Quando un Amore finisce sono sempre i più piccoli a soffrire di più. Si basa su questo tema cardine l’ultima pellicola di Scott McGehee: “Quel che sapeva Maisie”, uno dei migliori film di questa stagione grazie alla sua incredibile protagonista: Onata Aprile.

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La storia, vista e conosciuta, di un divorzio. L’amore che finisce, le gelosie, i nuovi rapporti, l’egoismo e la schiacciante umanità di una figlia. C’è tutto questo e molto di più in quello che si candida ad essere uno dei film più riusciti dell’estate cinematografica sui nostri schermi. “Quel che sapeva Maisie” è la cronaca di una separazione raccontata ad altezza bambino. Intima e personale, ma allo stesso tempo riconducibile a decine di casi che capitano nella vita di tutti i giorni. La piccola protagonista di questa storia vive a modo suo il divorzio tra la madre Susanna e il padre Beale. Una coppia di adulti paranoici che pensano solo a se stessi. Lei è una musicista, lui un uomo d’affari che viaggia per il Mondo. Inevitabile per loro ricorrere all’aiuto di una baby-sitter (la splendida Joanna Vanderham), che insieme al nuovo compagno di Susanna diventerà la figura più importante nella nuova vita della piccola Maisie.

Un film in cui sono gli affetti a dominare. Ma a differenza di molte altre opere simili, quella di McGehee è particolarmente attenta anche allo stile registico e alla resa narrativa, evitando di affidarsi semplicemente all’effetto strappalacrime. Gli spazi sono posti in continuo dialogo con i personaggi che li abitano, l’approfondimento psicologico è tutt’altro che banale e i ritmi narrativi risultano sempre fluidi e scorrevoli nel loro divenire. Se il risultato finale è così elevato, il merito principale va riconosciuto a un cast sorprendente. Dalla sicurezza della veterana Julianne Moore, passando per la bellezza intelligente dei due co-protagonisti Alexander Skarsgard e la già citata Vanderham per arrivare al fiore all’occhiello della storia. Quella sorprendente Onata Aprile che con il suo sguardo e la sua giovane profondità riesce ad emozionare anche lo spettatore più insensibile. Se il film prende quota è in gran parte merito suo.

Un merito che sta nella capacità di passare dall’incomprensione e dal dolore, alla più pura e semplice felicità infantile solamente grazie all’utilizzo degli occhi. Due vere e proprie pozze di emozioni in cui anche Henry James (autore del testo originario) avrebbe riconosciuto il personaggio ideale per interpretare la pura supremazia dei più piccoli su un mondo di adulti troppo impegnati a badare a loro stessi per potersi occupare dei propri figli. Un dramma familiare di una modernità purtroppo sempre attuale. Un esempio di cinema che evolve in quotidianità con un grande riserbo, con uno stile intelligente e posato, proprio come la sua sorprendente protagonista.

Alvise Wollner 

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