Gli occhi degli altri

Chiave, libreria, scatola, scopa

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Per la quarta volta stavo percorrendo il ciottolato della mia via, nel cuore di Padova e della sua ztl, trascinando 2 trolley dalle cerniere ormai esauste e almeno cinque borse di tela rigonfie e straripanti di vestiti, documenti, detergenti, fotografie. Una vita intera, o il riassunto selettivo che ne avevo fatto, si muoveva nella strada abitata soltanto dal sole del 30 aprile alle 3 di pomeriggio. Il rumore delle ruote delle valigie mi inseguiva, mi accompagnava o mi precedeva a seconda del livello di stanchezza dei miei passi. Non avrei chiesto al mio corpo di fare un altro giro fino alla macchina quel giorno, mi ero detta. In fondo ci avevo lasciato soltanto una scopa, e avevo scoperto che in appartamento ce n’era già una. “No, non andrò a recuperare la mia, non ne ho le forze. Non ti preoccupare, milza. Tranquille, spalle. Ci siete quasi.

Mi sono fermata davanti al portoncino verde e ho estratto dalla tasca l’enorme mazzo di chiavi, alla ricerca di quella giusta. “Quella fucsia apre la porta di casa. La chiave fucsia, non quella magenta, so che ci si può confondere con colori così simili! Nel frattempo cominci a pensare ad una persona fidata a cui lasciare una chiave in caso di emergenza, è fondamentale! Ovviamente deve essere qualcuno che stia in zona, non una persona di… Treviso? Castelfranco? Da dov’è che viene lei?” – “Paese” – “Ecco, Paese. Non una persona di Paese, un parente o un amico di Padova assolutamente, mi raccomando, non si sa mai!” – le parole pronunciate con entusiasmo eccessivo dell’agente immobiliare prima di darmi accesso all’appartamento mi echeggiavano insistenti nel cervello, dolorose in modi che non avrei potuto prevedere. Ho individuato la chiave fucsia – in nessun modo simile a quella magenta – l’ho infilata nella toppa e ho girato una volta.

Prima di varcare la soglia e concedermi l’ennesimo prematuro “sono a casa” della mia vita, mi sentivo solo sudata e sfiancata. Messo piede nel soggiorno con parquet a doghe larghe, forse troppo scure per una stanza di quelle dimensioni, mi sono resa conto che mi sentivo anche sola. Terribilmente, totalmente. E, maledetta me, inaspettatamente. Ho avvertito un pensiero inedito farsi strada all’altezza delle tempie. Era cattivo, e ingiusto, e impossibile da debellare: “Non me lo merito”. Nelle orecchie avevo il rumore di promesse e troppo vaghe per portare quel nome, che si infrangevano nel retro dei miei occhi come una clessidra di vetro sottile lasciata cadere a terra, a spargere in ogni direzione granelli di sabbia che, proprio come il tempo che misuravano, non sarebbero mai tornati.

Non sapendo da dove iniziare, ho cercato rifugio nell’unica compagnia che avessi a portata di mano e mi sono diretta alla libreria Ikea sotto le finestre del soggiorno, che stava là come sarebbe stata in qualsiasi casa del mondo, nera e geometrica. “L’appartamento ha le finestre alte, è importante farlo presente perché c’è chi si sente un po’ soffocato con questa configurazione.” – mi aveva avvertito l’agente all’inizio delle trattative. Non l’avevo mai preso come un problema, ma in quell’istante preciso avrei dato qualunque cosa perché lo diventasse, per sentirmi soffocare almeno un po’. Invece mi pareva di essere nel mezzo di uno spazio sconfinato, vuoto, dove nessuno sarebbe mai venuto a cercarmi.

Ho cominciato a pulire la libreria scomparto per scomparto, prima con il detergente per legno, poi con acqua calda e aceto, infine con una salviettina al Napisan. Mi sono voltata verso uno dei trolley, quello dalla cui tela spessa sporgevano i profili dei libri. L’ho aperto con la stessa foga con cui si scarta un regalo di Natale inatteso e prezioso e ho cominciato ad estrarre tutto il suo contenuto, che è anche il contenuto di buona parte del mio cervello. Libri, dizionari, altri libri, una scatola da scarpe rivestita con pagine di vecchi fumetti. Ho cominciato a riporre tutto, soffermandomi sulle copertine, sui prologhi, sulle pagine con l’imperdonabile orecchietta a margine o, come al momento dell’acquisto di ogni libro che abbia letto, sull’ultima frase dell’ultima pagina. Una volta rimasta solo la scatola, l’ho presa e mi sono seduta sul divano rosso “di casa mia”, un tre posti dall’assetto basso a metà fra lo scomodo e l’accettabilmente comodo. Ho sollevato il coperchio e mi sono ritrovata davanti decine e decine di buste, biglietti, fogli, cartoline. Tutto ciò che mi sia stato scritto.

Mia madre mi ha sempre scritto molto; non ho mai capito se lo faccia perché è più facile per lei esprimersi così o perché crede che sia più facile per me interagire con lei al netto della nostra emotività imperante, che complica ogni conversazione. Immagino entrambe le cose. Sotto alle sue lettere di spiegazione, scuse, amore e consolazione scritte chiaramente sulla prima forma di carta che sia riuscita a reperire, i biglietti di mio padre. Cartoncini di ogni genere che negli anni hanno accompagnato peluche, fiori, gioielli, vestiti. Tutti firmati “Il tuo Papà”, a volte scarabocchiato da lui con la sua grafia spigolosa simile al segno di un elettrocardiogramma impazzito, altre dalla fiorista o dal negoziante che gli aveva venduto il regalo. Poi un disegno sghembo di mia nipote che mi ritraeva come una regina con la corona in glitter argentati, accanto alla scritta “Per la zia matta”. E infine la parte più corposa, un plico infiocchettato dove le parole degli amici riposavano sopite su lettere, etichette, post-it, salviette, sottobicchieri. Il messaggio più recente risaliva al Natale 2017, i più vecchi al 2002.

