Blue Hotel

Carte geografiche

Leonessa guarda sempre una cartina appesa in cucina.
La ragazza nera guarda l'Africa intera.

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“La cameriera del bar che ogni tanto ammira
un panorama di Cuba su una cartolina
poi asciuga il bicchiere ed il naso e, sospira”
(“Dove fermano i treni” – L.L.)

 

Leonessa ha da anni una cartina appesa al muro.
Sventola davanti alla finestra aperta quando è estate. In controluce. Un’isola delle Canarie.

La ragazza nera con le treccia e gli zigomi da regina guarda anche lei sempre una cartina. Oppure ascolta su Youtube le canzoni d’amore dei giovani di Addis Abeba.
Canta, e accarezza in testa la sua bambina.

Una tipa scorre su Tinder le foto altrui. Non si concentra sulle facce degli uomini che tanto già sa, non le piaceranno.
Una foto che lei invece quando era lì, non s’è mai fatta. Col Ponte Vecchio dietro le spalle. Come tutta questa gente di internet. Tutti, ma proprio tutti ci sono stati almeno una volta. Se ne sono andati, e non sono morti. Al contrario di lei.
Internet è un capoluogo in Toscana.

Leonessa si esibisce davanti allo specchio come una diva. La faccia incorniciata dalla criniera dorata.
Le canzoni in spagnolo per la vita nuova.
La lingua in mezzo ai denti bianchi, gli occhi, due fanali cerchiati di scuro. Ombre spettrali.
Meraviglia, di dove sei?

 

La ragazza etiope ha nostalgia del suo paese.
Dice che vuol prendere un aereo, che tornerà a vivere lì, che ha qualche fratello che ancora conosce.
Ma questa sua figlia piccola è per metà bianca, ed è pure nostra.
Come faremo senza?

La ragazza bionda a volte piange, di notte, quando sogna l’Arno e il Duomo.
Ma non lo dice a nessuno. Per non intristire i compagni di lì, per non intristire gli abitanti di qui.
Però il suo amico col cane nel nome le ha detto che via di là c’è solo la tristezza. Nemmeno lui vuole andare via. Non vuole andare via.
Ma tu non ci vuoi tornare a Firenze?

Leonessa invece l’Etiopia non l’ha vista mai.

Che mi importa di vederla? Io sono nato qui e quella lingua non la so parlare, quella terra non la voglio neanche vedere”.
Di quella zona ha solo il corpo perfetto e il colore mulatto. Il naso dritto e il viso magro, la pelle attaccata alle ossa, i nervi e i muscoli tesi come un meraviglioso animale.
Leonessa è una pantera nera che sa nuotare.
Il disegno dell’isola appesa in cucina…il mare tutt’intorno.
A casa sua guardavo le città cerchiate con la penna blu. Pensavo, è per quei luoghi che non lo vedrò più. Mai più.

E se Gennet un giorno se ne volesse davvero andare, chi di noi la potrà fermare?
Anche la bambina apprenderebbe un’altra lingua e si scorderà di noi.
Le persone sono cose libere e la geografia è un campo da gioco. È un mappamondo che gira a caso.

Dove fermano i treni (parte un po’ di vita)” è il titolo di una canzone.
E passava i suoi pomeriggi a Santa Maria Novella, a guardare architettura e binari, ad ascoltare la voce meccanica che annuncia i ritardi, a guardare i tabelloni luminosi e immaginare di prendere il treno per Livorno che non ha visto mai.
Passava le notti ad ascoltare le voci registrate degli uccelli illudendosi che a Firenze anche d’inverno, anche di sera, le bestie cantassero per davvero e che la stazione fosse una voliera, uno zoo a cielo aperto di fronte alle luci del McDonald’s che non chiude mai.
Mica New York. Le basta stare lì. Tra il cantiere sempre aperto per la tramvia e l’attraversamento pedonale pieno di cinesi e di pugliesi.

Leonessa ride sempre.
Il mio professore dice che gli africani ridono sempre, che anche le prostitute africane ridono mentre fanno qualcosa di aberrante, mentre quelle albanesi piangono.
I neri non hanno avuto la tragedia greca. La loro cultura è priva di disperazione”.
E così Leonessa ride sempre. Leonessa è bella perché ride sempre e le sue lacrime non si sono viste mai.
Ma immaginate che diamanti immensi brillerebbero dai condotti dei suoi occhi scavati come una miniera buia? Ve le immaginate quelle pietre cadere lungo i crinali della sua anatomia speciale?
Lo sapete che l’acqua che bagna i neri è più potente a scintillare?
Forse è per quello che uscito dal mare non si asciugava mai la testa.
Una goccia, ogni tanto, cadeva dai suoi capelli lunghi e mi bagnava la faccia.
Ed è così che Leonessa rideva e fa piangere me. Come una stoica prostituta albanese. Nell’attesa che lui vada via per sempre.

La ragazza nera insegna alla bambina a contare.
And
Hulet
Sost
Arat
Chissà se da grandi avranno una loro lingua segreta, un luogo a me inaccessibile.
E già non so come accedere a questa parente stretta che non ha la mia fisionomia, né quella di mio fratello.
Le spunteranno due incisivi larghi in mezzo, come la sua mamma ragazza nera dagli zigomi da principessa, col collo lungo e gli occhi a mandorla.
Uno
Due
Tre…
…questa bambina di chi è?


E io?
Resto qua.
Quando giro il mappamondo per puntare l’indice in un luogo a caso in cui andare.
Macerata.
Il mio esilio perpetuo in Alaska.

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