Il mito di Kurt Cobain, la rockstar che sognava la normalità, rivive al cinema in un doppio appuntamento, diventato già una data cult per tutti gli appassionati. Il 28 e 29 Aprile esce: “Cobain: montage of heck”

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I know this love of mine,
Will never die
La voce di Kurt riemerge dalle nebbie del passato come un ricordo fumoso, quasi lontano. Eppure appena si sente quella voce gracchiante, non sempre intonata, ma allo stesso tempo così fisica e potente, la sua figura ci torna alla mente con una consistenza quasi materica. La scena è di quelle destinate a rimanere impresse a lungo nel tempo: il frontman dei Nirvana, accompagnato da una chitarra acustica, inizia a suonare una cover di And I love her“, storico brano dei Beatles. Ne esce un pezzo completamente stravolto, che grazie alla voce di Cobain acquisisce tutta una serie di nuovi significati. Il cuore di “Cobain: montage of heck” è tutto qui, nella sua disarmante immediatezza e nella capacità di raccontare una leggenda dilaniata dalle contraddizioni. “Mi piacciono i Beatles, ma odio Paul McCartney” afferma Cobain in un’intervista, salvo poi interpretare poco dopo una canzone scritta proprio da Paul.

Il regista Brett Morgen si diverte a seguire il suo protagonista in questo intrigante gioco del contraddirsi. “Odio i documentari in cui si parla tanto” dichiara ai microfoni della stampa, e alla fine il suo film è proprio un racconto per immagini più che per parole. A ricordare Kurt sono solo cinque persone, di cui quattro suoi familiari più il compagno di band K. Novoselic. Al centro della pellicola c’è tutto il titanico materiale d’archivio che Morgen ha potuto utilizzare grazie a una speciale concessione della famiglia Cobain. Il risultato è una pellicola struggente per chi è cresciuto con il mito dei Nirvana, un film didascalico e onesto per tutti gli altri spettatori. Un lavoro capace di azzardare anche qualche novità all’interno del genere documentario, inserendo non solo interviste e materiali d’archivio ma anche inserti di animazione e originali trovate registiche per raccontare da un’altra prospettiva la vita di Kurt. 135 minuti di ricordi, 135 minuti per scoprire più da vicino un uomo diventato, senza volerlo, una leggenda.

“La vera sorpresa per il pubblico potrebbe essere questa” afferma il regista. “Il mito che circonda Cobain, cioè quello di un ragazzo che vuole diventare rockstar e quando diventa rockstar non gli piace e allora si ammazza, non ha niente a che fare con la sua vita vera, e nemmeno con il motivo per cui si è tolto la vita. Il problema di Kurt è quello di essere alla ricerca di una famiglia, di essere accettato da una famiglia: questa è la forza che lo guida. La musica per lui è una maniera per essere accettato”. Il messaggio chiave del film è questo, ma la domanda che dovremmo porci è: dove si trova il confine tra l’omaggio sincero e la mera speculazione voyeuristica su un personaggio entrato da anni nell’immaginario collettivo? La riposta giusta si trova nella sensibilità di ognuno di noi, si trova nell’intensità con cui abbiamo amato una figura come Cobain, si trova infine perdendosi in questa ballata visiva che altro non è se non l’esposizione di un sentimento collettivo sulla tela bianca di un grande schermo cinematografico.

Alvise Wollner

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