Il ritorno alla regia di uno dei registi più poliedrici di Hollywood avviene all’insegna di un biopic sfarzoso e volutamente pacchiano. “Dietro i candelabri” è una storia d’amore e musica che convince grazie a una superlativa prova da parte degli attori protagonisti.

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I gay alla conquista dei cinema. E’ questo il trend che durante la stagione cinematografica 2012/2013 sembra confermarsi sempre di più. Un fenomeno partito con le celebrazioni di una delle più grandi icone musicali del Novecento, vale a dire Freddy Mercury (il leader dei Queen, il cui anniversario della morte è ricorso solo pochi giorni fa) e la riproposizione sul grande schermo di alcuni dei suoi concerti più emblematici, restaurati in HD. E’ stata poi la volta di celebrare un grande artista omosessuale della letteratura americana come Allen Ginsberg, pioniere della Beat Generation, interpretato da Daniel Radcliffe nel deludente “Giovani Ribelli” (di cui potete recuperare la recensione all’interno di questa rubrica). A questo punto, visto che non c’è due senza tre, anche Steven Soderbergh, il regista della saga di “Ocean’s Eleven”, di “Traffic” e “Bubble” ha deciso di dedicare il suo ultimo lavoro a uno degli artisti più eccentrici del secolo scorso: il pianista Wladziu Valentino Liberace.

Una figura incredibile, che nel nostro Paese si conosce davvero poco, ma di cui vale la pena sapere qualche informazione a riguardo. Nato nel 1919 a West Allis, Liberace divenne  tra gli anni ‘50 e ’70, l’artista con il più alto cachet al mondo, famoso prima come musicista e personaggio televisivo poi come entertainer negli show dei grandi hotel di Las Vegas, dove dava vita a spettacoli trasgressivi e grotteschi, tanto da essere considerato un “pioniere androgino” e uno dei padri del “glam”. Sua madre era un’attrice di teatro classico d’origine polacca, suo padre, Salvatore Liberace, un artigiano emigrato da Formia che suonava il corno francese per hobby in alcune bande musicali e ogni tanto accompagnava i film del cinema muto, e che incoraggiò la passione per la musica del figlio. E così Liberace iniziò a suonare il pianoforte a 4 anni e non smise più: poi, mentre studiava al conservatorio del Wisconsin, iniziò ad interessarsi anche alla moda e alla pittura.

Molto presto le sue esibizioni musicali diventarono dei veri e propri show, dove la musica classica veniva reinventata attraverso giochi e parodie: durante uno spettacolo (come dichiarò una volta “io non faccio concerti, io metto su degli show”) eseguì una versione di un valzer di Chopin ridotta a soli trentasette secondi, eliminando a suo dire “le parti noiose”. Oltre alla svolta pop nella musica iniziò ad interagire col pubblico da vero “entertainer” e a dare sempre maggiore risalto alle scenografie, alle luci e ai costumi. E divenne celebre presto, prima con gli spettacoli nei lussuosi club della California degli anni ’40, poi a Hollywood, col cinema e la televisione, e infine nei grandi show di Las Vegas costruiti tutti intorno al suo personaggio: vistosi candelabri (il suo simbolo di riconoscimento) in mostra su pianoforti ricoperti di paillettes, completi di pelliccia, mantelli, pizzi, gioielli pacchiani e giganteschi, e grandi scenografie con ballerine vestite di piume e lustrini e Rolls Royce esibite sul palcoscenico.

Una figura precorritrice dei tempi, perfetta per un adattamento sul grande schermo cinematografico. Soderbergh si è lanciato con grande dedizione nel progetto e il risultato finale è tutt’altro che deprecabile. Oltre a una regia sfarzosa, a una messa in scena che non bada a spese e che può vantarsi del fatto di esser stata ricostruita nei luoghi originali in cui visse Liberace, la pellicola ha il suo punto di forza nella strepitosa interpretazione dei due attori protagonisti: Micheal Douglas e Matt Damon. Trasformati e quasi irriconoscibili, la coppia si lancia in un duello di bravura che cresce con il passare dei minuti, rendendo appetibile un film che altrimenti avrebbe pagato la stucchevolezza kitsch del vero mondo del pianista.

L’inizio del film è di sicuro la parte più coinvolgente e riuscita, gran ritmo, ottime soluzioni stilistiche che richiamano molto alla lontana un capolavoro come “Casinò” di Martin Scorsese. Nel proseguo della storia la scivolata sul pacchiano è sempre dietro l’angolo e il sogno trash del finale poteva di sicuro essere reso in maniera più efficace. Poco male, “Dietro i candelabri” è un film che si merita giusti riconoscimenti, acclamato al Festival di Cannes (dove però non aveva vinto nulla) potrebbe regalare un premio Oscar ad almeno uno dei due protagonisti. In America non sembra che l’abbiano particolarmente apprezzato, la censura bigotta e puritana ha etichettato la pellicola come “troppo gay” e ne ha vietato l’uscita nelle sale cinematografiche. In Italia invece, dove c’è ancora molta strada da fare per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, il film uscirà Giovedì 5 Dicembre. Un segnale minimo di apertura culturale, che però ci fa capire lo stretto filo che lega il cinema alle tematiche sociali più discusse ai giorni nostri.

Alvise Wollner

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