Blue Hotel

Chi mi dice che non moriremo?

Un paese nell'entroterra marchigiano.
Domenica 30 ottobre 2016, verso le 7 di mattina.

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Siamo vivi.
Questo è un sisma speciale in cui non è morto nessuno.
Eppure…

Qualcuno dice che il peggio deve ancora venire.
Alcuni TG, siti internet poco autorevoli, stregoni di zona, alcuni cittadini “informati”, sismologi improvvisati, mia madre, la signora di mia madre (ahimè…aveva predetto anche quello di ieri).
E l’istinto.
Quando l’istinto, quella cosa antica, vecchia di migliaia di anni ti sussurra cose scomode, non sai che fare. Perché la mente mente. Il pensiero è “giovane”, non ha l’esperienza dell’istinto, ma la paura è vecchia di secoli e ai vecchi bisogna dare ascolto. Sempre.

Da quando L. è morta ho pensato alla Signora con insistenza. Mi dico, è passata troppo vicino, ancora una volta. Sento il gelo della falce vibrare e non la vedo. Dietro, alle ore quattordici, o dritto davanti. Come uno scherzo, è ancora qui, muta, per schernire.

Attendiamo un disastro.
Viviamo nei garage, a casa di altri, allocati a un più sicuro pian terreno. Mangiamo pezzi di pane e pezzi di animali senza usare il fuoco. Dormiamo nelle palestre.
Non sappiamo le cose.
Con la gente ci diciamo “A domani!” e mi viene da ridere.
Ecco. Guardo una bottiglia di Coca Cola che spunta da una borsa nell’accampamento di fortuna di questa sera. La guardo. Penso che potrebbe essere una delle ultime cose che vedo, che la nostra vita potrebbe interrompersi ingloriosamente. Così. Ad esempio, nel cuore della notte, mentre eravamo tornati in casa, sfiniti dall’attesa, ed essa inizia di punto in bianco a vomitare bicchieri dalle credenze, calcinacci dai soffitti, soprammobili dalle mensole, viveri dalle scansie. Questa violenza inaudita.
(Non posso ripensare al momento in cui papà mi ha presa dal letto, scalza, e siamo caduti assieme respinti dal pavimento, sul materasso ancora caldo di sonno bruscamente interrotto. Infatti non ricordo come ho sceso le scale. Solo un flash: i gradini ancora tremavano. Ho camminato sull’asfalto senza scarpe, poi niente).

Faccio le cose e penso solo alle cose che faccio.
Appena smetto, fisso il vuoto e non sento più alcun rumore scaturire da dentro: il cervello è un luogo vacuo. La siepe nel parcheggio. Il disco orario, sul lunotto dell’auto. Il movimento lento e senza scopo della mia mano. Stop.

E mi sembra che la Morte sia seduta in mezzo a noi.
E mi pare che stia solo riposandosi qualche giorno, come se si stesse preparando a una grande fatica, per portarci via in massa.
Vorrei fuggire, in qualsiasi altra parte d’Italia. Sarebbe così semplice salvarsi da tutto.
Ma, come ne L’angelo sterminatore, non c’è motivo per restare eppure nessuna possibilità di fuggire.
Mi vedo prendere un treno e andare in un posto qualsiasi. Poi vedo la mia casa, come un mostro, lassù in alto e penso che non riuscirò a dormire più. Mai più.
Ne prenderemo un’altra più sicura.
Qui?
No?
Qui.
E forse la morte è seduta in questi paesi e stanotte non la vede alcuno, si confonde con gli scheletri e le streghe che chiedono dolci alle porte, è il 31 di ottobre. Ma qui non bussa nessuno.
Una mattina all’improvviso ti sfonda la porta e ti rompe le cose, come un ladro, come il demonio.
Ho questo brutto pensiero. Ma no, non è un pensiero, è l’istinto, è la paura. Sono centomila anni di DNA animale.
Chi le rassicura le fibre ultime del mio corredo genetico?
Chi mi dice che non moriremo?

Domenica 30 ottobre 2016, verso le 7 della mattina.

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

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