Per un periodo, ho intrattenuto con Luigi un rapporto epistolare le cui regole imponevano di sentirci esclusivamente via lettera, qualsiasi fosse l’urgenza della comunicazione, ovunque fossimo. Siamo arrivati a una quarantina in tutto fra Italia, Australia e Irlanda. Poi non ci siamo più riusciti, è tornato Whatsapp e un pezzetto del nostro legame è rimasto sulla carta inutilizzata, e nell’inchiostro che probabilmente poi abbiamo consumato per qualche lista della spesa. I racconti e le confessioni  di un amico che non è mai stato solo un amico stavano là, proprio alla fine di tutto quella pila di sprazzi emotivi e dichiarazioni probabilmente iperboliche, a ricordarmi che esistono infinite forme d’amore, e infiniti modi per dimostrarlo. Infinite forme di presenza, e infiniti modi per esserci. Ma con le lettere bisogna avere anche pazienza, e fiducia. Mi ero scordata di averlo imparato. Ho preso in mano qualche foglio e riletto dei passaggi, trovandomi a ridacchiare davanti a frasi non davvero divertenti, e con le lacrime agli occhi per altre, tutt’altro che tristi.

Sembrava che il sole non avesse intenzione di calare, quel pomeriggio, e io non avevo intenzione di scollarmi da quel ritrovato senso di appartenenza e affetto che non volevo sentirmi mancare proprio nel momento in cui stavo dando l’ennesimo scossone alla mia già poco equilibrata esistenza. Ma non potevo dimenticare che, dopotutto, ero fisicamente sola e dovevo rendere vivibili quei 45 metri quadri dove aleggiava ancora lo spettro insipido dei due ragazzi che ci avevano abitato fino a qualche ora prima, letteralmente. Avrei potuto aspettare il primo maggio per spostarmi, ma volevo vivere la vigilia del mio compleanno in un posto che potessi riconoscere almeno un po’. E poi, ho preferito prendere atto che il mio ragazzo non potesse darmi una mano con il trasloco perché non gli avevano concesso la giornata di ponte, piuttosto che vedere azzerata ogni scusa il giorno successivo e passarlo insieme a lui a spostarmi la vita, in un silenzio carico di dubbi e terrore. Non ero riuscita a chiedergli aiuto, né a dirgli che l’aiuto che mi serviva non aveva nulla a che vedere con il peso delle valigie. 

Ho richiuso la scatola e l’ho posizionata nella libreria, mettendoci davanti una foto in bianco e nero di mio nonno insieme a suo figlio quattrenne, per mano.

Le tempie ancora pulsavano con quelle quattro parole del cazzo, ma ho deciso di decidere che era solo un mal di testa; ho ingoiato un Oki e sono tornata a sistemare, disinfettare, spolverare, riordinare, con la musica mai abbastanza alta da coprire il dispiacere di un giorno che non sarebbe dovuto andare così, ma che nondimeno, così stava andando. Ho tenuto la testa bassa tutto il tempo, pulendo immersa in una playlist Spotify che avevo selezionato perché era l’unica che mi desse o avesse mai dato conforto. Quando ho guardato fuori dopo aver posato l’ultimo soprammobile, lo spicchio di cielo visibile dalla finestra del soggiorno diceva che era tardi, e l’orologio ha confermato. Intorno a me avevo qualcosa di decisamente migliorabile, ma con alcuni dettagli che non avrei mai voluto diversi: le mie amate scatole qua e là, la cancelleria, i libri ordinati per tema, il frigo con le prime cose appese, l’armadio tutto mio con dentro indumenti solo miei. Mi sono data il permesso di sentirmi fiera, pur sapendo che l’orgoglio non avrebbe fornito una risposta pertinente al profondo senso di abbandono che, in quelle ore, avevo cercato di etichettare come vile vittimismo del cazzo per poi non parlarne, o pensarci, mai più. Non ci ero riuscita.

Il giorno del mio trasloco a Padova non è stato un bel giorno. Anzi, è più corretto dire che per nessuna ragione concreta mi aspettavo fosse un bel giorno, e quando si è rivelato al di sotto delle mie cieche, illuse aspettative, ho saputo solo sgonfiarmi come un palloncino colorato nella mattina successiva alla sua festa più attesa… la sua unica festa.

Il cielo blu scuro dell’ultima notte di aprile mi sovrastava limpido mentre percorrevo per la quinta volta la mia via, trasportando la scopa bianca e verde che mia madre aveva comprato poco tempo prima da un venditore ambulante che si era presentato al nostro cancello.

La mamma l’aveva messa in macchina posizionandola a fatica fra le mie cose, molte delle quali, me ne sono resa conto negli anni, esistono o hanno valore solo grazie a lei. Era una scopa come tante altre, simile a quella che già avevo in casa, e avevo detto che non avrei fatto un altro giro per andare a prenderla. Ma avevo deciso che quel giorno niente su cui io avessi il controllo sarebbe stato solo.

Era soltanto la scopa bianca e verde di mia madre, era soltanto una scopa di cui non avevo bisogno, era soltanto la scopa che usavamo a casa a Paese, era soltanto una scopa. La più importante del mondo.

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