Far East Film Festival

Cinema Made in Hong Kong ed Eros Japan-style al Feff: Appunti e Riflessioni

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Siamo entrati ormai nel cuore di questa 17ma edizione del Far East Film Festival, che si avvicina al gran finale con l’ultimo, lungo week-end (complice venerdì 1° maggio) di proiezioni ed eventi. L’inizio della settimana è stato all’altezza del week-end d’apertura, con due giornate incentrate in particolare sul cinema made in Hong Kong: lunedì nel primo pomeriggio abbiamo potuto vedere in anteprima i Fresh Wave Shorts, 4 corti selezionati nel corso dell’omonimo Festival, organizzato dall’Hong Kong Arts Development Council e sostenuto dal grande Johnnie To, ed in prima serata è stato presentato il social drama Sara di Herman Yau, presente in sala insieme alla sceneggiatrice Erica Li. Martedì è stato invece il giorno di Helios di Longman Leung e Sunny Luk, adrenalinico spy-thriller presentato in anteprima mondiale in contemporanea con Hong Kong.  Non mi azzardo a vestire i panni del nostro cinefilo (nonché co-inviato speciale al Feff) Alvise Wollner, ma provo comunque a dirvi la mia su quanto visto.

I Fresh Wave Shortsnell’ordine Neighbors di Cai Jiaho, Being Rain di Chan Tze-Woon, Marryland di Anastasia Tsang Hin e iPhone Thieves di Louis Wong (tutti presenti in sala, eccetto Chan Tze-Woon), sono caratterizzati, ognuno a suo modo, da una forte tensione emotiva, al limite dell’inquietudine: viene mostrata una città dura, grigia, ed una società scostante, quando non addirittura alienante. Lo capiamo subito in Neighborsdove la protagonista è una giovanissima studentessa cinese giunta da un semplice villaggio alla caotica Hong Kong per studiare: la ragazzina, sola nel suo  modesto ed anonimo appartamento, trova un cadavere fuori dalla porta e, spaventata, chiede aiuto ai vicini -personaggi alquanto inquietanti-, che non la capiscono e la ignorano, senza darle una mano né tantomeno interessarsi alla macabra scoperta. Dopo aver denunciato il fatto alla polizia, impaurita all’idea di imbattersi nel killer, si chiude in casa, senza cibo: qui ha inizio un angosciante susseguirsi di scene tra il reale e l’onirico, in cui la protagonista è divisa tra la paura dell’assassino ed i morsi della fame, che si fanno sempre più forti sino a costringerla a mangiare, con grande riluttanza e sofferenza, il pesce rosso che le tiene compagnia in casa. La narrazione del film e la sua secca, cruda fotografia sono accompagnate da suoni metallici, rumori, musiche che immergono lo spettatore in un costante stato di tensione. Il finale sorprende con un ritorno alla realtà dove la polizia annuncia la cattura del killer e con l’arrivo di una affettuosa lettera della madre alla figlia: la triste malinconia di casa si sostituisce così alla paura, mentre resta costante il forte senso di solitudine.

Mi sento un po’ più rilassata con Being Rainche con un taglio giornalistico spiega le indagini effettuate da un gruppo di studiosi sulla curiosa relazione che lega le proteste del movimento Occupy Hong Kong ad incredibili acquazzoni, che iniziano improvvisamente e violentemente costringendo la folla a portarsi al riparo: la realtà raccontata qui è in verità molto più inquietante che nel corto precedente, perché ipotizza con un certo rigore scientifico che le piogge siano appositamente provocate da un ente dipendente dal sistema centrale per scoraggiare le proteste e metter fine ai cortei. Che un Governo oggi possa controllare addirittura il clima e manipolarlo a suo comodo, bè, questo fa accapponare la pelle.

Marryland si propone come “una colorata satira della pressione sulle donne di Hong Kong che si devono sposare prima dei 30” (tratto dalla guida del Feff), e già qui se mi fermo a pensare alla mia età ed alla mancanza della fede al dito mi prende, seppur solo per qualche secondo, un’angoscia infinita. La protagonista, che a 29 anni è ancora una single senza l’ombra di un fidanzato, si iscrive ad una sorta di club per incontri combinati, presieduto da una signora eccentrica che sembra una tenutaria e frequentato da delle ragazze che ripetono come dei robot frasi del tipo: “il matrimonio è bene, single è male”. Una gabbia di matte insomma, e non dico “gabbia” a caso perché di questo si tratta: nessuna iscritta può uscire da lì sino a che non si sposerà. E se al compiere dei fatidici 30 anni non si è ancora combinato un matrimonio si finisce dritte a Lonelyland, un luogo lugubre dimenticato da dio dove nessuno vorrebbe vivere. Il cortometraggio è girato in uno stile coloratissimo e pop, ma questo non edulcora il racconto, anzi forse addirittura ne amplifica la tensione, sottolineandone la follia e l’assurdità. Qui, come in Neighbors, il tema centrale è la paura della solitudine.

