Un giorno qualcuno mi ha fatto un discorso sugli alberi.

Mi hanno detto che alle persone piace pensare di essere come gli alberi. Che ai genitori piace pensare ai figli come rami della loro pianta, un prolungamento della loro vita. Che quando ami qualcuno, ti piace pensare che non possa fare a meno di te, come le foglie non possono fare a meno dei rami. Mi hanno detto che, riflettendoci, pare una cosa poetica immaginare ogni legame umano come quello che lega le parti dell’albero: i rami stanno al tronco come il tronco alla terra, e fra loro scorre la linfa che li nutre e li tiene in vita. Per quanto le fronde si estendano verso l’alto, però, nemmeno alla foglia più distante dalla radice è permesso separarsi dalla pianta, così come la pianta non potrà mai staccarsi dal terreno: si tratta di un sistema interdipendente che garantisce la sopravvivenza della specie, ma è altresì un limite alla libertà individuale di ogni suo componente, al suo potenziale. Se il tronco o un ramo vengono recisi, moriranno.

Però gli esseri umani non sono come gli alberi – mi hanno detto poi – sono come gli aquiloni.

Gli aquiloni volano attaccati ad un filo sottile ma molto resistente, mentre i rocchetti si rotolano e si srotolano fra le dita di chi li maneggia. Alcuni volano in fila sopra le spiagge, vibrando ad ogni folata come fosse quella più attesa. Altri stanno in mano a bambini emozionati che li hanno scelti fra decine di modelli e colori, e tremanti li lanciano in alto imparando poco a poco a farli roteare nel vento.

Gli aquiloni volano leggeri, volano e volano finché incontrano un altro aquilone e i loro fili collidono, si uniscono, si incrociano, si scontrano e in un attimo, alla fine, si spezzano. Una volta liberi, gli aquiloni fanno ciò che noi chiamiamo crescere: iniziano un volo tutto loro, un volo solo loro. Corrono in cielo, si avvicinano a terra, risalgono, si immergono nelle nuvole, si accompagnano ad altri aquiloni e li inseguono, li abbracciano, li guidano, li salvano. Siamo come gli aquiloni, non come gli alberi, e questo non ci toglie niente.

Funziona così fra padri e i figli, funziona così con l’affetto, funziona così con l’amore. Siamo aquiloni, i nostri fili sono destinati a spezzarsi, e quella non è affatto la fine. È solo una similitudine meno romantica, forse. È solo più difficile accettare che ciò che ci unisce non è una connessione intrinseca e vitale, bensì una rotta di volo che abbiamo tracciato grazie alle nostre scelte e alla casualità perentoria tipica di qualsiasi percorso condiviso con altri. Una direzione multiforme, sempre in divenire, che richiede aggiustamenti, sacrifici, e a volte anche di percorrere un tratto di cielo da soli. Separati senza essere pronti. Confusi dalla forza delle correnti.

Ci piace pensare di essere come gli alberi perché è un’idea che ci rassicura, che ci fa credere di essere indispensabili e soprattutto non ci fa sentire soli. È meno doloroso. E meno reale.

Qualcuno un giorno mi ha detto che siamo come gli aquiloni, e a me questa similitudine non faceva proprio impazzire. Ma Tu mi hai mostrato che è vero. Tu mi hai mostrato che è bello. Proprio Tu, incredibile.

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