzioni, delle fregature, della concorrenza, del tempo d’attesa per qualunque tipo di traguardo.

Quella sicurezza nel pensare e nell’agire non c’è più. E forse non la vorremmo, perché ci farebbe sentire statici e insoddisfatti: ora ci siamo abituati a vivere senza rullini ma un po’ li rivogliamo, ora un biglietto aereo costa meno di un pranzo da McDonald’s, ora si fa tutto, si va dappertutto, si sa tutto. Più o meno.

Ma quando ti rendi conto che non potresti permetterti nemmeno la zuppa pronta del discount, due o tre cose le rimetti in ordine e capisci che ciò che siamo oggi, ciò che abbiamo, ha un potenziale incredibile; è altrettanto vero che quel potenziale va sfruttato con attenzione e intelligenza. E con coraggio.

Abbiamo un mondo intero pieno di cose da fare e persone da incontrare. Possiamo volere e tentare e utilizzare l’incertezza a nostro vantaggio, trasformandola in flessibilità. Certo, fa paura, ma fa più paura rimanere fermi mentre tutto il resto si muove più veloce che mai. Ora possiamo utilizzare risorse incredibili e creare dal nulla opportunità senza precedenti. Abbiamo i mezzi e la tecnologia, ma anche la consapevolezza e l’umanità per andare ovunque. E volerlo non è da pazzi, e farlo non è da stolti. 15 anni fa si volevano altre cose, si avevano altri mezzi, si facevano esperienze diverse. Oggi sta a noi vivere le cose e plasmarle, e, per l’ennesima volta, possiamo farlo. Spesso, se l’impiego dei nostri sogni non esiste, ce lo possiamo inventare e cucire addosso. Possiamo cambiare due, tre, dieci lavori in una vita e fra trent’anni avere ancora persone che giustamente ci chiederanno: “Cosa vuoi fare da grande?

Non è più una questione di “cosa vogliamo fare” ma di “cosa vogliamo fare con ciò che siamo e che stiamo diventando”, perché se c’è una cosa positiva della società odierna è che ci dà la possibilità di crescere a prescindere dall’età, di cambiare a prescindere da ciò che facciamo già, di prenderci un pezzetto di felicità a prescindere da dove abbiamo cominciato.

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