Iphone Thieves segue le vicende di un ragazzo che ruba Iphone per rivenderli ad un ricettatore che li contrabbanda poi in Cina: la necessità di denaro e la scarsa volontà di trovare un lavoro onesto lo portano ad accettare un incarico che finisce male, indebitandolo con il committente che lo minaccia. L’unica soluzione possibile pare essere quella di partecipare ad una rapina insieme ad un amico. Ma quando la sua giovane ragazza incinta sceglie di portare avanti la gravidanza da sola anziché abortire, avrà dei ripensamenti. Il corto è a metà tra il thriller ed il dramma sociale: Hong Kong è presentata come una città grigia, criminale, dura, dove molti giovani vivono di espedienti e imperano l’inettitudine, l’insoddisfazione. Per il protagonista sembra che la vita riservi solo due scelte: sottomettersi al duro lavoro in qualche modesto impiego oppure delinquere. Non c’è spazio per i desideri, non ci sono aspirazioni né speranza: non si vive, si sopravvive.

Un'immagine scattata durante la proiezione dei Fresh Wave Shorts (Iphone Thieves)

Un’immagine scattata durante la proiezione dei Fresh Wave Shorts (Iphone Thieves)

Solitudine e problemi sociali sono al centro anche di Sarail commovente lungometraggio di Herman Yau che ci racconta la triste storia di Sara, una ragazza fuggita da casa dopo aver subito una violenza sessuale dal patrigno senza che la madre, succube e fragile, lo impedisse. Il regista ci mostra lo stupro subito, in apertura. In contrasto, a seguire, i titoli di testa scorrono con la celebre “Que sera, sera (Whatever Will Be, Will Be)” cantata da Doris Day. Un pugno allo stomaco seguito da una delle canzoni forse più leggere e zuccherose che la musica abbia mai conosciuto. Il film si sviluppa attraverso diversi salti temporali, mostrandoci una Sara giovane donna che si è riscattata divenendo una giornalista d’inchiesta brillante e tenace, felicemente fidanzata con un collega ma tormentata dai fantasmi del passato, ed una Sara ragazza che vive per strada, ai margini, con alcuni coetanei senza speranza come lei, senza una casa, senza una famiglia, vagabondando per i quartieri di Hong Kong. La vediamo poi vendersi ad un uomo maturo in cambio di aiuto, e divenire la sua amante mantenuta all’università. Perché lei scrive, scrive ovunque, e da sempre. Ed è intelligente, e studiosa. Il rapporto tra i due, da mera transazione commerciale, si trasforma in un sentimento sempre più profondo, passionale, a tratti tenero, ma è una storia impossibile, lui è un importante funzionario pubblico, ha famiglia, lei è solo la giovane mantenuta. Finisce tutto, tra le lacrime, dopo la laurea, ma in verità è una storia che durerà per sempre, per entrambi, per tutta la vita. Lei, giornalista, indaga sul mondo della prostituzione, negli ambienti di potere di Hong Kong e poi in Thailandia, dove si imbatte in Dok-My, una prostituta bambina, scoprendo l’orrore e lo squallore dello sfruttamento sessuale dei minori. La vediamo in seguito al capezzale della madre morente, e poi al funerale del vecchio amante…la ritroviamo infine in una vasca da bagno insanguinata, con i polsi tagliati, salvata solo dall’arrivo provvidenziale di Dok-My. Anche Sara tenta di salvare la piccola prostituta, affidandola ad un istituto, ma un giorno la ragazzina se ne va. Un altro film dove non c’è spazio per la speranza? In verità ce n’è. Sara è l’immagine di una persona forte, che si riscatta, che perdona e che va avanti, nonostante tutto. E che con il potere della scrittura, e della verità, prova a cambiare le cose. Duro e commovente, sicuramente tra i candidati a vincere il premio del pubblico al Feff.

