Viaggiando molto si imparano un sacco di piccole e grandi cose: dal prendersi cura di sé stessi al prendersi cura dei propri averi, dall’organizzare la propria giornata al pianificare le entrate e le uscite monetarie; ci si crea una piccola collezione di trucchetti di sopravvivenza e si mettono alla prova le proprie capacità fisiche ed intellettive. Al di fuori dalla propria bolla di certezze e punti di rifermento, si devono trovare soluzioni a problemi che nemmeno si pensava di poter avere.

Insomma, ognuno costruisce il proprio bagaglio unico ed irripetibile di scoperte ed insegnamenti, ma c’è un’abilità che ogni singolo viaggiatore DEVE sviluppare, con tempo e tanto impegno: tutti dobbiamo imparare a dire addio.

Sì, dobbiamo farlo, anche se il cuore ci si sta sgretolando e vorremmo singhiozzare a livello morte di Mufasa nel Re Leone.

Detto ciò, io ho sempre bellamente ignorato questo dovere morale e a dire addio ho sempre fatto schifo. Lacrime, urla, pianti, frasi sconnesse, un disastro. Ho provato ogni tattica, ogni metodo ma davvero, non c’è mai stato nulla da fare, io e gli addii non siamo mai mai mai andati d’accordo. Fino a due anni fa.

Ero proprio qui a Melbourne e si stava avvicinando la fine del semestre di scambio. Io e altri studenti ci stavamo preparando a tornare nei nostri paesi, chi in Canada, chi in Messico, chi in Italia. Ognuno stava con le valige pronte ad aspettare che arrivasse il giorno della partenza e il momento di dire addio. Anche là pianti strazianti, scene che nemmeno Barbara D’Urso, situazioni per cui ora mi sento in imbarazzo, ma in fondo insieme a quelle persone avevo percorso uno dei tratti di strada più impegnativi ed emozionanti della mia vita e salutarli era come un pugno allo stomaco, un insieme di sentimenti contrastanti e intensissimi. L’emotività regnava sovrana.

Una di quelle sere ero fuori dall’appartamento di un’amica canadese, avevamo cenato insieme ed era il momento per me di salutarla perché l’indomani sarebbe partita per tornare a casa.

Ennesimo picco di tristezza: ci siamo guardate negli occhi, le lacrime stavano per impossessarsi dei miei occhi e già sapevo che sarebbe stata una catastrofe. Lei mi ha subito fermato, e sorridendo ha dichiarato: “Dai Anna, non diciamoci addio. In fondo l’addio è una scelta, e io non voglio scegliere di non vederti più. Non ti dico nemmeno arrivederci. Sai cosa ti dico? Ci vediamo domani.” – Senza avere davvero tempo per rielaborare l’accaduto ho risposto: “Certo! Ci vediamo domani”. Abbraccio lunghissimo e fortissimo. Sorriso pieno di ricordi e affetto. Poi lei si è voltata ed è tornata in casa, io mi sono voltata e sono andata a prendere il tram. Non una lacrima, non un momento di panico, nessun cedimento strutturale. Ho mantenuto il mio sorriso e so che l’ha fatto anche lei. Ora, di norma queste cose accadono solo nei film, ma il giorno successivo l’ho rivista davvero, per caso. È stato quasi un segno, la riprova che la mia amica aveva centrato il punto: questi addii non vogliono dire dire nulla se non siamo noi a deciderlo, sono solo etichette che ci attacchiamo addosso per poi renderci conto di quanto sia pesante e negativa: all’inizio dire addio ci pare la cosa più giusta da fare, unico vero modo per dimostrare che teniamo a qualcuno o a qualcosa e desideriamo salutarlo nella maniera più profonda ed intensa. Ma la verità è che l’addio è soltanto un memorandum, ci ricorda che siamo separati e che potremmo esserlo per sempre, ci fa credere che il rivederci o il ritornare non dipenda esattamente da noi ma da qualcosa di misterioso e superiore. Non è così.

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Da quel giorno di due anni fa ho capito che io e gli addii davvero non andiamo d’accordo, quindi ho smesso di dire addio e l’ho sostituito con la mia personale versione: “Ci vediamo domani, e se non dovessimo vederci sappi che ti penserò e ti abbraccerò col cuore”. Non è solo un modo diverso di dire le cose, è un modo diverso di vederle e soprattutto di viverle.

p.s. Lo dice perfino la DreamWorks, se non vi fidate di me fidatevi di loro: Mai dirò addio

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