Molti di voi – ne sono piuttosto certo – negli ultimi tempi si saranno certo impratichiti con i colloqui di lavoro.
Avete presente quelle job-interview dove dovete essere dei geni del self-marketing, dell’efficienza, della conoscenza, dovete nascondere ogni difetto, parlare 4 lingue fluentemente, avere una lode, e camminare sulle mani reggendo coi piedi un vassoio carico di candele accese , senza farle cadere?
Ecco, ora immaginate che tutto questo scompaia di botto.
Zack!
E da un momento all’altro rimuoviamo anche l’adrenalina e la rottura di palle di doverci vestire decentemente, di apparire persone “per bene” per entrare nel mondo del socialmente accettato e della buona società del consumo.
Un domani, e per alcune grandi realtà aziendali americane la cosa è già realtà, potrebbe essere un software ad occuparsi della fase di recruiting, partendo dai dati raccolti dai vostri curriculum e dalle vostre esperienze pregresse messe nero su bianco.
Follia?
Pare proprio di no, visto che diversi Ceo sembrano esser convinti della bontà dello strumento: una modalità di selezione che elimina completamente il contatto empatico con la persona, e si basa solo ed esclusivamente sugli algoritmi dell’efficienza e della congruità tra domanda ed offerta.
Un ponte che salta a piè pari la persona, e la sua dimensione umana, puntando dritto verso la sola capacità operativa presunta.
Ci mancava solo questa, dico io.
Ho capito che in questo modo si abbattono i clientelismi e le simpatie, e Dio solo sa quanto uno strumento simile potrebbe risultare utile per taluni incarichi della nostra amministrazione pubblica, va bene.
Però già ci vogliono fatti tutti con lo stampino, con la stessa circonferenza, lo stesso volume, e la stessa volontà nichilista e folle di privarci della nostra sana imperfezione.
Ora, per facilitare le cose e per stimolare gli sceneggiatori della serie tv “Uomini solo di nome, ma non di fatto” arriva l’ennesima genialata partorita dal ventre opulento di Mamma Capitale.
Un domani, secondo questa corrente di pensiero agghiacciante, potrebbe essere sufficiente il calcolo frutto di algoritmi e parametri individuati da un calcolatore, per scegliere le risorse umane.
A questo punto, e non mi stancherò mai di ripeterlo, è davvero necessario cercare di imporsi per invertire un sistema perverso e totalmente slegato dalla realtà.
Perché possiamo giocare a fare i Superman, le macchina perfette, gli insensibili automi capaci di memorizzare, ripetere ed assimilare fino a svolgere i compiti imposti in maniera ordinata.
Ma non possiamo, e soprattutto non dobbiamo mai privarci della nostra umanità.
E’ una questione di principio, certo, ma anche di salvaguardia nei confronti della nostra libertà di poter essere quello che vogliamo e di poterci mostrare per quello che siamo.
Forse non sarà mai possibile farlo, forse questo è solo l’ennesimo segnale di uno scontro che non può e non avrà mai fine.
Dai test invalsi, al voto di laurea, passando per dati oggettivi che certifichino una conoscenza acquisita, ma che non si avvicinano praticamente mai al potenziale unico e peculiare del singolo, che sfugge costantemente al rigido ed asettico reticolo delle qualifiche e delle competenze settoriali e specifiche.
E’ come scegliere un’automobile in base al suo solo telaio, senza guardare al motore, o viceversa.
Non si può smantellare un essere umano, per spremerne le doti al solo uso e consumo del mito dell’utile.
Eppure, un domani, potreste essere selezionati da un software.
Cercate solo di aggiornare il vostro, di software, all’ultima versione richiesta dal mercato, ed occhio a non far scadere la licenza.
O potrebbero essere #cazziamari.

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