Il regista Herman Yau presenta Sara alla platea del Feff

Di tutt’altro stampo è Helios, uno spy thriller mozzafiato, ricco di tensione ed action. Il furto di un ordigno nucleare sudcoreano è al centro di un film che non ha nulla da invidiare ai grandi blockbuster americani ma che, piuttosto, si distingue per eleganza. La produzione non ha certo badato a spese per offrire allo spettatore un film che ha tutte le carte in regola per sfondare anche fuori dall’oriente. Hong Kong, Seul e Kyoto offrono scenari che ben si adattano alla storia, rendendo il tutto molto incisivo e di impatto. Assolutamente adrenalinico, e ve lo dice una persona che non ama particolarmente il genere!

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Una scena tratta dal film “Helios” di Sunny Luk e Longman Leung

Non c’è stato solo cinema made in Hong Kong in questi giorni: non sono mancati i film sudcoreani, cinesi, il thailandese, l’indonesiano…ma quello che è stato davvero la sorpresa di questo Festival è, a mio giudizio, il giapponese Make Roomdi Morikawa Kei. Genere indicato sulla guida ai film: AV Set Comedy. L’annunciata presenza in sala di una delle protagoniste, l’attrice hard Kuribayashi Riri (una inaspettatamente timida giapponesina che sembrava uscita direttamente da un Manga, una bambolina) e la provenienza del regista (genere adult-porno) faceva pensare al classico softcore nipponico: normalmente l’avrei snobbato, ma dopo le lacrime versate per Sara avevo bisogno di andare a dormire con immagini più “leggere”. Così mi sono fermata. E mi sono ritrovata davanti ad un film intimista, teatrale, divertente, a tratti esilarante, brillante ed intelligente. Si racconta il dietro le quinte di un film pornografico: nessuna scena scabrosa, nessun amplesso, non vediamo nulla se non le ragazze che si preparano sotto le pazienti ed esperte mani della truccatrice, che si prende affettuosamente cura di loro confortandole e consigliandole. Tutto il film è girato all’interno del camerino, piuttosto modesto, dove via via entrano ed escono i vari personaggi che ruotano intorno alla produzione di un film hard: il regista, la troupe, l’attrice nota, il produttore, il manager, l’aiutante, l’attrice in ascesa, la novellina, la comparsa. I dialoghi sono interessanti, mai banali, si parla del film in produzione ma anche di tutto il resto, della vita, delle esperienze e delle aspirazioni delle ragazze, dei loro problemi, dei drammi amorosi, degli aspetti tecnici, della preparazione, delle scene, del make up. Il tutto in tono leggero e brillante, e mai, mai volgare. La capacità dello sceneggiatore di parlare di temi scabrosi e dettagli estremamente tecnici, anche a livello anatomico, senza scadere nello squallore e nella volgarità è davvero notevole, sorprendente. Le tre ragazze protagoniste, tre bamboline dagli occhi dolci, sono estremamente credibili ed acute, la truccatrice è una donna risoluta e calma, perfetta nel ruolo di balia-confidente. Gli sketch, rappresentati da piccoli imprevisti che ritardano le riprese, sono godibili e divertentissimi: la parte in cui il regista tenta di girare due scene all’interno del camerino è fantastica, ha fatto ridere tutta me come tutta la sala, e se ci penso rido ancora adesso. Ma il pregio assoluto di Make Room è senza dubbio l’idea di presentarci il mondo dell’hard in modo inedito, mostrandoci la normalità delle persone che ci lavorano, la loro personalità. Abbiamo così la possibilità di guardare da vicino un mondo che ci appare estraneo come non mai, ma che forse è più vicino di quel che si pensa. E’ facile rendersi conto dell’unicità di questo film provando semplicemente a pensare a come potrebbe essere il suo corrispettivo in occidente, magari a Hollywood: viene in mente subito un film demenziale, volgare, un trionfo di parolacce, porcherie, seni rifatti, labbra al silicone e trucco pesante. Qui invece abbiamo dialoghi simpatici ed educati, protagoniste finto-ingenue che sembrano delle bamboline, visi di porcellana ed occhi da cerbiatto, il tutto condito da un’ironia ed una satira scollacciata ma mai volgare. Mai avrei creduto che un film sul mondo dell’hard potesse piacermi tanto.

E’ uno dei pregi di questo Far East Film Festival: è sempre capace di sorprenderti.

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Le protagoniste di Make Room: a destra l’attrice hard Kuribayashi Riri, ospite speciale al Feff.

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