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“Corpi e Anime” di Maxence Van Der Meersch

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Cautamente, Michel spinse la porta della sala di dissezione: vi entrava per la prima volta dopo il suo ritorno dal reggimento. I compagni dovevano averlo spiato prima: appena entrato, ricevette sul petto un osso al quale aderivano ancora lembi di carne umana.

Avevo quindici anni quando una mia carissima amica mi consegnò un vecchio libro dalle pagine ingiallite e scomposte, con la copertina chiara e consumata. Mi avvisò che sarebbe stato duro, ma mi disse anche “ritengo che tu sia in grado di comprenderlo”.

Ricordo con chiarezza quello che per me è sempre stato un momento magico: l’inizio di un nuovo libro. Era un pomeriggio di piena estate, mi preparai un panino per reggere molte ore di lettura e mi sedetti sul morbido letto della mia camera, con la luce calda che entrava dal terrazzo.

Dopo le primissime righe compresi che Corpi e Anime non ammetteva panini né altri sapori. L’odore acre della vita umana in ospedale mi chiuse lo stomaco.

Entrai in Corpi e Anime come Michel entrò in sala di dissezione, con forza e determinazione, e iniziai un viaggio che mi cambiò definitivamente la vita. Mi persi dentro le corsie di un ospedale di inizio ‘900, dove si poteva morire di niente, e dove un gesto o una piccola scelta potevano cambiare il destino di una vita umana.

Mi avvicinavo curiosa ai tavoli operatori, mi scandalizzavo per le cose che per noi oggi sono scontate, mi commuovevo per quella realtà cattiva e bigotta che però cercava disperatamente di salvare esseri umani e di trovare il proprio amore. Mi intrufolavo alle feste alla “Taverna di Re Renato” dove grandissimi uomini di scienza cercavano di esorcizzare la paura della sconfitta nella lotta contro la morte. Mi innamorai di loro, di Doutreval, Seteuil, Tillery, Santhanas, Marie ed Eveline, dei buoni e dei cattivi, ma soprattutto mi innamorai di quel mondo che sapeva di cloroformio, di disinfettanti, di sangue e di malattia.

Negli anni ho cercato di avvicinarmi a quel mondo e, alla fine, ci sono riuscita. Di quel libro, pur avendone persi molti pezzi nella mia memoria, è rimasta intatta l’emozione che mi provoca anche solo nominarlo. Non so spiegare bene perché, ma di certo dentro c’è una parte di me, e per questo ho voluto regalarlo alle persone più importanti della mia vita.

Graziella

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